Per aver dubitato degli italiani qualcuno mi ha chiesto, per punizione, di fare un post di ottomila battute. La punizione, sia chiaro, non è per me ma per quelli che avranno la sventura di leggerlo. Chi mi conosce sa che scrivere anche più di ottomila caratteri è un gioco da bambini. Quindi mi accingo all'impresa e, per la prima volta, chiedo a chi lo leggerà fino alla fine di lasciare un segno.
E’ vero, non era un refolo ma un vento, di certo non a 300 km orari come quello che ha distrutto la cittadina di Joplin, nel Missouri, lasciando dietro di se solo distruzione e morte. Di morte, seppur politica, ancora non ci sono tracce evidenti, ferite gravi molte ma, in alcuni casi purtroppo, non morte. Per l’uragano, quindi, ci stiamo attrezzando. Prima o poi arriverà anche in Italia e si porterà via, se non tutti, una buona parte della classe politica di destra e sinistra. Quella stantia che puzza di chiuso e di muffa come le mute da calcio che da ragazzi, molti anche da adulti, lasciavamo a fermentare nelle borse finché una madre amorevole, o rassegnata, non si decideva a lavare maglietta, pantaloncini e, principalmente, calzettoni fetenti prima che il borsone iniziasse a vagare per la casa in cerca della lavatrice.
Quasi tutti si sono concentrati sui risultati di Milano e Napoli, per alcuni versi anche giustamente, trascurando i risultati di molte altre città come Cagliari, Grosseto o Novara. Ma queste sono cose che avete letto o leggerete sui giornali nazionali o locali descritti e analizzati meglio di quanto potrei fare io. Anche se deluderò qualcuno, dico che sono contento e sono contentissimo che moltissimi italiani mi abbiano smentito. Ma non sono tutte rose. Oggi si è parlato poco delle spine, che indubbiamente ci sono. Un solo esempio, Napoli che oggi è stata definita “la capitale del sud” facendo incazzare, presumo, i palermitani. De Magistris ha stravinto perché rappresenta “il nuovo” , quel nuovo che si muove sul filo della demagogia e dell’anti-politica (comunque nulla a che fare con il grillismo) che tante critiche riceve da sinistra e non solo. Sicuramente alla città partenopea serve un sindaco-sceriffo, mi vien da pensare a Giuliani a New York, che sappia mettere ordine nella città a partire dalla macchina amministrativa comunale e che abbia conoscenze, capacità e palle per sedersi e discutere con i presidenti della provincia e della regione, per non parlare dello Stato, in mano al centro-destra. Un sindaco sceriffo, che forte del suo plebiscito, sappia frenare le spinte partitiche di sistemare capi, capetti e capettini che chiederanno posti al desco come se la vittoria dell’ex magistrato non fosse comunque una loro sconfitta.
Il risultato napoletano è l’ennesimo banco di prova per Napoli e per il modo di intendere il mandato popolare. Riuscirà De Magistris a nominare assessori senza farsi condizionare più del dovuto dai partiti? Riuscirà a far prevalere il merito e le capacità sul funzionar iato di partito e il clientelismo politico? Riuscirà a riportare Napoli al ruolo di “laboratorio politico” come fu anni addietro? Tutto sommato, con enorme sfoggio di ottimismo da parte mia, penso di sì. Voglio pensare che Bersani abbia capito la lezione delle due grandi città e sappia tenere a freno i dirigenti del Pd campano. Sappia, il nuovo sindaco, fare la raccolta differenziata anche nello scegliere la nuova classe dirigente anche al di fuori delle tante liste che alla fine lo hanno appoggiato.
Il discorso della difficoltà di gestione di un risultato bulgaro è antico. A Genzano di Roma il sindaco uscente era stato eletto con il 73,6% eppure è stata una legislatura fatta di spaccature, abbandoni, entrate ed uscite dalla maggioranza volute dai partiti e dagli interessi di cordata. Il primo cittadino non è stato capace di imporsi, di battere i pugni sul tavolo e si è fatto logorare da diatribe che al paese interessavano poco. Per tenere a bada i soliti giochetti, ha trascurato diversi problemi del paese e ha, anche giustamente pagato. Si è ricandidato, è arrivato al ballottaggio ed ha perso per una settantina di voti. Il vincente è un ex Dc che ha fatto tutta la trafila, comune a molti democristiani, fino al Pd. Non è di certo il nuovo che avanza, anzi, ha una carriera più che ventennale alle spalle come consigliere, assessore e vicesindaco, è solo il rappresentante di una cordata che in questo momento ha più seguito. E, contrariamente a quanto detto provocatoriamente, sono andato a votare spinto dalle voci di paese. Il paese è piccolo, ma non tanto, e la gente mormora, troppo. Il solo fatto che si vociferasse che il candidato del Polo, qui e qui, avesse dato indicazione di voto per il candidato che poi ha effettivamente vinto mi ha spinto ad esprimere il mio diritto-dovere di elettore. Ma non sono contento, per due motivi, o forse più.
1) Tanto per mantenermi in allenamento ho perso, mai che scegliessi il cavallo vincente.
2) Mi sono tolto il dis-piacere di poter dire che almeno una volta non ho votato.
3) La consapevolezza che non cambierà nulla nella gestione di Genzano di Roma.
De Magistris si trova in una posizione critica. Su di lui si sono catalizzate le speranze di una città e non solo. Come su Pisapia. I due sono diventati i supplenti dei partiti di centro-sinistra. Sono due riserve, se mi si passa il paragone, che improvvisamente diventati titolari, hanno la possibilità di rimanerlo a lungo purché non sbaglino una sola partita, un solo gol, un solo passaggio. Saranno sotto esame per cinque anni da parte di coloro che li hanno votati, dei partiti che li hanno presentati o appoggiati e dell’opposizione. Saranno i Malaussène della situazione, i dilettanti allo sbaraglio, i capri espiatori di tutti. Dio non voglia, per il bene delle due città, dell’Italia e della sinistra, che si debba sentire qualcuno dire “L’avevo detto io”. In particolare l’omino coi baffi, non quello della Bialetti ma un altro. Oppure il suo gemello con gli occhialetti. Sì, quello che chiedeva, a una settimana dal voto, una verifica della linea Bersani e che sembra essere sparito dai risultati del primo turno. Certo che i suoi interventi sono tempestivi come quelli di Loria (ci risiamo con il calcio e con i pochi eletti che capiranno il paragone).
Anche dopo questo lungo sbrodolamento fatto di alti e bassi come se fossi ciclotimico, non posso che ribadire la mia contentezza nel vedere e sentire certi personaggi. Il “povero” Salvini che non cerca colpevoli ma si presenta con i dati dei voti presi dal PdL e dalla Lega per far capire chiaro che chi ha perso è Berlusconi. E sulla stessa onda le dichiarazioni di Belpietro, Porro e Quagliarello (come lo chiama Geppi Cucciari). Quest’ultimo mi stava quasi facendo pena, senza la tracotanza e la sicumera che lo contraddistingue. Tutti non hanno potuto fare altro che ammettere la sconfitta chiamandola con nome e cognome: Silvio Berlusconi. Stupisce, per modo di dire, l’ottimismo di Fini, “Il berlusconismo è finito”. Quando un politico confonde le sue speranze con la realtà è grave. Per sconfiggere il berlusconismo ci vorranno anni, forse decenni. Fini forse non si rende conto dei danni fatti non solo dalla politica, di cui è stato compartecipe, berlusconiana ma, e principalmente, dalla “cultura” portata avanti dal nanoscurodellademocrazia con le sue televisioni e i suoi cloni.
Arrivato a 7.289 caratteri potrei fermarmi ma, sicuramente, qualcuno sarebbe capace di andare a fare il conteggio delle battute, delle parole, con e senza spazi, dei paragrafi e delle pagine e di certo non sarò io a dargli il destro di dire che non ho svolto il compito fino in fondo. Allora mi avvio alla conclusione avvertendo che non ho riletto, né rileggerò questo immondo pappone. Se trovate degli errori, di battitura, di ortografia, di grammatica, ve li tenete. Al massimo potrete segnalarmeli e, se mi andrà, li correggerò. Ora, dopo questa punizione, andrò a dormire con il cuore più leggero. Per una volta “abbiamo” vinto. Speriamo che sia la prima di una lunga serie.
















