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sabato 30 luglio 2011

Almeno Borghezio non è ipocrita

«Essendo un soldato politico della Lega obbedisco e accetto 'senza se e senza ma' la sospensione per tre mesi dal partito. Ma il provvedimento è profondamente ingiusto e gravemente infondato».
Ha ragione Borghezio, e ne ha da vendere. Non fosse altro perché, nelle sue demenziali e nazistoidi idee, non è ipocrita. In fondo non ha fatto altro che dire ciò che che molti leghisti pensano  e non dicono. Che i ridicoli omini in camicie verdi siano pericolosi sembra ce se ne accorga solo ora. E se ne accorgono coloro che li hanno trattati prima come fenomeni da baraccone, come partito dalla vita breve o, addirittura, come alleati, come lo sono stati, o come sperano che lo siano in futuro. D'altronde perché qualcuno si stupisce delle posizioni dell'europarlamentare leghista? Sono forse nuove? Ha detto qualcosa di diverso da quello che predica da anni? O forse sono i politici dell'altra sponda ad avere la memoria corta? O dovevano attendere che il Presidente della Repubblica prendesse posizione sui ministeri al Nord?
E' che siamo il paese del lasciar correre, del vivi e lascia vivere, dei furbetti del quartierino, del caseggiato e del pianerottolo. Ognuna mira a ricavare qualcosa di utile da tutto ciò che fa, in piccolo o in grande. 

mercoledì 27 luglio 2011

L'amore non abita la città di K.

E' morta Agota Kristof.
Pubblico, senza correzioni, un pezzo che scrissi nel maggio del 1998 su un giornale dove ce la cantavamo e suonavamo da soli, ma questa, come al solito, è un'altra storia.

Le prima pagine sono sufficienti a farci decidere di andare avanti. Due pagine che vi faranno desiderare di completare la lettura della "Trilogia della città di K". Il libro comprende "Il grande quaderno" e "La prova" già editi in Italia da Guanda, il primo con il titolo "Quello che resta", e "La terza menzogna" che appare per la prima volta nel nostro paese.
Il libro narra la storia di due bambini profughi da una città investita dalla guerra verso un piccolo paese, vanno dalla Nonna detta in paese "la Strega". Il libro si dipana con una descrizione cruda, a tratti violenta ma che non cede il passo a stereotipi narrativi prpri dei racconti dell'epoca della II Guerra Mondiale e non scivola nel sentimentalismo o nella retorica.
Lo stile narrativo di Agota Kristof, ungherese di nascita ma che oggi vive in Svizzera dopo aver lasciato il paese natale nel 1956, data che ricorre nel libro anche senza essere citata, è "forte -altro da pulp o trash" come sottolineato da un critico. Nel libro non troverete ampie descrizioni dell'ambiente o ricchi ritratti di personaggi, ma vi sembrerà di conoscere tutto di loro e del microcosmo e macrocosmo che li circonda. Un microcosmo che si allargherà andando avanti nella lettura. Secca ed incisiva la forma dello scrivere, frasi brevi, capitoli corti, nel primo libro, forma che negli altri due un poco cambia senza perdere i tratti caratteristici dell'autrice.
La guerra la fa da padrone nel paese dell'est europeo teatro dell'opera, i bambini a casa della nonna crescono tra privazioni, angherie di vario tipo e temprano stoicamente, i loro corpicini e le loro anime alla sofferenza. Una sofferenza che li accompagnerà per tutta la vita in un gioco di rimandi, di speranze di un nuovo incontro, un fratello supererà la cortina di ferro verso un sogno e una vita diversa, da cui si sviluppano due biografie contrastanti, forse false, in parte vere, che impediranno ai fratelli di incontrarsi.
Nel libro della Kristof non c'è spazio per la speranza, non si intravede l'alba, è il trionfo del dolore, del disfacimento. La mancanza della famiglia, tratto comune a diversi personaggi, viene visto come origine del male a cui la guerra con le sue spaventose vicende fa da corollario. Si ha addirittura una debole percezione della fine del conflitto, in quanto i rapporti continuano ad essere difficili, clandestini e conservano tutti una negatività di base.
La scrittura della Kristof risente dei condizionamenti che la vita le ha imposto, sembra che nelle sue parole ci sia molto di autobiografico. nata nel 1935 in Ungheria in un paese senza gas, luce, né acqua corrente, in un nucleo familiare che presto si rompe. Conosce l'esperienza di un riformatorio-collegio dove la Kristof scrive, annota i fatti della sua vita. Giovane e con un figlio piccolo fugge dagli eventi drammatici del 1956, arriva in Svizzera, in un piccolo paese dove si parla francese. Lingua che diventerà importante per l'autrice, sarà "una lotta lunga tutta la vita" per imparare la nuova lingua con cui scrive i suoi romanzi.
La Kristof è autrice anche del romanzo "Ieri", edito come "La trilogia della città di K" da Einaudi.

Un lungo inseguimento

E' stato un lungo, un lunghissimo, inseguimento. E' durato trentacinque anni e forse ancor di più. Non so dove l'ho incontrato per la prima volta. I luoghi potrebbero essere diversi. L'università, la sezione, un altro libro. Propenderei per l'università. Dopo averlo incontrato e conosciuto, ho iniziato la ricerca senza mai arrivare ad una conclusione. Arrivavo sempre tardi, di poco, ma tardi. Una ricerca continuata in ogni città che visitavo, chiedevo come quei detective privati talmente sfigati che se la fortuna non corre loro incontro non saprebbero giustificare l'esistenza in vita. L'ho cercato anche a Pavia e Torino pochi giorni or sono, senza risultato. Non mi sono mai rassegnato a percorrere la via più breve che si era aperta negli ultimi anni. Avrei potuto trovare ciò che cercavo tranquillamente, forse era quel tranquillamente che non si addiceva alla mia ricerca.
Alla fine, un po' per fortuna e un po' per testardaggine, dopo trentacinque anni, la mia ricerca si è conclusa. Alla festa del Pd di Roma, a Caracalla, rovistando nello stand di un libraio, non molto simpatico ma ben fornito di libri vecchi quasi antichi, l'ho trovato. E l'ho anche pagato 18€. Con un leggero senso di colpa per la spesa non indispensabile che soddisfaceva solo un mio capriccio da pseudointelletuale. Andando a controllare l'ho comunque pagato di meno delle edizioni in commercio ora.
Si, va bene, ma di che libro stiamo parlando? Eccolo, Frantz Fanon, I dannati della terra, con prefazione di Jean-Paul Sartre. Nell'edizione Einaudi del 1971, costo lire 1.800.
Ora parlare del libro sarebbe superfluo. Forse perché la decolonizzazione "dovrebbe essere" un capitolo chiuso da tempo. Ma non è inutile perché molte delle teorie di Fanon sono applicabili ad altre situazioni politico-economiche dei nostri giorni. Rileggendo ciò che tanti anni or sono avevo letto a pezzi, ho provato a sostituire alcune parole in interi capitoli o parti molto lunghe di essi senza che la forza politica di parole che si vorrebbero datate venisse meno.
E' interessante ri-leggerlo dopo i fatti di quest'anno nel Nord Africa. Ma non voglio fare la recensione del libro, non ne sarei all'altezza, volevo solo comunicare una mia soddisfazione.
Chi ne volesse sapere di più, oltre alla sua biografia, clicchi per conoscere il lavoro di chi si ispira alle sue idee.

Poiché se gli ultimi devono essere i primi, ciò non può essere che in seguito a uno scontro decisivo e micidiale dei due protagonisti. Tale volontà affermata di far risalire gli ultimi in testa alla fila, di fargli scalare i famosi gradini che definiscono una società organizzata, non può trionfare se non gettando nella bilancia tutti i mezzi, compresa, si capisce, la violenza.
Frantz Fanon

martedì 26 luglio 2011

lunedì 25 luglio 2011

No, onorevole Fini, non ci siamo proprio

Non so se la proposta del presidente della camera Fini sia furbetta o frutto di una ingenuità fanciullesca di ritorno. Di certo non è la logica conclusione del cammino che l'ex Msi, ex An, ex PdL sembra aver intrapreso e che smentisce spesso. Il suo cammino verso una destra europea, conservatrice ma non fascista, verso una destra conservatrice ma non retrograda, verso una destra moderna, fluttuante nelle posizioni a seconda della bisogna, si arena con una semplice intervista. E si arena, per lui che della patria ha un alto concetto e è uno dei valori fondanti, sulla proposta di un governo Maroni.
Se fossimo un Paese serio e attento alla storia recente, già da anni la Lega e i leghisti sarebbero stati perseguiti a norma di codice penale ma essendo un paese (volutamente minuscolo) quasi da operetta, questi signori sono al governo. Pascolano nel prato di Roma ladrona lavorando ad una ipotetica secessione del Nord. E non mi sembra che Maroni, che incidentalmente ricopre il ruolo di Ministro dell'Interno, ovvero un ruolo di salvaguardia dell'integrità nazionale, si sia mai dissociato dai proclami abborracciati e farfugliati da Bossi che tanta approvazione riscuotono dalla base e dai vertici delle camicie verdi. Quindi un Maroni che lavora, fino a prova contraria (ovvero presa di distanza dalla secessione), per la divisione dell'italia ricoprendo un ruolo che la logica vorrebbe incompatibile.
E allora, on. Fini, come può pensare e proporre un Governo Maroni come sostituto del Governo Berlusconi? E come può pensare che il Pd possa essere d'accordo e accettare di votarlo? O forse sto dando troppo credito al partito di Bersani? No, onorevole Fini, non mi dica ora che lo ha fatto per "bruciare" Maroni o per far uscire allo scoperto la Lega. Non stiamo giocando a briscola dove si esce con una scartina per vedere le carte dell'avversario. Stiamo parlano dell'Italia e del nostro futuro, stiamo parlando di qualcuno che sappia ripianare i guasti di anni e anni di malgoverno a cui Lei ha contribuito in prima persona. Non ci siamo, no, proprio non ci siamo.

domenica 24 luglio 2011

Il killer, Kafka e l'islamismo

Domenica di luglio con il sole che va e che viene. Più semi-autunnale che estate piena. E anche i pensieri sono grigio alternati come il cielo. D'altronde non è facile limitarsi e lasciarsi andare al buonumore assoluto. Basta leggere un giornale, per chi ancora lo fa, o ascoltare un qualsiasi telegiornale. Meno il Tg1 che ormai riesce a farci odiare anche gli animali che ci vengono ammanniti ad ogni piè sospinto pur di nascondere o travisare le notizie. Del Tg4 non parlo perché è uno spettacolo di scadente cabaret come il Bagaglino e non parlo nemmeno di Studio Aperto, non ricordo chi sia il direttore ma è sicuramente il clone di Signorini. Chiedo scusa per aver parlato di simili nefandezze. Insomma ce n' è di che parlare, tanto che ci si potrebbe fare un intero alfabeto senza tema di rimanere a corto di argomenti. Non la faccio tanto lunga e mi limito ad un solo tema.
Mi ha colpito stamattina un titolo di Repubblica. Premesso che non sono "titolato" a far le pulci a nessuno, che non ho competenze specifiche  e altro ancora, mi chiedo se il titolo, non parlo del pezzo che ancora non ho letto, non sia "leggermente" fuorviante: "Il norvegese che amava Kafka e odiava l'Islam". E' vero che i titoli sono fatti spesso, troppo, per attirare l'attenzione e non sono più una specie di sunto degli argomenti dell'articolo stesso, ma questo mi sembra un po' esagerato. Una prima lettura induce a pensare che ci possa essere una relazione tra lo scrittore praghese e l'odio per l'Islam. Non sono uno studioso di Kafka e non posso esserne certo ma, a memoria, non mi sembra che nei suoi libri si parli di islamismo e, nel caso se ne parli, non mi sembra sia un tema fondamentale. Comunque, al massimo, gli scritti di Kafka possono istigare al suicidio, al parricidio o alla ribellione verso il padrone. E' vero, è un aspetto minore, e molto, del problema, ma pensate a un giovane che non ha letto nessun libro del praghese e che legga questo titolo, cosa resterà nella sua mente?

venerdì 22 luglio 2011

Oggi ci sta bene

Con questo tempo settembrino...

Nottambuli

Nella notte poco silenziosa si aggirava per la città. Non un bar aperto, poche le macchine in circolazione, ogni tanto una Pantera della polizia o una Gazzella dei carabinieri (ma si chiamano ancora così?). Procedeva radente i muri nascondendosi nell'ombra. In lontananza il rumore della provinciale ancora trafficata dai discotecari e dai camion. Ogni tanto un'ambulanza, chissà chi si è spiaccicato questa volta, chissà chi piangerà ancora una morte inutile. Ma in fondo a lui non importava, erano solo pensieri fuggevoli. Un topo attraversa la strada, si ferma lo guarda e prosegue sulle sue zampette infilandosi in un buco tra marciapiede e manto stradale. Sicuramente attende che il notturno passeggiatore passi oltre.
Volta l'angolo, un condizionatore ancora in funzione richiama la sua attenzione, una luce accesa, dietro le tende si vede una figura che va avanti e indietro, ha qualcosa in mano, sembra un bicchiere, chissà cosa starà bevendo. E' un uomo, ma all'ombra furtiva non interessa, un'altro sguardo è passa oltre. Un gatto, silenzioso ed elegante lo sta fissando dalla panchina. Gli occhi brillanti lo seguono. L'uomo si ferma, ricambia lo sguardo e silenzioso si avvicina, il gatto non si muove, solo la testa segue i movimenti. I peli delle braccia sono ritti, mai fidarsi di un gatto. L'uomo raggiunge la panchina, piano si siede sempre sotto lo sguardo attento del felino che non sembra preoccuparsi di quell'umano nottambulo. Entrambi sono sulla panchina, si guardano, si scrutano ognuno in attesa della mossa dell'altro. Le mani poggiate sulle cosce, immobili, il gatto le guarda alternandole con il viso dell'uomo. Di certo non ha paura, o perlomeno non lo fa vedere, il pelo liscio e tranquillo a differenza dell'uomo.
Passano i minuti e la mano destra si muove, lentamente si avvicina al gatto che non reagisce. Si poggia sulla schiena, sul pelo morbido, grigio striato. Lievemente si sposta in una carezza rassicurante. Il micio lo guarda e attende. Dopo qualche minuto inizia a fare le fusa. Il contatto è stabilito. Il felino si alza sulle zampe per poi accomodarsi sulle cosce dell'uomo. Vanno avanti il tempo di una sigaretta.
Con lentezza si alza facendo scendere il gatto, lo accarezza ancora una volta, si gira e si avvia. Non più solo.

lunedì 18 luglio 2011

Topino

Era talmente caldo che a Filippo e Agata piaceva dormire fuori, non costava nulla rinunciare alla poltrona o al letto in cambio del fresco sotto o sopra l'erba di quel pezzetto di terra semi abbandonato. "E' bella l'estate, pensavano i due mici, se abbiamo fame entriamo dalla finestra sempre aperta, mangiamo, concediamo due coccole a quelli che pensano di essere i nostri padroni e poi di nuovo via all'ombra della verzuretta". Tutto procedeva bene. Finché una notte Filippo non decise di andare a ri-scoprire il mondo.
Con agilità felina (altrimenti che gatto sarebbe?) scese a livello stradale e si inoltrò nella notte chiara che non rendeva bigi tutti i gatti. Agata lo guardava sconcertata, "Che fai? -pensò nella sua piccola testolina- Dove vai? E' tanto che non ti inoltri nei domini del Signore Sconosciuto. Non lasciarmi, torna indietro". Ma Filippo era ormai già lontano nella notte, immerso nei suoi rumori e nei suoi silenzi. La piccola rimase ancora sul muro a guardare le strada. Passarono le ore ma il suo Filippo non tornava, l'aveva lasciata sola. Tornò, mogia mogia, a nascondersi nell'erba in preda alla malinconia. Rimase immobile finché non spuntò l'alba, finché la luce non invase, innocuamente, di nuovo il mondo. Tornò al muro e volse a destra e sinistra il suo musino con gli splendenti occhi verdi, lo fece una, due e altre volte ancora, ma il suo amore, il suo Filippo non c'era. Non  era ancora tornato. Rimase di vedetta ancora a lungo, ma il suo eroe nero e bianco non tornò.
Si aprì la finestra, e la solita voce li chiamò alla colazione. Ma lei era sola, si avviò mestamente girandosi, ogni tanto, indietro alla ricerca del suo compagno, che ancora non era tornato. Non aveva voglia di mangiare, come poteva con quel macigno sul suo piccolo cuoricino? Come poteva mangiare se non sapeva dove era e cosa stesse facendo Filippo? Filippo l'irruento, Filippo il gatto ciuccellone. Si aggirava per la casa come un'anima in pena nel Purgatorio, si accucciava sulla poltrona per scenderne immediatamente, si affacciava alla finestra per occhieggiare tra l'erba se fosse tornato. Tornava alla poltrona. Passava vicino a Topino, il suo grande amico dei tempi che furono, senza rivolgergli uno sguardo, senza dargli nemmeno una "zampatina". La tristezza l'avvolgeva come miele.
Gli umani, almeno questi erano tali, si aggiravano anche loro per la casa e ogni tanto andavano alla finestra per chiamare Filippo, anche loro non ebbero effetto. Il gattone non c'era, chissà dove stava e quando sarebbe tornato. La povera Agata, silenziosa e leggera come una piuma vagava per la casa, nera come l'umore che l'accompagnava. Girando girando, tornò vicino a Topino, lo guardò, lo prese in bocca e lo portò sul letto dove dormivano i "padroni". Erano mesi che non accadeva. Con il suo gesto, la micina aveva esternato tutto il suo dolore. E si rimise in attesa del suo Filippo.


E' TORNATOOOOOOOOOO!!!!!

domenica 17 luglio 2011

Stress test

Gente strana gli italiani, se mai ci fossero dubbi. Le banche italiane hanno superato lo stress test e non siamo scesi in piazza a festeggiare, non abbiamo stappato bottiglie di spumante e nemmeno di vino d'annata. E ne avremmo avuti di motivi per festeggiare. Potevamo, ma ancora facciamo in tempo, festeggiare  i nostri sacrifici già fatti che hanno salvato il culo alle banche e ai banchieri. Potevamo e possiamo festeggiare  i nostri padroni delle ferriere che non corrono il rischio di vedersi toccati i loro poveri compensi dalla manovra finanziaria orrendamente passata con "alto senso di responsabilità" ma bassissimo senso della giustizia, non solo sociale. Vuoi mettere quanto tirano per l'economia nazionale gli stipendi di 1.000 boiardi in confronto a migliaia di operai e impiegati messi in regola e quindi con stipendio sicuro che potrebbero programmare acquisti (dagli elettrodomestici, alla macchina, dal cinema alle vacanze fino all'appartamento) per far muovere l'economia? Ma Draghi si cita solo quando serve per poter dar giù ai ceti medio e medio-basso, mai quando richiama all'ordine i potenti e i politici.
C'è anche qualcos'altro di buono che è accaduto in questi giorni, L'Istat e i giornali tutti si sono accorti che in Italia ci sono i poveri. Non ironizzo. In altri anni il numero dei poveri sulla stampa è passato quasi sotto silenzio, quest'anno lo ha fatto il Tg1, ma il fatto di essersi accorti che i poveri esistono e, quindi, puzzano e creano disdoro, non risolve il problema. Significa solo che finora nulla si è fatto e si ha intenzione di fare. Anzi, con l'immaginifica finanziaria quasi bipartisan, si peggiorano le cose e il numero di morti di fame, già di per sé oscenamente alto, tenderà a crescere ulteriormente. Un modo per ridurli di numero ci sarebbe, e mi stupisce che Berlusconi, Tremonti, Sacconi e Brunetta ancora non ci abbiano pensato. Basterebbe dare direttive all'Istat di cambiare i parametri italiani di rilevamento. Come la scoperta dell'acqua calda.
Se fossi bravissimo, quale veramente penso di essere, avrei ripubblicato i post fatti nel 2008, 2009 e 2010 sui poveri e chiuso il discorso.

venerdì 15 luglio 2011

Di finanziaria, pensionati, sindacati e compagni

E così, dopo averci raccontato per anni che l'Italia non sarebbe stata toccata dalla crisi, che non ci avrebbero messo le mani in tasca, che la lotta contro la criminalità dava i suoi frutti, senza contare che la criminalità ormai l'avevano dentro di loro, al loro stesso tavolo, insomma che tutto andava bene, si è arrivati al redde rationem. Le facili Cassandre che evocavano spettri greci o magrebini (senza le manifestazioni di piazza, per menefreghismo? rassegnazione?) venivano tacciati di furore antitaliano, di screditatori della nazione e altro ancora, invece ci siamo, non ci mettono le mani in tasca, con il ricatto (tutti, destra e sinistra, nessuno escluso) morale, politico, occupazionale, ci costringono a svuotare le nostre stesse tasche, di italiani medio-bassi per censo, a vantaggio di uno status quo che ci porta solo a pagare, come sempre, e mai a prendere. No, non è vero, qualche volta prendiamo, ma dalla parte sbagliata. Ormai l'ombrello di Altan ci fa solo solletico. E fa anche un certo effetto sentire in televisione una deputata del Pd che accoratamente si chiede perché loro, deputati e senatori, non siano stati chiamati a versare nemmeno cento euro di contributo per la dura situazione della Nazione. Voglio crederci per non cadere nella depressione più profonda.
Ma in questo marasma, mi colpisce il rifiuto della Cisl e della Uil a partecipare alla manifestazione dello Spi Cgil davanti al Senato di oggi. Va bene, non sono più veri sindacati, sono quinte colonne aziendali all'interno della classe lavoratrice, ma almeno il buon gusto e il buon senso di salvare le apparenze? Ma i pensionati iscritti a questi due "sindacati" non hanno mai nulla da dire? Va tutto bene? Sono contenti di pagare più tasse che i ricchi? Sono contenti di pagare il ticket sanitario che ricadrà quasi per intero su di loro perché, purtroppo, non fosse per l'età sono i fruitori principali della sanità pubblica?
Bonanni e Angeletti, visto che sulla manovra hanno parlato altri per Cisl e Uil, non hanno nulla da dire sulla norma che introduce l'obbligo per i lavoratori di pagare le spese di giustizia nel processo del lavoro? Un altro favore ai padroni o si pensa che gli operai e gli impiegati si possano permettere tutti di anticipare le spese per istruire un processo? Sicuramente parleranno della causa persa dalla Fiom e dai tre operai della Fiat di Melfi Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Parleranno per dar contro loro e a Landini non preoccupandosi della categoria, a loro ormai estranea, i lavoratori.
Compagno Berlinguer
Di certo non amico per motivazioni
che esulano dall'essere compagno
In tutto questo bordello, metaforico e reale, e in cui non mi inoltro di più, qualcuno non trova di meglio che tirare fuori una polemicuccia estiva sul termine "compagno". Una vera polemica da ombrellone che ha portato in tv ancora una volta il "compagno" Vendola, ansioso e preoccupato di mantenere una visibilità mediatica per mantenere viva la possibilità e l'idea di candidarsi a futuro premier. "Non chiamiamoci più compagni ma amici". E bravo Niki! Così tanto per essere chiari. Si può essere "compagni" senza per questo essere amici, ma conterà anche qualcosa che il 90% degli amici sono compagni? Compagno ha un significato che travalica la normalità. Se ci si trovava, o ci si trova, in un paese che non conosci, facciamo l'esempio ti serviva o ti serve un meccanico, non è raro, secondo a chi ci si rivolge, che ti venga detto "... è anche un compagno". Compagno è sinonimo di garanzia, senza che mi si venga a tirare fuori la storia del socialismo reale, se avete intenzione di farlo, riflettete, studiate e poi ne parliamo. E se non è più così ci si dovrebbe chiedere chi ha sminuito il significato profondo del termine, chi lo ha svuotato di contenuti. Se mi chiamano "compagno" non posso che essere orgoglioso dell'appellativo perché mi si riconoscono valori profondi. E se qualcuno mi dice compagno e comunista sono ancora più contento.
Oh, quanto altro ci sarebbe da dire, da analizzare, ma non voglio deprimervi ancora di più di quello che ha fatto e farà il Governo e la classe politica tutta. Due paroline su l'Unità e sulla stampa. In un precedente post vi avevo parlato di un libro di Cronin, La luce del Nord. Ve ne ho parlato prima che scoppiasse il caso News of the world, il libro sembra scritto apposta. Ho riaperto una linea di credito verso il "mio" giornale. Qualche cambiamento si vede, spero che continui su questa strada.

martedì 12 luglio 2011

Genzano, Pavia, Torino, Casale Monferrato e ritorno

E' caldo, anche pensare costa fatica e sudore. Se poi ci mettiamo che le cose di cui vorremmo e si dovrebbe parlare sono solo fonte di preoccupazione e incazzatura, la voglia di scrivere scema sempre più. Allora facciamo un post che possono leggere, o meglio, guardare anche i pigri. Un post per immagini.
Innanzitutto Lei, la regina del nostro fine settimana lungo. Ci ha tenuto compagnia a Pavia, a Torino e Casale. A dire il vero ci accompagna ancora oggi con la voglia di "grattarsi" i bubboni che ci hanno lasciato per ricordo.
Questo è il Ticino a Pavia, nelle vicinanze del Ponte Coperto. Sarebbe stato banale mettere la foto del ponte stesso. Qui è iniziato il calvario zanzaresco.
Nella chiesa di San Michele, in questa "splendida" foto di Luz, fu incoronato Federico Barbarossa. Vi ricorda niente? La Lega Lombarda, Alberto da Giussano e quei ridicoli uomini in camicia verde?
Potrei scrivere migliaia di parole per descrivere l'emozione del Museo Egizio, i tanti anni di attesa per poterlo visitare nonostante le innumerevoli volte che sono andato a Torino. Un'emozione quasi stendhaliana di fronte a mummie, papiri, sarcofagi, canopi e altro ancora. Esperienza che vale la pena di ripetere enne volte.
Cane torinese con il suo gattino di peluche.
Splendido esemplare di turista giapponese nell'imitazione, malriuscita, di Pocahontas.
Il Monferrato!!
Scorcio di Casale dalla Torre Civica.
Particolare del nartece della Cattedrale di Sant'Evasio.
Non c'è bisogno di parole.
Melograno della Sinagoga di Casale.
Il Russo, il Russino e Gap dopo aver ben mangiato. Questo è quanto, il resto alla vostra immaginazione e al post del Russo.
Dimenticavo.


martedì 5 luglio 2011

Quotidiani

"Dovete rendervi conto di quello che accade oggi alla nostra stampa. Alcuni potentissimi gruppi, i quali si propongono di estendere a tutti i costi il loro dominio, vanno impadronendosi del maggior numero possibile di giornali, senza alcuno scopo più nobile che quello di aumentare le tirature e di rovinare i rivali in un clima di concorrenza spietata. Conosciamo tutti il potere della stampa... per il bene e per il male. E' incalcolabile. Può creare o distruggere un individuo, può fare o disfare un Governo; può addirittura - Dio ce ne scampi - scatenare una guerra. E il nostro Paese, oggi, è incamminato proprio verso lo sfruttamento di tale potere, senza alcuna moderazione né alcun senso della responsabilità, per il raggiungimento di scopi assolutamente indegni, da parte di certi giornali enormemente diffusi in tutta la nazione; ciò potrà condurre in un non lontano domani alla rovina dell'Inghilterra".
"Immagino che secondo voi il vostro giornale candido come un giglio costituisca un'eccezione in questo rovinoso stato di cose".
"E' così, infatti. Nella sua limitata sfera d'azione, segue l'esempio di quei grandi giornali che hanno mantenuto i loro principi ... giornali i quali guidano ed educano il popolo e tentano di formare cittadini intelligenti invece d'una nazione di esseri primitivi istupiditi da un miscuglio di sessualità, di cronaca nera e di scandali".


Archibald Joseph Cronin (1896-1981)
La luce del Nord (1958)
Bompiani (Edizione del 1969, Lire 1.500)

Dopo questa chicca, torno al mio silenzio.