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domenica 26 giugno 2011

Tregua

In un commento su Fb, sulla storiaccia de l'Unità, qualcuno ha detto "...forse è il caso di accettare la tregua che ci è stata offerta." Se ancora lavorassi nel giornale, probabilmente accetterei la tregua, comunque armata, controvoglia come è mio solito, ma l'accetterei. Ma, se potessi, mi rifarei al Manzoni. Come si fa ad accettare la tregua proposta dalla parte avversa che non zittisce gli ex alleati i quali continuano a sparare a palle incatenate con truppe mercenarie su quelli che si vorrebbero schieramenti in rotta?

Poi dato che, come da citazione di un'amica di Fb,"L'insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso stesso in un luogo di tortura" (Emil Cioran), mi sono andato a rileggere le varie definizioni della parola. La Treccani, si ho tradito ancora una volta gli amici Devoto e Oli, ne elenca varie. Per vostra comodità le riporto tutte.

1. Sospensione temporanea delle ostilità stabilita da due belligeranti ed estesa a tutto il teatro di guerra o a un solo settore, stipulata per raccogliere feriti, seppellire morti, prendere misure igieniche, chiedere ordini e istruzioni per agevolare trattative, ecc. Con sign. più generico, sospensione temporanea delle azioni belliche, anche non conseguente a un patto: il giorno di Natale, quasi per un tacito accordo, c’è stata una t. su tutto il fronte.

2. estens. Sospensione di qualsiasi ostilità, cessazione temporanea da una lotta, da rivendicazioni, anche tra fazioni o partiti politici, in campo sindacale, o tra gruppi avversarî o tra privati: queste famiglie ... combatterono molti anni insieme ... e le inimicizie loro, ancora che le non finissero per pace, si componevano per triegue (Machiavelli); tra i due rivali si accese una lotta accanita, che non ebbe mai tregua. Nel sign. proprio, e più spesso negli usi estens. e fig., t. armata, sospensione temporanea di una lotta o di una situazione di contrasto e di polemica, che conserva tuttavia un atteggiamento di sospetto e diffidenza contro un possibile attacco avversario. In partic.:

a. Nel linguaggio sindacale, t. salariale, impegno dei lavoratori, espresso dai loro rappresentanti, di non avanzare richieste di aumenti di retribuzione per un determinato periodo di tempo.

b. T. doganale, sospensione delle ostilità internazionali di natura economica (inasprimento dei dazî doganali, divieti all’importazione e altre misure tendenti a colpire l’economia di un paese).

c. In etnologia, la momentanea cessazione delle ostilità eventualmente esistenti tra i varî gruppi, attuata durante le riunioni delle diverse tribù in occasione delle feste cicliche (di iniziazione, di Capodanno, dei morti), propria di alcune culture etnologiche (Australia, Melanesia, alcune tribù indiane degli Stati Uniti centrali e orientali e dell’Amazzonia).

d. T. di Dio, istituto medievale (formulato in modo particolareggiato nel Concilio Lateranense del 1179), per cui, per rispetto religioso e per obbedienza a prescrizioni della Chiesa, si interrompevano per determinati brevi periodi di tempo tutti gli atti di guerra e di rappresaglia (per es., dalla notte del giovedì al mattino del lunedì, dal Natale all’Epifania, intorno alla Pasqua).

3. fig. Cessazione, pausa, sosta, riposo, riferito a condizioni e situazioni dolorose, penose, spiacevoli: Le sue permutazion non hanno triegue (Dante, della Fortuna); dolori, sofferenze che non hanno t., che non danno tregua; è un seccatore che mi perseguita senza t.; ha piovuto senza t. per quindici giorni. Nell’uso poet. ant., fare tregua con i sospiri, con i pensieri, cessare di sospirare, di preoccuparsi: Giust’è ch’e’ faccia ormai co’ sospir triegua (Poliziano); il messo ... Toglie, affrettando il suo partir, congedo, E tregua fa co’ suoi pensier Goffredo (T. Tasso); con altro sign., venire a patti, venire a un compromesso: Non far tregua coi vili (Manzoni).

giovedì 23 giugno 2011

Improbabile dialogo tra due blogger su l'Unità

Riporto pari pari un testo trovato nella rete riguardante l'Unità. Lo riporto con l'impaginazione originale perché mi dà modo di ribattere punto per punto. Chi volesse leggerlo per intero prima di cimentarsi nella mia logorroica confutazione lo trova qui.
 E’ difficile portare il mio cognome e non essere affezionati a questo giornale. Non mi dilungo a raccontare la storia del giornale che potete trovare qui soprattutto vi chiedo di dare un’occhiata alle penne che ne hanno solcato la carta.
Iniziamo dalla firma del pezzo. Cristiana Alicata e dal suo cognome. Ella è una erede di Mario Alicata che "diresse l'Unità, edizione unificata, dal 10 marzo 1962 al 6 dicembre 1966, quando fu stroncato da un collasso cardiaco dopo un appassionato discorso alla camera dei deputati sul sacco di Agrigento. Era nato il 9 maggio 1918 a Reggio Calabria. Laureato in lettere, critico letterario e studioso di filosofia. Nel 1938 ebbe i primi contatti con gli ambienti antifascisti romani; nel 1940 entrò nel Pci. Nel 1942 venne arrestato e deferito al Tribunale Speciale. Fu scarcerato nell'agosto 1943. Durante la Resistenza fu addetto stampa al comando delle Brigate Garibaldi e redattore capo de l'Unità. Nell'Italia liberata fu direttore della Voce di Napoli. Nel 1954 fondò insieme con Giorgio Amendola la rivista Cronache meridionali. Membro della direzione del Pci e deputato. Tra le opere principali, gli Scritti letterari, con un'introduzione di Natalino Sapegno (Il Saggiatore) e La battaglia delle idee con un'introduzione di Luciano Gruppi (Editori Riuniti)". (Angelo Matacchiera, Viaggio nell'Unità - Storia Uomini Lotte - Editnova) Così ho preso i classici due piccioni con una fava. Ho ricordato Mario Alicata, sconosciuto ai più, e Angelo Matacchiare che dell'Unità è stato valente giornalista nonché autore di questo preziosissimo libro.

Dico solcare perché il giornalismo e la scrittura sono un viaggio e il giornalismo è, dovrebbe per lo meno essere, un viaggio cronachistico nelle pieghe del Paese, un viaggio che un giornale “di sinistra” deve raccontare con sguardo sempre nuovo, uno sguardo che deve somigliare più a quello dello scrittore che del politico.
Sarei quasi d'accordo che se non fosse che l'Unità nasce come giornale politico e ogni sua riga era, ed è stata, permeata di analisi politica anche nei reportage di carattere sociale. 
Tanto per calcare la mano.
Il politico di oggi (inteso come militante di partito) non somiglia a quello del novecento. E’ imbevuto di interesse e di “parte”, lo scrittore invece è nudo e crudo a raccontare la realtà, ovunque essa vada ed offre alla politica lo stato delle cose, gliele offre affinché lui possa cambiarle. Sempre più spesso oggi i politici si limitano a fare analisi logorroiche della realtà a cui non segue alcuna idea.
Ampliando il concetto sopra esposto, il mio disaccordo inizia a diventare più ampio. Il politico è sempre di parte, il politico porta avanti la sua idea, è (dovrebbe) essere il rappresentate delle idee che lo hanno portato ad essere consigliere, deputato o altro ancora. E così gli scrittori non possono prescindere, nello scrivere, da ciò che pensano e ciò in cui credono. Saramago, così non parliamo di italiani, nei suoi scritti non ha messo le sue idee politiche? Non credo.  
La percezione dei nostri cittadini, quella che è ormai sfociata comunemente nell’antipolitica, pur se semplicistica è in parte corretta ed è in realtà la declinazione basica (cioè la vulgata comune della “base”) dell’eterno dibattito che ha visto in questi quasi 100 anni l’Unità come protagonista.
Da sempre l’Unità è il luogo di discussione metafisico dove il dibattito del più grande partito di opposizione svolge il suo tema prediletto, punto nodale dell’eterna diatriba interna.
L’Unità è il luogo dove “fedeli alla linea” e “dissidenti” si sono incontrati e scontrati spesso.
Basti pensare ad Elio Vittorini ed alla polemica su quale forma dovesse avere l’impegno degli intellettuali. O alla fondazione del Manifesto a seguito dell’espulsione dal PCI di Luigi Pintor e Rossana Rossanda.
D’Alema e Veltroni sono stati tutti e due direttori nell’ultimo esercizio post-alicatiano di dare il giornale ad un dirigente di partito “attivo”.
L’“epurazione” di Concita De Gregorio, rientra in questo eterno dibattito. Ed è un delitto in cui c’è il cadavere, c’è il movente e c’è l’assassino che sta lasciando impronte ovunque. Non posso nemmeno citare Pasolini per dire che so, ma non ho le prove. Lo sappiamo tutti e abbiamo anche le prove. Sappiamo tutti che Concita è una direttrice dell’era veltroniana, di un’idea più aperta di partito, liquida, osmotica. Visione che non funziona nella gestione di un partito, ma funziona nella gestione di un giornale, nel suo contenuto, almeno a mio parere. Il limite del nostro partito è che D’Alema e Veltroni (intese semplicisticamente come le due anime del partito) vogliono gestire il partito e la comunicazione con lo stesso metodo essendo loro figli del monolitismo novecentesco.
E qui veniamo al punto, ai punti dolenti, molto. Parlare di epurazione mi sembra uno sproposito, è un "normale", seppur tardivo, avvicendamento dovuto principalmente al fallimento della sua missione giornalistica e "politica". Il cadavere (se non fermiamo la malattia), è vero, ci sarà. E' il giornale, è l'Unità. L'arma anche, la cattiva gestione "delle risorse umane" e del patrimonio culturale del giornale. Di conseguenza c'è anche l'assassino, in questo caso assassina. ed è vero, sta lasciando prove ovunque. Basta andare in una qualsiasi edicola e chiedere quante copie si vendono de l'Unità. Appunto, non si può citare Pasolini perché sappiamo e abbiamo le prove. Il numero di copie vendute, il numero di cassintegrati prima e prepensionati poi, il numero di collaboratori, più o meno contrattualizzati, che hanno dovuto lasciare il giornale per trovare poi spazio al Fatto Quotidiano o in altre redazioni o stare bellamente a spasso. E le colpe non si possono scaricare solo sull'editore perché giornalisti e poligrafici, oltre a essere dipendenti del Padrone, lo sono a pari onere e onore anche del Direttore giornalistico. Appunto, De Gregorio è vittima del partito liquido veltroniano, talmente liquido che è evaporatonei numeri e nelle proposte politiche. E, questa visione del partito e della politica, corre il rischio di far evaporare il giornale e i suoi lettori. Un giornale deve essere qualcosa di solido, di tangibile che la mattina deve essere un pensiero fisso: "Devo comprare il giornale". E non una eventualità secondo ciò che accade nel mondo.  Sul monolitismo taccio, ci vorrebbe troppo spazio.

Nel novecento il legame tra pensiero grande e partito era ancora forte ed era difficile scindere le due cose…chi faceva politica aveva esperienza della società e la società era meno complessa. Oggi va detto senza timore che chi è cresciuto nella fedeltà di partito difficilmente riesce a muoversi nella complessità della società del nuovo secolo e nello stesso tempo non si può gestire un partito come se fosse un movimento e riducendo a simboli i settori della società (le famose candidature tematiche veltroniane).


Anche qui ci vorrebbe troppo spazio perché l'argomento esula dalla questione portante. Trovo, senza offesa, quasi risibile l'affermazione "Oggi va detto senza timore che chi è cresciuto nella fedeltà di partito difficilmente riesce a muoversi nella complessità della società del nuovo secolo"
Mandare via Concita de Gregorio è il più grande errore che Bersani può fare oggi. E lo sta facendo lui, in persona. Non so se abbiamo anche trovato un modo per fare calare le vendite ad hoc (è facile quando il “partito” è il più grande cliente del giornale). Non so quanto ha pesato una redazione fortemente scelta su criteri correntizi e non meritocratici ereditata da Concita.  Magari oggi quella parte  ora è pronta a non mettere più i bastoni tra le ruote del prossimo direttore che, ricordo, è il giornalista intervistatore del libro appena uscito di Bersani. Maschio, 50 anni, giornalista de Il Messagero che si occupa di stampa parlamentare. Insomma uno imbevuto nei partiti e nelle loro dinamiche.


Parlare di complotto francamente lo trovo esagerato, organizzare catene di boicottaggio all'Unità per far calare le vendite è una ipotesi che non sta in piedi. per mandare via un direttore basta la volontà dell'editore, non c'è bisogno di organizzare auto-boicottaggi. perché non si vuol prendere in considerazione che de Gregorio potrà essere una buona giornalista ma non è una buona direttrice? Totti è un buon attaccante, se lo metti in porta è una pippa, così è chiaro? Da dove prende le informazioni su una redazione basata su criteri correntizi? la sola ipotesi sarebbe comica se non si stesse parlando di persone, di lavoratori, di professionisti. Chi ha fornito questa spiegazione all'Alicata? E come può parlare di meritocrazia? Forse è stato mai all'interno della redazione del giornale o conosce tutti i giornalisti della redazione? Mancava solo la pretesa discriminazione di genere. per non incorrere in questa accusa ci si doveva tenere la De Gregorio anche se stava portando alla morte per la seconda volta l'Unità. E perché aver scritto un libro-intervista a Bersani deve diventare una nota di discredito? Ho difeso la De Gregorio quando veniva accusata che una giornalista che aveva seguito Sanremo non poteva e doveva fare il direttore de l'Unità e ora mi trovo a dover difendere un giornalista perché ha intervistato Bersani? Ragassi, mica siam pazzi!!
E tralascio tutte le considerazioni ulteriori sulla "macelleria sociale" e professionale attuata dalla direttora nella sua furia repubblichina (da Repubblica, sia chiaro).
Diciamo che questa operazione mi ricorda l’epurazione di Biagi. Lo dico chiaro. E’ la cosa più berlusconiana che vedo fare al PD (ex DS, exPDS, exPCI) da quando sono al mondo.


E quando cambiarono Colombo e Padellaro non sono sembrate operazioni berlusconiane? No, non ci siamo. Chi accetta di dirigere un giornale accetta anche la logica che c'è dietro. O si vendono copie o si va a casa, può dispiacere ma è così.
Concita è una delle penne più condivise sul WEB. Non porta soldi, certo. Porta consenso, perché comunque la gente il nostro popolo – quello fuori dalle dinamiche che capiamo solo noi, la identifica ancora con il PD l’Unità. Concita è invitata in tv a parlare e quando parla tutti la considerano una delle voci del PD. Gente come Concita tiene unito al PD quel pezzo border line che riesce a dialogare con i movimenti, con gli incazzati, con le donne, con i giovani, con i gay. Insomma con quel pezzo non rappresentato dal partito adeguatamente e che però rappresenta la complessità di una società moderna. Concita è stata un punto di riferimento per tutti coloro che credono ancora che questo partito possa migliorare e quindi ha contribuito a farlo votare. Concita è, doveva essere, l’altra faccia di Bersani. I due volti, vivendo contemporaneamente, erano l’esercizio di gestione interna e di dialogo con l’esterno. Organizzazione e comunicazione. Tradizione e innovazione. Declinare più fortemente la convivenza di questi due aspetti era la direzione da prendere adesso.

Il successo di Concita è la dimostrazione di come il livello di preparazione politica è crollato in questi anni. In passato sarebbe stata una media funzionaria di partito e non sarebbe diventata, con le sue banalità e le sue contraddizioni "una maestra del pensiero". Le sue parole sono come l'acqua che scorre, nemmeno impetuosamente.
Invece sta accadendo in tutti settori del Partito una cosa strana. Le urne hanno parlato chiaramente. Premiando la dirigenza diffusa del Partito, ma non le scelte che il partito fa per guidarla se si escludono i casi di Torino e Bologna. L’elettore del PD sembra dare fiducia al progetto ma chiede un cambiamento e lo chiede in modo chiaro premiando candidati più di sinistra, più movimentisti, più carismatici e scelti in modo più innovativo. In sostanza tiene il PD (i volti della dirigenza diffusa, di seconda linea), ma non i volti di cui si dota per farsi rappresentare. Anche i referendum su cui siamo stati tiepidi se non contrari e scettici (come non dimenticare la fatica che abbiamo fatto sull’acqua pubblica) sono un risultato nato dal basso e poi, in seconda battuta, abbracciato dal PD. E accanto a quella suggestione, quell’anticipo di vittoria, quegli entusiasmi scordinati, Concita c’era sempre. E con lei, quindi, un pezzo di PD. E anche grazie a lei, oggi, noi possiamo attribuirci a pieno titolo parte di queste ultime vittorie. Vedo D’Alema (il meno rappresentativo di queste vittorie) parlare a Ballarò dopo i referendum. Sembrava di essere nel 1996. Sento dire che l’UDC è fondamentale quando queste urne hanno decretato l’inutilità del Terzo Polo. Cosa sta succedendo? Perché ci manca quel coraggio di cavalcare l’onda? Perché stiamo riponendo la tavola da surf e proteggendoci dallo stesso vento che stiamo chiamando “bello”? Qual è la paura? Invece di aprire delle porte a chi interpreta rapidamente per attitudine genetica, questi cambiamenti, il PD si sta barricando. Si sente persino il giro di chiave, i ponti levatoi che si alzano con gran fragore metallico. Io personalmente ho una crisi di claustrofobia. La mia prima da 4 anni a questa parte.


Del Pd non me ne può importare di meno.
Quello che io farei oggi, invece, è dare maggiore delega a Concita, chiederle di continuare il suo lavoro, lavorarci fianco a fianco. Aiutarla a lavorare meglio. Continuerei a chiederle di tenere aperto quel portone, calpestabile quel ponte, avvicinabile quella carta. E’ tipicamente italiano scegliere per fedeltà, avere a fianco un “simile”. E’ straordinariamente coraggioso ed europeo mettersi accanto qualcuno, nella battaglia che ci aspetta, che ci offra un altro punto di vista. Bersani, non farlo.


Mi dispiace dire che se aveste visto all'opera la direttora, una esortazione del genere non vi sarebbe mai passata per la mente. Come dicevo sopra, la sua furia repubblichina l'ha portata a smantellare un giornale calpestando qualsiasi tipo di professionalità. Spostamenti cervellotici di giornalisti (sono un ex-poligrafico quindi non ho interesse nel difendere i giornalisti che tra l'altro saranno in grado di farlo da soli), smembramenti di redazioni e chiusura della Cronaca di Roma proprio quando si sarebbe dovuta rinforzare: l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma. E qui mi fermo anche se di errori ce ne sono stati altri.
Appendice
Non dimentichiamo, parlando di numeri che:
-         l’Unità è un giornale che malgrado abbia un editore privato, viene ancora considerato un giornale di partito dalla gente comune. Sponsor compresi posso testimoniarlo personalmente dalla visibilità di molti piani media di investitori privati.


Non ci vedo nulla di male a pensare che il giornale sia visto come quotidiano di riferimento di un partito. Il problema è che in questo paese, con una democrazia malata e un presidente del consiglio che aveva ed ha interessi nell'editoria e nella pubblicità, non esiste più la normalità.
-         una volta le sezioni acquistavano l’Unità per appenderla in bacheca tutti i giorni. Mi domando se questa cosa accade ancora. Mi domando dove non accade se non accade per caso o per un disegno. Mi domando se con un nuovo direttore, invece, le cose cambieranno


Sono anni che non accade, partito liquido come ha detto sopra, le dice nulla?.
-         chi la comprava ogni giorno per affetto piano piano va morendo per età anagrafica. Nella mia famiglia soltanto nel giro di 10 anni si sono persi 2 acquirenti.

Non per essere volgare, intanto mi tocco. Non le sembra un luogo comune pensare e dire che i giovani consultano il web e i "vecchi" sono ancorati alla carta stampata? Se fosse come lei dice la crisi dell'editoria sarebbe ancora più grande di quanto è. 
-         chi è giovane oggi consulta il web.
Fonte


Avvertenza. Non ho alcuna intenzione di rileggerlo e apportare modifiche e/o correzioni. Se volete segnalatele. 

Ho tre possibilità

Ho tre possibilità:
- smentirmi e, dopo il post "De Gregorio, capitolo chiuso", continuare a parlare de l'Unità, della direttora che sparla del giornale da lei diretto e affondato fino a farlo diventare un foglietto di carta, delle "truppe cammellate" che si sono attivate per difenderla nella rete e delle allegre cazzate sparate da gente che non sa o fa finta di non sapere e che si leggono nei post, in fb o sui giornali;


- parlare dei manifesti politici di una volta e di quelli attuali (argomento già trattato qui e qui);

- scegliermi un argomento a caso, come i temi "a piacere" scolastici, e  sproloquiare per sette/ottomila battute, tanto per tenermi nella media;

- tacere (fino a quando non saprei dire)



Rifletterò. Anche perché le possibilità sono già diventate quattro.

mercoledì 22 giugno 2011

Siamo ancora qui a chiedere la "normalità"

Forse sbaglio, però ho avuto l'impressione che l'anniversario della morte di Enrico Berlinguer (11 giugno 1984) sia passato un po' sotto silenzio. Allora, a mio modo, cerco di ovviare alle manchevolezze altrui pubblicando due frasi pronunciate nell'aula di Montecitorio il 20 febbraio 1976 e il 14 luglio 1977. Parlare dell'attualità politica e del significato profondo di queste parole è sicuramente pleonastico (potevo benissimo usare "inutile", ma ogni tanto debbo far vedere che conosco qualche parola difficile). Su di esse dovrebbero riflettere altri.

"... I partiti politici non possono ridursi ad adagiarsi sulle posizioni della parte più torbida e tarda del loro elettorato. Questo significherebbe una abdicazione alla funzione che dovrebbe essere propria di tutti i partiti democratici, cioè quella di guidare, promuovere, formare una coscienza politica più avanzata ..."

"... Al vertice di questa piramide sociale vi è l'egoismo esoso di gruppi ultraprivilegiati che non vogliono mollare un'oncia delle loro ricchezze. Alla base vi sono moltitudini di sfruttati, di diseredati, di cittadini che non hanno nemmeno un lavoro ..."

Sono passati più di 30 anni dalla pronuncia di queste parole, e tanti altri prima di lui avevano ribadito gli stessi concetti, ma siamo ancora qui a chiedere la "normalità".

lunedì 20 giugno 2011

De Gregorio, capitolo chiuso

Bella cosa la rete!!
Girando si trovano cose divertenti. Qualcuno si ricorderà di un post su Wikio, non dico che ci risiamo ma quasi. Non so quale sia il motivo, e nemmeno penso che verrò a saperlo, ma il precedente post, L'Unità di Concita, non appare nella mia pagina, come se non l'avessi mai scritto. Lo stesso post, in altri aggregatori, l'ho trovato attribuito ad altri blog, pari pari, senza nemmeno cambiare una virgola, senza citare l'autore ma con il link nel titolo giusto. Misteri della rete. Non so quanto gaudiosi, ma sempre misteri.
Foto Gap
Così come sono misteri, sicuramente non gaudiosi, alcuni post che adesso "sparano" addosso a Concita De Gregorio. In particolare uno mi ha stupito. Post assolutamente veritiero, a parte qualche imprecisione, scritto da una giornalista entrata come collaboratrice de l'Unità con la Direttora. Poco prima che io uscissi dal giornale e, quindi, non so dire fino a quando lei sia rimasta. A scoppio ritardato, e di molto, si accorge che la politica giornalistica di De Gregorio era sbagliata. Non se ne era accorta quando i suoi giovani colleghi, con più anzianità di lei, andavano via? E' la resipiscenza a scoppio ritardato che mi preoccupa, in questo caso come nei pochi casi verificatisi in Rai.
Qualche altra cosetta sulla direttora però la voglio dire. E' arrivata al giornale con la prosopopea "repubblichina", con stampate sulla faccia le parole: "Adesso ve lo faccio vedere io come si fa un giornale nuovo, moderno e svincolato dai partiti". C'è riuscita talmente bene che L'Unità di questi anni non si è capito bene cosa fosse. E sarebbe interessante una indagine sui nuovi e vecchi lettori de l'Unità. E' arrivata con tutti i pregiudizi possibili verso la redazione, secondo lei fatta di ex-comunisti/e trinariciuti e trimammelluti. Talmente convinta di ciò che ha fatto di tutto per smantellarla senza minimamente porsi il problema della professionalità, della bravura, insomma di nulla. E' passata sopra tutto, preparazione, professione e storie personali come una schiacciasassi.
Fino a che sono stato nella redazione, 30 giugno 2009, entrava ed usciva senza degnare di un saluto i poligrafici e, spesso, anche i suoi colleghi. Personalmente posso dire che le poche volte che sono riuscito a parlarle mi indisponeva per il tono di sufficienza e per pretese che, se avessi attuato, sarebbero costate al giornale soldi spesi inutilmente. Ma ora è inutile andare avanti, se non ho scritto prima è perché non potevo far del male al "mio" giornale e ai suoi lavoratori. Nonostante tutto ho passato 33 anni più o meno belli con quelle persone.
Con questo chiudo il capitolo De Gregorio

domenica 19 giugno 2011

L'Unità di Concita

Quando ci fu il cambio dalla direzione di Antonio Padellaro a quella di Concita De Gregorio, si scatenò una ridda di voci degne di miglior causa. Furono dette tante di quelle cazzate, altro modo per chiamarle non c'è, che in molti tengono ancora le finestre aperte per farle uscire. E tante, troppe, furono dette e scritte da coloro che si vantavano di non aver mai letto l'Unità o di leggerla una volta ogni tre mesi. Si misero in dubbio  le qualità della futura direttora, le si imputavano il fatto di aver scritto articoli su Sanremo e altre amenità che dimostravano la scarsa o nulla conoscenza della materia. Una delle più grosse accuse che le si facevano preventivamente era che avrebbe portato all'Unità giornalisti provenienti dal Giornale o dal Foglio. In Italia, se si può sparlare senza ragion veduta si gode di più. E si sparlò anche di Soru. Come detto nel precedente post, chi volesse sapere cosa ne pensassi all'epoca può andare a rileggersi i post e i commenti, a volte più interessanti dei post stessi. Nemmeno mi interessa dire che, a parte i modi e le motivazioni della defenestrazione di Padellaro (e prima di Colombo) erano e sono ancora risibili come dimostra la fortuna del "Fatto quotidiano", "difesi" la direttora dalle illazioni e i dubbi posti su questo blog. Quindi, se ora, a distanza di anni, ne parlo "male", lo faccio a ragion veduta.
Mi fanno ridere coloro che le danno la patente di grande giornalista, di grande direttore, di maitre a penser del femminismo, e altro ancora. Ho sempre creduto che la "grandezza" del proprio pensiero si concretizza nella "grandezza" delle proprie azioni. Avendo visto e "subito" le azioni, diretta emanazione delle sue idee e/o non osteggiate se derivanti da idee di altri, di De Gregorio ribadisco la mia totale indifferenza verso il suo destino professionale.
Gli investimenti fatti per ridurre il formato de l'Unità, per il progetto grafico e per la ristrutturazione del personale poligrafico e giornalistico costata come al solito lacrime e sangue, per essere redditizi, avrebbero dovuto portare ad un raddoppio delle vendite. Cosa non avvenuta. Quindi avrebbe dovuto lasciare il posto già da tempo.
Ma vogliamo parlare dei suoi presunti editoriali di seconda pagina? Più adatti ad un giornale femminile, senza offesa, che ad un giornale politico con sì tanta storia. Come dicevo e dico, spazio tolto alle notizie. Oppure dei commenti ridotti a un colonnino dove a mala pena si riesce a dire l'argomento di cui si vuole parlare? O vogliamo parlare della mortificazione della redazione? Dei cambiamenti a coda di gatto di redattori spostati quindici giorni qui e quindici lì? O del massacro dei collaboratori preesistenti per far posto a collaboratori di propria conoscenza (senza mettere bocca nelle qualità degli uni e degli altri)? O vogliamo parlare del massacro della Segreteria di Redazione e dell'Archivio? Della demotivazione di coloro che ci lavoravano che pur di andar via hanno salutato il prepensionamento inginocchiandosi e ringraziando quel Dio a cui non hanno mai creduto o hanno accettato di andare in altri posti pur guadagnando meno?
Dall'età di 14 anni compravo l'Unità, ho smesso dopo qualche mese dall'entrata in cig, chissà se un eventuale nuovo direttore mi porterà di nuovo ad acquistarla, ma, principalmente, a leggerla e condividerne, se non tutto, almeno qualcosa.

Scritto prima della ufficializzazione dell'abbandono de l'Unità.

sabato 18 giugno 2011

Mi dissocio

Foto Gap
Non ho letto, e non ho intenzione di farlo, l'articolo di Concita De Gregorio su l'Unità e sulla sua presunta sostituzione, chi volesse farlo lo trova qui. Come non trovo appassionante partecipare alla conta delle firme di coloro che la sostengono e non vorrebbero che lasciasse la direzione de l'Unità. E nemmeno mi interessa sapere se dietro tutta l'operazione c'è D'Alema, Veltroni, la Stasi, il Kgb, la Cia, Pio Pompa e i servizi segreti italiani. Non mi interessa nulla della fine professionale della direttora.
C'è dell'astio nelle mie parole? Sì.
Se volete avere una mezza idea del perché vi potete leggere i post con l'etichetta l'Unità.

martedì 14 giugno 2011

Risultati referendum Genzano di Roma

Genzano di Roma
Referendum popolare n. 1 =  67.03 %  SI 97,32

Referendum popolare n. 2 =  67.02 %  SI 97,53

Referendum popolare n. 3 =  67.05 %  SI 96,05

Referendum popolare n. 4 =  67.02 %  SI 96,04


Particolare di quadro dell'Infiorata.
Foto di Gap

giovedì 9 giugno 2011

Edizione straordinaria



Buonasera. Apriamo questa edizione straordinaria con una notizia sconvolgente che influirà e condizionerà la vita di tutti gli italiani. Una decisione che avrà riflessi sull'economia, sulla cultura, sulla società, sulla famiglia, sulla religione, sulla politica. Un autentico terremoto:

Il calcio è stato abolito

La drammatica e sconvolgente decisione è stata presa all'unanimità in una seduta congiunta da Deputati, Senatori, Presidenti delle Regioni e altre alte cariche dello Stato. Il comunicato, emesso alla fine della riunione blindata del Palazzo dello Sport (ironia della sorte o legge del contrappasso) di Roma, precisa che l'abolizione del calcio è immediata. Chiunque verrà trovato in possesso di un pallone da calcio regolamentare sarà subito arrestato per possesso di strumento atto ad offendere, chiunque verrà trovato a giocare su un campo regolamentare verrà arrestato per adunata sediziosa e possesso di arma impropria. Il gioco del calcio è vietato in ogni sua forma ai maggiori di 15 anni, possono correre dietro ad un pallone, di peso non superiore ai 150 grammi, meglio sarebbe se di stracci o di carta, solo bambini, con il 50% di femminucce, fino ai 15 anni. Agli adulti, di qualsiasi sesso, è interdetta la presenza nel raggio di 150 metri. I bambini possono giocare solo ed esclusivamente in strada, con il rischio di essere investiti così apprendono anche il valore della vita, in spiaggia, solo se rispettato il limite dei 150 metri. Si consiglia, nel comunicato, il gioco del calcio in strade possibilmente in salita. Qualora fosse trovato un adulto nel raggio degli stabiliti 150 metri verrà arrestato e condannato per direttissima per corruzione di minorenne. Chiunque fosse trovato a scommettere sui risultati dei giochi di bimbi verrà fucilato sul posto senza processo alcuno. Tutti gli impianti sportivi dedicati al gioco del calcio verranno riconvertiti in campi di lavoro o in impianti fotovoltaici, i calciatori verranno destinati a detti campi, divisi in serie A, B fino alle più basse categorie. Nel provvedimento vengono indicate anche le pene per tutti gli altri addetti gravitanti intorno al calcio. Presidenti, amministratori, manager dei calciatori, sono condannati ai lavori forzati nelle catene di montaggio della Fiat di Marchionne.
Da oggi, fino a nuovo ordine, tutte le frontiere sono chiuse fino all'internamento di tutti i soggetti interessati. Per i barconi che tenteranno l'espatrio clandestino di calciatori e dirigenti, è stato dato ordine di sparare a vista fino ad affondamento certo. Altre norme nel decreto che verrà pubblicato domani sulla Gazzetta Ufficiale.

Dopo che avrete letto questa cazzata, ricordatevi di andare a votare QUATTRO SI'

mercoledì 8 giugno 2011

Condividete !!

Un gruppo di associazioni  femminili e femministe, A.F.F.I., Amiche ABCD, Arcidonna, Aspettare Stanca, Donne della Banca d’Italia, CEMP (Milano, Consultorio familiare privato Laico) , Cittadinanza Attiva, Corrente Rosa, Diversamente Occupate,  Donne della Banca d’Italia, Donne in Quota, Donne in volo, Filomena, Gruppo Maternità & Paternità, Innovatori Europei, Leipuò, Lucy e Le altre, Ozio Creativo Society, PariMerito, Pari o Dispare, Rete per la Parità, Udi Nazionale, Usciamo dal silenzio, Valore D,
ha sollevato la questione della destinazione dei fondi generati dall'aumento dell'età pensionabile delle donne.
Il Governo si era impegnato ad utilizzare i risparmi che ne derivano, circa 4 miliardi in dieci anni, per interventi dedicati a favorire l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro e per conciliare i tempi di vita e di lavoro.
Non si capisce dove siano finiti questi soldi!

APPELLO.
QUATTRO MILIARDI (ERANO) TUTTI PER NOI:
GIU’ LE MANI DAI FONDI GENERATI DALL'AUMENTO DELL'ETA’ PENSIONABILE DELLE DONNE
E’ in atto un grave furto alle donne italiane, che rischia di passare inosservato.
Il Governo, con l'aumento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego (come da standard europei), si era impegnato ad utilizzare i risparmi che ne derivano - 4 miliardi circa in dieci anni - per interventi dedicati a favorire l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, per la conciliazione fra tempi di vita e tempi di lavoro e per il fondo non autosufficienza.
Quattro miliardi  nei primi dieci anni e, dopo, 242 milioni di euro a regime ogni anno: sono cifre che mai le donne italiane hanno potuto anche solo sognare.
Dobbiamo difendere questo tesoro: consentirebbe alle donne italiane e a tutto il Paese di rimettersi in marcia verso gli obiettivi europei, non solo in termini di equiparazione femminile, ma anche di crescita economica. L'Italia stenta a crescere e non può quindi ignorare ciò che è universalmente riconosciuto: il miglior ricostituente per lo sviluppo  è un tasso di occupazione femminile elevato.
4 miliardi in dieci anni per 4 obiettivi:
-        un programma pluriennale di investimento pubblico e tracciabile dei “nostri” quattro miliardi
-        più servizi per la conciliazione di tipologia diversificata
-        più misure a favore dell’inclusione delle donne nel mercato del lavoro a tutti i livelli
-        chiara identificazione dei  rappresentanti politici e sindacali che realmente si impegnano a sostenere il programma per le donne italiane
Noi che firmiamo questo appello ci mobilitiamo per una azione politica – pubblica e visibile -  contro un furto insopportabile per le cittadine di questo paese, irreparabile se dovesse giungere a compimento. Persi questi soldi, sarebbe davvero difficile continuare a parlare di misure per la conciliazione e politiche di inclusione femminile.

martedì 7 giugno 2011

Amianto all'interno del parco di Bomarzo?

Prima di scrivere questo post ho atteso di avere qualche certezza. Purtroppo i miei tentativi di avere notizie sicure sono andati a vuoto. Telefonando come semplice cittadino e turista, quale sono, ho chiesto di parlare con il responsabile dell'Ufficio Ambiente del Comune  di Bomarzo. La persona che mi ha risposto mi ha detto che non ne sapeva nulla e che è molto tempo che non visita il parco. Alla mia obiezione che se la copertura, che si vede nella foto, fosse realmente stata di eternit sarebbe pericolosa e sarebbe dovuta essere rimossa, mi ha, a sua volta, obiettato che "Non è detto. Bisogna vedere se l'eternit è stato fissato" e altre particolarità tecniche che non conosco e non mi competono.
Di solito non mi accontento della prima risposta e, infatti, ho telefonato alla società che gestisce il Parco per avere notizie di prima mano. Non voglio e non vorrei causare danni a nessuno. Il post, come potete leggere, è tutto in forma dubitativa. Peccato che nelle diverse telefonate da me fatte, non sia riuscito a parlare con nessuno. Nessun responsabile presente, "Non sono ancora arrivati", "Forse è in giro per il Parco", "Non saprei che dirle, richiami più tardi".
A questo punto, a dire il vero, sono io a non sapere che dire. Ad essere maligno dovrei osservare che il dipendente comunale è stato molto solerte a telefonare alla società privata che gestisce il Parco, oppure che sono stato molto sfortunato quando ho cercato un referente qualsiasi per porre la banale ma importante domanda: "La copertura è in eternit?". L'ho fatta a chi mi ha risposto al telefono, ma non sapevano nulla, nemmeno di cosa parlassi.

Giacché ci sono. Quando si arriva al parcheggio antistante l'entrata del Giardino di Bomarzo c'è il casotto dei bagni. E' una esperienza che va vissuta, non bella come la visita ma sicuramente istruttiva. Sporchi e angusti, nulla a che vedere con quelli interni anche se non eccezionali. Sul parcheggio stazionavano diversi autobus che avevano portato fino a Bomarzo alcune scolaresche. Mi chiedo, anzi, ci siamo chiesti con la mia famiglia: ma gli autisti dei pullman dove faranno i loro bisogni corporali nelle lunghe ore di attesa? Non avrebbero diritto anche loro a dei servizi igienici degni di tale nome?

Il Giardino in sé è comunque meritevole di una visita. Emozionante in alcuni punti, bello nella sua totalità. Speriamo che pongano rimedio alle due carenze descritte. Sarei ben contento di pubblicare un post con l'avvenuta, eventuale, bonifica dei bagni e della copertura in eternit.

domenica 5 giugno 2011

Se continuate voto quattro NO !!

Basta, per l'amor di Dio! Forse è la volta che divento credente da ateo inveterato.
Mi state sfracellando gli attributi, già di per sé rotti per tanti altri motivi. Non ricevo mail che mi parlino di altro se non dei referendum. Non incontro persona che non mi ricordi di andare a votare. Vai a fare la spesa e incontri sempre chi ti ricorda di non andare al mare, tanto non ci vado comunque, ma di andare a votare. Non c'è profilo Fb che non mi ingiunga di votare sì. Tutte con 'ste faccine del cazzo, Cipputi, Vauro, Topolino, Pippo e Paperino, la Banda Bassotti, Arsenio Lupin, Holly e Benji. Manca solo Heidi e poi ci sono tutti. Vai al bar e, immancabilmente, trovi il buontempone che ti fa la battuta sull'acqua usata per fare il caffè. Ti compri sei bottiglie d'acqua minerale leggermente frizzante perché l'estate in questo paese del ciufolo ogni tanto le fontane non gettano acqua e nemmeno vino, e, immancabilmente, trovi quello che ti magnifica l'acqua pubblica e quanto costa quella minerale. Se solo ti azzardi a dire; "Mi vado a fare una doccia", è una cascata (per rimanere in tema) di parole che vorrebbero spiegarti il significato dei referendum sull'acqua a te che già sai o pensi di sapere tutto e anche di più.
Per non parlare del nucleare. Continuate così e installo una centrale sul balcone e poi provoco una fusione che rada al suolo tutto e tutti. E che dire del legittimo impedimento? Voterò No tanto per fare dispetto a voi che mi torturate con i SI. Basta, basta, basta.
Andate a convincere altri, non convincete i già convinti. Fatelo per la mia, e penso di non essere solo, sanità.
DOMENICA VOTERO' QUATTRO SI'. MA ...

sabato 4 giugno 2011

Chiedo scusa per aver mischiato il sacro con il profano

Tanto si è ironizzato, e si continuerà a fare, sul Pd e sui suoi tanti segretari politici. Sulle richieste più o meno proprie, sui tempi e sui modi di verifiche e cambiamenti di linea e di dirigenti, che forse non si è prestata sufficiente attenzione alla nomina  di Angelino Alfano a segretario del PdL.
Ad essere buoni si è detto: "Berlusconi ha indicato" e tutti lì proni ad assentire, in altri casi si è andati direttamente al: "Berlusconi ha nominato". Ovvero ipse dixit e tutti ad obbedire, altrimenti, fora da i ball.
Nel 1984 si tenne a Verona il congresso del Psi, quello rimasto famoso per i fischi a Berlinguer (12 maggio) e per l'elezione per acclamazione di Bettino Craxi a segretario. Qualcuno ricorderà anche le polemica per quel tipo di elezione e per i "pericoli" per la democrazia interna al partito stesso e per estensione alla vita politica del paese. Ormai siamo tanto assuefatti al berlusconismo che nessuno ha niente da dire sulle modalità di nomina di un segretario di partito. Ah, i bei vecchi congressi del Pci dove ci si spaccava (anche le palle) su una parola, dove si votavano anche le virgole ma poi, con il centralismo democratico, si tornava a fare politica tutti verso un unico obiettivo!
Per inciso. Un mese dopo quella pagina vergognosa della storia del Psi, Berlinguer morì. E nulla aggiungo.

Si dice che Luigi XIV, conosciuto anche come Re Sole, abbia detto: "L'état, c'est moi!", Lo Stato sono io. Probabilmente, secondo alcuni storici, la frase il Re Sole non l'avrebbe mai pronunciata, ma quasi certamente ha detto: "Je m'en vais, mais l'État demeurera toujours", ovvero Io me ne vado, ma lo Stato resterà per sempre.
Forse il nostro premier questa seconda frase non la conosce, come non la conoscono i suoi lacchè. Una cosa simile la dissi ad uno dei direttori de l'Unità che si sono succeduti nella mia vita lavorativa: "... ricordati che i direttori passano ma la segreteria resta". Dato che aveva, il personaggio in questione, un buon senso dell'umorismo, adesso non so, si fece una bella risata. Immaginatevi ora La Russa (con la sua leggiadra voce) che dice: "Silvio, i presidenti del consiglio passano, lo Stato resta". E ora proiettatevi il film della reazione del nanoscurodellademocrazia e vedrete un buon film di orrorifica fantascienza.

P.S. Non trovo più la videocassetta dei funerali di Berlinguer. Qualcuno è in grado di fornirmene copia? Se su dvd è meglio.

giovedì 2 giugno 2011

Oggi satireggio anche io

La bava alla bocca aumentava. Non più il filo, già di per sé schifoso, agli angoli della bocca, ma una abbondante scialorrea che gli aveva bagnato il pelo. La salivazione si univa agli occhi da pazzo che rischiavano di uscire dalle orbite, ai denti esposti, all'alto latrare che si spandeva nella piazza. Gli astanti erano a debita distanza perché la visione era degna di un  film dell'orrore o di un documentario sugli animali, in effetti metteva paura. I più coraggiosi erano anche loro distanti per non farsi raggiungere dagli spruzzi di saliva, qualcuno aveva aperto anche l'ombrello.
Le Forze dell'Ordine, in questo caso le Guardie Zoofile, attendevano con le siringhe di calmante già in canna pronti ad intervenire qualora la situazione  diventasse pericolosa per il pubblico. Una parte degli spettatori dell'oscena rappresentazione, sinceramente divertiti, incitavano e aizzavano per rendere ancor più interessante e pericoloso lo spettacolo. Di certo nessuno era indifferente. Il clamore richiamava sempre più gente, le madri si affrettavano a portare via i pargoli dopo aver discusso con i loro uomini che volevano rimanere a vedere la fine e il volo delle siringhe.
Altri digrignavano i denti e sbavavano copiosamente. L'infezione si propalava con eccezionale velocità e virulenza e contemporaneamente il pubblico iniziava a scemare, lo spettacolo perdeva di interesse, anche per quelli che fino a qualche minuto prima si divertivano a fomentare. Alla fine rimasero sulla piazza solo pochi rabbiosi e le guardie zoofile. Lo spettacolo era finito.

P.S. Dedicato a tutti quei lettori e lettrici che hanno abbandonato questo blog dopo aver capito che non apprezzavo Grillo.

Altro su Grillo 
Non era mia intenzione aprire l'ennesimo dibattito su Grillo, ma visto che ci siamo, aggiungo un paio di cose serie.



A dimostrare la complessità della presenza del berlusconismo nella società umana, e delle sue ramificate ed estese basi di massa, basti pensare alla nuova reincarnazione in veste elitaria-stracciona e protestataria proprio negli stessi mesi nei quali la sua versione più cupa e feroce entra in agonia. Certo, definire berlusconiano il movimento dei grillini, è dire troppo e insieme troppo poco. Come movimento politico organizzato, esso è senza dubbio pittoresco e transitorio, con un capo passato senza imbarazzo alcuno dalla ribalta teatrale alla ribalta politica e con dirigenti, ove ce ne sono, che scompariranno senza lasciar traccia e quasi memoria di sé. Esso si alimenta tuttavia di un semplicistico rifiuto dell’attività politica, retaggio di anni di asservimento che il berlusconismo ha potenziato, incoraggiando un tipo di vita politica dalla quale era, è e sarà esclusa ogni forma di partecipazione consapevole e volontaria e fornendo l’esempio  di un tipo di dominio fondato sulla prevaricazione  e sulla corruzione. Se il movimento ha ottenuto un “buon” risultato ciò si deve ad un concorso di molteplici circostanze, tutte più o meno col berlusconismo direttamente o indirettamente connesse. Si riconoscono infatti nel rozzo anticomunismo qualunquista, si rifiutano in molti di comprendere quanto avvenuto più di sessanta anni or sono, si identificano in un personalismo esasperato che, in alcuni casi, sfiora il culto della personalità come avviene per Berlusconi. Trovano nella contrapposizione tra la “folla” e gli “uomini politici professionali” una facile consolazione e un sottile compiacimento per la loro disgrazia (quest’ultimo condiviso dalla maggior parte degli italiani).
Il dato complessivo di maggiore importanza della diffusione del grillismo  consiste però soprattutto nel dimostrare i limiti oggettivi dai partiti nell’estendere l’area del loro consenso sull’intera società nazionale. Crisi dovuta alla fine dei partiti della Prima Repubblica, al berlusconismo stesso e, negli ultimi anni, aggravata anche dalla instabilità economica mondiale non affrontata con la dovuta serietà dal governo nazionale.
In una società che vive in uno stato di disgregazione tale che la tenuta del tessuto sociale deve costituire l’obiettivo da perseguire con uno sforzo quotidiano, è da domandarsi in quale misura sia lecito, senza cadere nell’utopia retrospettiva, applicare ad essa categorie di giudizio che presuppongono una società pervenuta ad un ricco grado di articolazione (e non mi sembra sia il caso dell’Italia).
Più fruttuoso è piuttosto tenere presente che i partiti politici rappresentano, meglio “rappresentavano”, ma non sono più i soli, l’unica forma di associazione veramente autonoma delle classi sociali. E’ all’interno dei partiti democratici che si dovrebbero mescolare le provenienze, le aspettative e i progetti da portare a termine che, riguardando tutte le componenti, interessano, di conseguenza, tutta la popolazione. Non è con i movimenti che fanno del populismo e del qualunquismo la loro bandiera che si riuscirà a ripristinare una vita democratica piena e corretta.