Riporto pari pari un testo trovato nella rete riguardante l'Unità. Lo riporto con l'impaginazione originale perché mi dà modo di ribattere punto per punto. Chi volesse leggerlo per intero prima di cimentarsi nella mia logorroica confutazione lo trova qui.
E’ difficile portare il mio cognome e non essere affezionati a questo giornale. Non mi dilungo a raccontare la storia del giornale che potete trovare qui soprattutto vi chiedo di dare un’occhiata alle penne che ne hanno solcato la carta. Iniziamo dalla firma del pezzo.
Cristiana Alicata e dal suo cognome. Ella è una erede di
Mario Alicata che "
diresse l'Unità, edizione unificata, dal 10 marzo 1962 al 6 dicembre 1966, quando fu stroncato da un collasso cardiaco dopo un appassionato discorso alla camera dei deputati sul sacco di Agrigento. Era nato il 9 maggio 1918 a Reggio Calabria. Laureato in lettere, critico letterario e studioso di filosofia. Nel 1938 ebbe i primi contatti con gli ambienti antifascisti romani; nel 1940 entrò nel Pci. Nel 1942 venne arrestato e deferito al Tribunale Speciale. Fu scarcerato nell'agosto 1943. Durante la Resistenza fu addetto stampa al comando delle Brigate Garibaldi e redattore capo de l'Unità. Nell'Italia liberata fu direttore della Voce di Napoli. Nel 1954 fondò insieme con Giorgio Amendola la rivista Cronache meridionali. Membro della direzione del Pci e deputato. Tra le opere principali, gli Scritti letterari, con un'introduzione di Natalino Sapegno (Il Saggiatore) e La battaglia delle idee con un'introduzione di Luciano Gruppi (Editori Riuniti)". (
Angelo Matacchiera, Viaggio nell'Unità - Storia Uomini Lotte - Editnova) Così ho preso i classici due piccioni con una fava. Ho ricordato Mario Alicata, sconosciuto ai più, e Angelo Matacchiare che dell'Unità è stato valente giornalista nonché autore di questo preziosissimo libro.
Dico solcare perché il giornalismo e la scrittura sono un viaggio e il giornalismo è, dovrebbe per lo meno essere, un viaggio cronachistico nelle pieghe del Paese, un viaggio che un giornale “di sinistra” deve raccontare con sguardo sempre nuovo, uno sguardo che deve somigliare più a quello dello scrittore che del politico.
Sarei quasi d'accordo che se non fosse che l'Unità nasce come giornale politico e ogni sua riga era, ed è stata, permeata di analisi politica anche nei reportage di carattere sociale.
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| Tanto per calcare la mano. |
Il politico di oggi (inteso come militante di partito) non somiglia a quello del novecento. E’ imbevuto di interesse e di “parte”, lo scrittore invece è nudo e crudo a raccontare la realtà, ovunque essa vada ed offre alla politica lo stato delle cose, gliele offre affinché lui possa cambiarle. Sempre più spesso oggi i politici si limitano a fare analisi logorroiche della realtà a cui non segue alcuna idea.Ampliando il concetto sopra esposto, il mio disaccordo inizia a diventare più ampio. Il politico è sempre di parte, il politico porta avanti la sua idea, è (dovrebbe) essere il rappresentate delle idee che lo hanno portato ad essere consigliere, deputato o altro ancora. E così gli scrittori non possono prescindere, nello scrivere, da ciò che pensano e ciò in cui credono. Saramago, così non parliamo di italiani, nei suoi scritti non ha messo le sue idee politiche? Non credo.
La percezione dei nostri cittadini, quella che è ormai sfociata comunemente nell’antipolitica, pur se semplicistica è in parte corretta ed è in realtà la declinazione basica (cioè la vulgata comune della “base”) dell’eterno dibattito che ha visto in questi quasi 100 anni l’Unità come protagonista.
Da sempre l’Unità è il luogo di discussione metafisico dove il dibattito del più grande partito di opposizione svolge il suo tema prediletto, punto nodale dell’eterna diatriba interna.
L’Unità è il luogo dove “fedeli alla linea” e “dissidenti” si sono incontrati e scontrati spesso.
Basti pensare ad Elio Vittorini ed alla polemica su quale forma dovesse avere l’impegno degli intellettuali. O alla fondazione del Manifesto a seguito dell’espulsione dal PCI di Luigi Pintor e Rossana Rossanda.
D’Alema e Veltroni sono stati tutti e due direttori nell’ultimo esercizio post-alicatiano di dare il giornale ad un dirigente di partito “attivo”.
L’“epurazione” di Concita De Gregorio, rientra in questo eterno dibattito. Ed è un delitto in cui c’è il cadavere, c’è il movente e c’è l’assassino che sta lasciando impronte ovunque. Non posso nemmeno citare Pasolini per dire che so, ma non ho le prove. Lo sappiamo tutti e abbiamo anche le prove. Sappiamo tutti che Concita è una direttrice dell’era veltroniana, di un’idea più aperta di partito, liquida, osmotica. Visione che non funziona nella gestione di un partito, ma funziona nella gestione di un giornale, nel suo contenuto, almeno a mio parere. Il limite del nostro partito è che D’Alema e Veltroni (intese semplicisticamente come le due anime del partito) vogliono gestire il partito e la comunicazione con lo stesso metodo essendo loro figli del monolitismo novecentesco.
E qui veniamo al punto, ai punti dolenti, molto. Parlare di epurazione mi sembra uno sproposito, è un "normale", seppur tardivo, avvicendamento dovuto principalmente al fallimento della sua missione giornalistica e "politica". Il cadavere (se non fermiamo la malattia), è vero, ci sarà. E' il giornale, è l'Unità. L'arma anche, la cattiva gestione "delle risorse umane" e del patrimonio culturale del giornale. Di conseguenza c'è anche l'assassino, in questo caso assassina. ed è vero, sta lasciando prove ovunque. Basta andare in una qualsiasi edicola e chiedere quante copie si vendono de l'Unità. Appunto, non si può citare Pasolini perché sappiamo e abbiamo le prove. Il numero di copie vendute, il numero di cassintegrati prima e prepensionati poi, il numero di collaboratori, più o meno contrattualizzati, che hanno dovuto lasciare il giornale per trovare poi spazio al Fatto Quotidiano o in altre redazioni o stare bellamente a spasso. E le colpe non si possono scaricare solo sull'editore perché giornalisti e poligrafici, oltre a essere dipendenti del Padrone, lo sono a pari onere e onore anche del Direttore giornalistico. Appunto, De Gregorio è vittima del partito liquido veltroniano, talmente liquido che è evaporatonei numeri e nelle proposte politiche. E, questa visione del partito e della politica, corre il rischio di far evaporare il giornale e i suoi lettori. Un giornale deve essere qualcosa di solido, di tangibile che la mattina deve essere un pensiero fisso: "Devo comprare il giornale". E non una eventualità secondo ciò che accade nel mondo. Sul monolitismo taccio, ci vorrebbe troppo spazio.
Nel novecento il legame tra pensiero grande e partito era ancora forte ed era difficile scindere le due cose…chi faceva politica aveva esperienza della società e la società era meno complessa. Oggi va detto senza timore che chi è cresciuto nella fedeltà di partito difficilmente riesce a muoversi nella complessità della società del nuovo secolo e nello stesso tempo non si può gestire un partito come se fosse un movimento e riducendo a simboli i settori della società (le famose candidature tematiche veltroniane).
Anche qui ci vorrebbe troppo spazio perché l'argomento esula dalla questione portante. Trovo, senza offesa, quasi risibile l'affermazione "Oggi va detto senza timore che chi è cresciuto nella fedeltà di partito difficilmente riesce a muoversi nella complessità della società del nuovo secolo"
Mandare via Concita de Gregorio è il più grande errore che Bersani può fare oggi. E lo sta facendo lui, in persona. Non so se abbiamo anche trovato un modo per fare calare le vendite ad hoc (è facile quando il “partito” è il più grande cliente del giornale). Non so quanto ha pesato una redazione fortemente scelta su criteri correntizi e non meritocratici ereditata da Concita. Magari oggi quella parte ora è pronta a non mettere più i bastoni tra le ruote del prossimo direttore che, ricordo, è il giornalista intervistatore del libro appena uscito di Bersani. Maschio, 50 anni, giornalista de Il Messagero che si occupa di stampa parlamentare. Insomma uno imbevuto nei partiti e nelle loro dinamiche.
Parlare di complotto francamente lo trovo esagerato, organizzare catene di boicottaggio all'Unità per far calare le vendite è una ipotesi che non sta in piedi. per mandare via un direttore basta la volontà dell'editore, non c'è bisogno di organizzare auto-boicottaggi. perché non si vuol prendere in considerazione che de Gregorio potrà essere una buona giornalista ma non è una buona direttrice? Totti è un buon attaccante, se lo metti in porta è una pippa, così è chiaro? Da dove prende le informazioni su una redazione basata su criteri correntizi? la sola ipotesi sarebbe comica se non si stesse parlando di persone, di lavoratori, di professionisti. Chi ha fornito questa spiegazione all'Alicata? E come può parlare di meritocrazia? Forse è stato mai all'interno della redazione del giornale o conosce tutti i giornalisti della redazione? Mancava solo la pretesa discriminazione di genere. per non incorrere in questa accusa ci si doveva tenere la De Gregorio anche se stava portando alla morte per la seconda volta l'Unità. E perché aver scritto un libro-intervista a Bersani deve diventare una nota di discredito? Ho difeso la De Gregorio quando veniva accusata che una giornalista che aveva seguito Sanremo non poteva e doveva fare il direttore de l'Unità e ora mi trovo a dover difendere un giornalista perché ha intervistato Bersani? Ragassi, mica siam pazzi!!
E tralascio tutte le considerazioni ulteriori sulla "macelleria sociale" e professionale attuata dalla direttora nella sua furia repubblichina (da Repubblica, sia chiaro).
Diciamo che questa operazione mi ricorda l’epurazione di Biagi. Lo dico chiaro. E’ la cosa più berlusconiana che vedo fare al PD (ex DS, exPDS, exPCI) da quando sono al mondo.
E quando cambiarono Colombo e Padellaro non sono sembrate operazioni berlusconiane? No, non ci siamo. Chi accetta di dirigere un giornale accetta anche la logica che c'è dietro. O si vendono copie o si va a casa, può dispiacere ma è così.
Concita è una delle penne più condivise sul WEB. Non porta soldi, certo. Porta consenso, perché comunque la gente il nostro popolo – quello fuori dalle dinamiche che capiamo solo noi, la identifica ancora con il PD l’Unità. Concita è invitata in tv a parlare e quando parla tutti la considerano una delle voci del PD. Gente come Concita tiene unito al PD quel pezzo border line che riesce a dialogare con i movimenti, con gli incazzati, con le donne, con i giovani, con i gay. Insomma con quel pezzo non rappresentato dal partito adeguatamente e che però rappresenta la complessità di una società moderna. Concita è stata un punto di riferimento per tutti coloro che credono ancora che questo partito possa migliorare e quindi ha contribuito a farlo votare. Concita è, doveva essere, l’altra faccia di Bersani. I due volti, vivendo contemporaneamente, erano l’esercizio di gestione interna e di dialogo con l’esterno. Organizzazione e comunicazione. Tradizione e innovazione. Declinare più fortemente la convivenza di questi due aspetti era la direzione da prendere adesso.
Il successo di Concita è la dimostrazione di come il livello di preparazione politica è crollato in questi anni. In passato sarebbe stata una media funzionaria di partito e non sarebbe diventata, con le sue banalità e le sue contraddizioni "una maestra del pensiero". Le sue parole sono come l'acqua che scorre, nemmeno impetuosamente.Invece sta accadendo in tutti settori del Partito una cosa strana. Le urne hanno parlato chiaramente. Premiando la dirigenza diffusa del Partito, ma non le scelte che il partito fa per guidarla se si escludono i casi di Torino e Bologna. L’elettore del PD sembra dare fiducia al progetto ma chiede un cambiamento e lo chiede in modo chiaro premiando candidati più di sinistra, più movimentisti, più carismatici e scelti in modo più innovativo. In sostanza tiene il PD (i volti della dirigenza diffusa, di seconda linea), ma non i volti di cui si dota per farsi rappresentare. Anche i referendum su cui siamo stati tiepidi se non contrari e scettici (come non dimenticare la fatica che abbiamo fatto sull’acqua pubblica) sono un risultato nato dal basso e poi, in seconda battuta, abbracciato dal PD. E accanto a quella suggestione, quell’anticipo di vittoria, quegli entusiasmi scordinati, Concita c’era sempre. E con lei, quindi, un pezzo di PD. E anche grazie a lei, oggi, noi possiamo attribuirci a pieno titolo parte di queste ultime vittorie. Vedo D’Alema (il meno rappresentativo di queste vittorie) parlare a Ballarò dopo i referendum. Sembrava di essere nel 1996. Sento dire che l’UDC è fondamentale quando queste urne hanno decretato l’inutilità del Terzo Polo. Cosa sta succedendo? Perché ci manca quel coraggio di cavalcare l’onda? Perché stiamo riponendo la tavola da surf e proteggendoci dallo stesso vento che stiamo chiamando “bello”? Qual è la paura? Invece di aprire delle porte a chi interpreta rapidamente per attitudine genetica, questi cambiamenti, il PD si sta barricando. Si sente persino il giro di chiave, i ponti levatoi che si alzano con gran fragore metallico. Io personalmente ho una crisi di claustrofobia. La mia prima da 4 anni a questa parte.
Del Pd non me ne può importare di meno.
Quello che io farei oggi, invece, è dare maggiore delega a Concita, chiederle di continuare il suo lavoro, lavorarci fianco a fianco. Aiutarla a lavorare meglio. Continuerei a chiederle di tenere aperto quel portone, calpestabile quel ponte, avvicinabile quella carta. E’ tipicamente italiano scegliere per fedeltà, avere a fianco un “simile”. E’ straordinariamente coraggioso ed europeo mettersi accanto qualcuno, nella battaglia che ci aspetta, che ci offra un altro punto di vista. Bersani, non farlo.
Mi dispiace dire che se aveste visto all'opera la direttora, una esortazione del genere non vi sarebbe mai passata per la mente. Come dicevo sopra, la sua furia repubblichina l'ha portata a smantellare un giornale calpestando qualsiasi tipo di professionalità. Spostamenti cervellotici di giornalisti (sono un ex-poligrafico quindi non ho interesse nel difendere i giornalisti che tra l'altro saranno in grado di farlo da soli), smembramenti di redazioni e chiusura della Cronaca di Roma proprio quando si sarebbe dovuta rinforzare: l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma. E qui mi fermo anche se di errori ce ne sono stati altri.
Appendice
Non dimentichiamo, parlando di numeri che:
- l’Unità è un giornale che malgrado abbia un editore privato, viene ancora considerato un giornale di partito dalla gente comune. Sponsor compresi posso testimoniarlo personalmente dalla visibilità di molti piani media di investitori privati.
Non ci vedo nulla di male a pensare che il giornale sia visto come quotidiano di riferimento di un partito. Il problema è che in questo paese, con una democrazia malata e un presidente del consiglio che aveva ed ha interessi nell'editoria e nella pubblicità, non esiste più la normalità.
- una volta le sezioni acquistavano l’Unità per appenderla in bacheca tutti i giorni. Mi domando se questa cosa accade ancora. Mi domando dove non accade se non accade per caso o per un disegno. Mi domando se con un nuovo direttore, invece, le cose cambieranno
Sono anni che non accade, partito liquido come ha detto sopra, le dice nulla?.
- chi la comprava ogni giorno per affetto piano piano va morendo per età anagrafica. Nella mia famiglia soltanto nel giro di 10 anni si sono persi 2 acquirenti.
Non per essere volgare, intanto mi tocco. Non le sembra un luogo comune pensare e dire che i giovani consultano il web e i "vecchi" sono ancorati alla carta stampata? Se fosse come lei dice la crisi dell'editoria sarebbe ancora più grande di quanto è.
- chi è giovane oggi consulta il web.
Fonte
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