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giovedì 31 marzo 2011

Anche i lampedusani, come gli aquilani e gli italiani tutti, sono e verranno presi per il culo

Giustamente si ironizza sull'uscita da piazzista di paese dei tempi andati, aggiungere "bei" mi sembra esagerato, del nanoscurodellademocrazia. Promettere di liberare, anche se l'isola non è stata occupata militarmente,  Lampedusa in 48/60 ore è l'unica cosa certa e fattibile che ha promesso. Infatti, e ce lo siamo chiesti in molti nei giorni scorsi, cosa ci voleva a mandare i traghetti della Tirrenia fermi nei porti a svolgere il lavoro di evacuazione di quei "poveri cristi" come li ha chiamati lui? Chi fino all'ultimo non ha fatto riaprire il centro di accoglienza? Chi li ha lasciati senza acqua e senza mangiare? A chi faceva, ha fatto, fa e farà comodo il continuo ripetere che "Lampedusa è allo stremo", "Lampedusa è una polveriera", ecc? Se rispondete bene vincerete una gomma già masticata da La Russa. In molti gialli, in special modo in quelli piuttosto scadenti, si scopre sempre che l'incendiario è un vigile del fuoco e l'omicida è un poliziotto. Di solito quelli che intervengono per primi o che sono i più solerti investigatori.
Mi ripugna e non penso ci sia qualcuno che non l'ha visto e sentito, ma se ci fosse e leggesse questo blog, gli fornisco l'informazione completa.

Tralascio tutto il resto meno la considerazione sui lampedusani che applaudono gioiosi alle promesse del premier. A loro non posso che dedicare quest'altro video.

E, mentre tutto il mondo assiste all'ennesima sceneggiata organizzata dal presidente del consiglio, in parlamento si procede a passo di carica verso la rottamazione della repubblica per avere in cambio un'oligarchia pseudo-parlamentare che farà morire d'invidia dittatori e dittatorelli sparsi per il mondo, caduti e ancora da cadere. Ma coloro che gridano allo scandalo per le "riforme" di Chavez, non si rendono conto che il loro signore e padrone sta facendo di peggio? Domanda retorica, certo che se ne rendono conto. Sono conniventi e proni. Come, a questo punto, sono conniventi anche quei governanti di paesi esteri che escludono l'Italia dal consesso decisionale perché inaffidabile e nulla fanno per evitare che il processo degenerativo vada ancora avanti. A loro fa comodo così, purtroppo, a noi no.

P.S. Le minuscole del caso sono tutte volute.

mercoledì 30 marzo 2011

L'Aquila bel suol d'amore

No, non ci siamo. In fin dei conti la nostra indignazione non serve a nulla e dopo un po' stanca e non lascia traccia, perlomeno in coloro che noi vorremmo raggiungere. Tutti a dare addosso a Rita Dalla Chiesa, tutti a tirare fuori gli insegnamenti del Padre, i raffronti con il fratello e la sorella, tutti a sbertucciarla e a indignarsi. Tanto tutto è inutile. Ci hanno fregato ancora. L'altra parte, la metà del tutto, non farà altro che prendere le nostre lamentazioni e indignazioni varie per dimostrare che siamo comunisti cattivi che vediamo il male e berlusconi dappertutto. Quella trasmissione è fatta di finzione, non è la prima volta che si dice e non sarà l'ultima. Ma non pensate che potrebbero farlo apposta per rimpinguare l'odiens in momenti di stanca? Non ci vede più nessuno? Bene, piccolo scandaletto che dura tre giorni, tutti parlano di noi e torniamo sulla cresta dell'onda e la compagnia ha motivo di occupare ancora uno spazio televisivo. Pensateci, la cosa è ciclica, quindi l'idea non è del tutto peregrina ( essendo la mia, era ovvio).
Chiesa di Paganica
Una delle cose più preoccupanti, a parte le stronzate dette dalla signora, è ciò che ha detto la conduttrice, ovvero la difesa di Bertolaso. Fino a prova contraria è innocente, ma sempre fino a prova contraria resta un indagato per gli scandali della non-ricostruzione del capoluogo abruzzese. E se ci pensiamo bene, in televisione la signora (sbaglio o ho letto che è la moglie di un impresario di pompe (non siate maliziosi) funebri? non c'entra nulla ma mi andava di scriverlo) ha detto ciò che una metà degli abruzzesi pensano. Infatti pochi mesi dopo il terremoto nelle elezioni regionali ha vinto il candidato del centro-destra, e dopo pochi mesi ancora hanno vinto anche le provinciali dell'Aquila. Verrebbe da dire "Ve lo meritate Berlusconi!". Ma noi non siamo così cattivi e ancora speriamo che si riuscirà a togliercelo dalle palle. Non vorrei addentrarmi in un paragone che non so dove mi potrebbe portare, L'Aquila-Libia. Qualcuno usò la Libia per cercare un posto al sole, qualcun'altro andò a L'Aquila per cercare un posto nella storia. Né gli uni, né gli altri meritavano un simile affronto.

P.S. Dai vostri commenti questo deve essere stato uno dei miei migliori post. Era dedicato ai terremotati.

lunedì 28 marzo 2011

Giornalisti!!!

Squilla, come al solito squilla quando hai dimenticato di mettere l'auricolare e lo hai in tasca bloccato dalla cintura di sicurezza. Non resta da fare altro che mettere la freccia a destra e accostare, togliere la cintura, stendersi  per riuscire a mettere la mano in tasca e, quando lo hai preso, sentire e vedere che ha smesso di suonare. Non resta altro che leggere il nome di chi ti ha chiamato. Calogero, mah, che vorrà mai dopo anni che non si fa sentire? Anche prima, quando lavoravamo nello stesso posto non è che fossimo così "intimi". Mi toccherà richiamare. Di nuovo cintura, auricolare, freccia, prima e si riparte. Basta premere un tasto e la chiamata è inoltrata. Pochi squilli e Calogero risponde: "Come stai!?" esclama nelle mie orecchie con un tono tra l'affettuoso e il rimprovero. Manco avessimo qualche appuntamento a cui non sono andato. E' un profluvio di parole, di interessamento a cui a stento riesco a mettere un freno dicendo che sono al volante ma guardandomi bene dal dire che, da ligio automobilista, sono dotato di orecchio bionico. Scambiati i convenevoli del caso ed essendomi preso anche il rimbrotto, la miglior difesa è l'attacco, Calogero arriva al dunque.
"Senti, ti ricordi di Gustavo?"
"Certo, ha smesso di lavorare quattro anni fa, l'ho sentito tanto tempo fa che non ricordo quando"
"Ma per caso hai il numero di cellulare nell'agenda del giornale?"
Ahhhhhh, ora ho capito! Mi sembrava strano! Ti serve qualcosa! Passa il tempo ma non si cambia.
"No, guarda, personalmente non ho il numero di Gustavo e sull'agenda del giornale non posso metterci le mani. E' dal primo luglio del 2009 che non lavoro più"
Se il silenzio fa rumore io l'ho sentito. Mi ha spaccato i timpani. Dopo circa venti secondi, la voce di Calogero, non più allegra, non più gioviale o confidenziale o affettuosa torna a farsi sentire.
"Ma veramente? E come mai?"
La voglia di mandarlo a fare in culo come ai bei tempi è sempre di più e mi eviterebbe di rompermi le scatole, ma non voglio privarmi del piacere di farlo sentire una merda.
"Sai com'è, il giornale era in crisi, dovresti saperlo, anche se ormai lavori in un altro quotidiano. C'è stato bisogno della cassa integrazione che ha colpito noi poligrafici e anche parecchi tuoi colleghi. Ma a XXX non avete le agenzie? Non hai più rapporti con nessuno?"
O, come al solito, fondavi le tue speranze sulla mia tassonomia (se mi si passa il termine) per essere certo di trovare ciò che cercavi? Ma questo non glielo ho detto perché in fondo sono un buono.
"No ... certo ... sapevo ... ma .. non sapevo di te, o forse speravo ..."
"Non ti preoccupare. Guarda sono arrivato, devo mettere giù. Ci risentiamo. Ciao". "Ciao".


Questa conversazione, parola più parola meno è accaduta diverse volte dal primo luglio 2009 ad oggi e non solo con giornalisti andati via dal mio giornale prima della crisi, ma anche, e più spesso, con giornalisti con cui ho lavorato fino all'ultimo giorno. Tutte le volte mi ha portato a riflettere su quelli che sono stati i rapporti con la categoria "Nobile" del mio ambiente di lavoro. Mi ha portato a riflettere su 35 (trentacinque) anni di frequentazioni con i giornalisti. Chi mi legge sa che non appartengo alla categoria, sono entrato come poligrafico e come tale ne sono uscito. In altro post ho spiegato meglio il perché e il percome. Se dovessi dire di aver avuto o di avere oggi un amico/a giornalista sarei in difficoltà. Uno l'ho di sicuro, ma amico amico, di quelli che anche se non senti da mesi lo puoi chiamare sempre perché sai che per te ci sarà in ogni caso. Di tutti gli altri/e posso dire che con diversi ho un rapporto amicale più o meno profondo, forse dovuto alla stima professionale, ma di certo non si è mai andati oltre. Con qualcuno, con cui avevo un legame un po' più stretto, ci si è persi di vista, ma senza eccessivi drammi da entrambe le parti, con la maggior parte c'era un rapporto di lavoro e basta. Con una battuta potrei dire che i piedi sotto il mio tavolo da pranzo li hanno messi in diversi, io sotto il loro no.


Se poi dovessi scrivere sui giovani stagisti diventati giornalisti dovrei avere non una tastiera ma una mitragliatrice!

venerdì 25 marzo 2011

In difesa del Trota

Già parlare del termine trota al maschile è una forma di sottile violenza. Casomai se maschile deve essere si dovrebbe dire Il Troto. Il livello della discussione è già sceso, non quello dell'inquinamento radioattivo. Per tornare al maschio della trota, del troto non si è mai avuto notizia, infatti è un pesce riservato che non ama mettersi in mostra come quella svergognata della sua compagna trota che la si trova, abbandonata in pose lascive e invitanti, in ogni supermercato e che si accoppia anche con i salmoni, per quel che ne sappiamo, per dare vita alla trota salmonata. Non si è mai avuta notizia neanche di un troto gay che venisse chiamato trota. La specie, comunque, è così schizzinosa che non si adatta alle acque inquinate e vuole solo acqua pulita. Nemmeno si è mai saputo di trote sciatrici, forse di qualcuna pattinatrice sui corsi d'acqua dolce gelati.
Da qualche giorno, invece, non si fa che parlare di una Trota che parla, ehehehe, scrive, ahahahahaha e si diletta con gli sci. Il mondo accademico è in subbuglio, tutte le teorie di Darwin sono entrate in crisi, l'Italia sta per essere invasa, non dai libici, ma da schiere di naturalisti, biologi, etologi e altri personaggi strani assai. Vengono tutti per vedere ed esaminare lo strano animale che si aggira in acque putride, la politica, e nonostante tutto sopravvive.  Anche i semiologi sono sul piede di guerra, oltre al caprone molisano avranno anche questo altro raro esempio di bestia parlante.


E' la decadenza della lingua italiana.
Parlare del figlio di Bossi e del suo diploma sarebbe cattiveria e tempo perso. Parlare della laurea dell'on. Di Pietro, anche. Continuare a fare battute sugli sci e riesumare il "che c'azzecca", pure.

giovedì 24 marzo 2011

No fly zone

Bombardati tank libici. Avevano invaso la zona no-fly?

Accidia

Quanti sono gli italiani che hanno frequentato il catechismo? Non iniziate a dirmi "io no" per darvi una patente di ateismo o agnosticismo predatato. Sarà anche vero ma la domanda non è personale, è generica, accademica. Quanti di voi ricordano il peccato dell'accidia? E quanti di voi, così su due piedi, saprebbero spiegarlo? Per venirvi incontro, ignorantoni che non siete altro, vi riporto la voce del vocabolario on-line della Treccani.
accìdia s. f. [dal gr. ἀκηδία «negligenza», comp. di - priv. e κ  δος «cura», assunto nel lat. tardo come acedia e acidia]. – Inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa: la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo e quindi a. (Umberto Galimberti). Più in partic., nella morale cattolica, negligenza nell’operare il bene e nell’esercitare le virtù (nell’antica tradizione teologica, uno dei sette peccati, o vizî, capitali).
Potrei chiudere qui il post e lasciarvi riflettere sulla parola e sul contenuto della stessa. Invece no. Lasciando da parte l'aspetto religioso della cosa, non mi tolgo il gusto di aggiungere le solite due parole (ipotetiche) inutili di commento. Iniziamo proprio dalla considerazione che fa il filosofo Galimberti, evitate di pensare e scrivere "Gap è andato di testa, ora si mette a contestare anche Galimberti", l'ho già fatto io. Sarei in sintonia con il filosofo se avesse detto "molte persone" e non "molti giovani". Inerzia, indifferenza e disinteresse non sono una prerogativa dei giovani, se guardiamo l'Italia, la Grecia o il Nord Africa, per non parlare dei paesi arabi, mi sembra che le uniche speranze che abbiamo siano proprio i giovani e la loro voglia di cambiamento che li spinge a lottare per un mondo diverso. Un mondo sicuramente diverso da quello che vorremmo noi adulti, ma certamente un mondo più a misura loro che hanno davanti il futuro che non a misura nostra che abbiamo dietro quello che era il nostro futuro. Mi piacerebbe sapere quando l'ha scritta quella definizione per poter affermare con tanta sicurezza una cosa del genere, o sarebbe bello sapere da dove è stata estrapolata, si potrebbe scoprire che forse intendeva solo fare un'ipotesi.
Se accidiosi ci sono nel nostro paese, sono quelli che veleggiano dai quarant'anni in su, quelli che hanno lasciato da parte le speranze della gioventù per adagiarsi nel nulla del presente, quelli che avrebbero voluto cambiare il mondo  e si ritrovano oggi a giustificare il comportamento del presidente del consiglio e dei suoi lacchè, quelli che non sono più in grado di stupirsi e indignarsi per il declino del nostro Paese e non solo. Ma li avete visti in piazza i giovani? Sono sempre belli e vivi, non come gli adulti rassegnati nel portare avanti la vita chiusi in se stessi e nei propri interessi . E, da ricordare, la gioventù non è solo quella anagrafica.

mercoledì 23 marzo 2011

Invidia

L'invidia è uno dei sette vizi capitali che danno origine anche ai conseguenti sette peccati capitali. Si sente sempre dire, con fare minaccioso: "Sei invidioso", seguito da un punto interrogativo o esclamativo. Stupore, delusione, quasi indignazione. La frase non viene mai detta come una semplice constatazione. Ma se io dicessi che sono invidioso di Totti, qualcuno potrebbe accusarmi di qualcosa? E' ancora giovane, è, a detta delle donne, belloccio, è ricco, è un grande, grandissimo giocatore, ha una moglie bella e meno stupida di quello che fanno apparire è amato e odiato. In pratica è quasi perfetto, ogni tanto si lascia andare ad atteggiamenti poco consoni e sulla sua cultura si potrebbero esprimere dubbi. Ma tutto sommato in giro c'è di peggio. Quindi, essendo invidioso di Totti non vuol dire che vado sotto casa a sparargli, tanto non otterrei nulla di quello che lui ha e perderei quello che invece ho di certo.

Come non andrei mai sotto casa di Guccini per ucciderlo perché è un Maestro. Solo nei romanzi horror e nella fantascienza si uccide per impossessarsi dell'anima e delle conoscenze della vittima.

Come non ammazzerei nessuno degli scrittori che mi piacciono, tanto non potrei prendere il loro posto.

Ma ho anche invidia di coloro che hanno la verità in tasca, quelli che sanno che è giusto attaccare la Libia, che è giusto lasciare i Palestinesi al loro destino, che è giusto lasciare che altre situazioni, qui e qui, si incancreniscano, evolvano e concludano, se mai accadrà, per via naturale senza metterci il becco. Ho invidia di coloro che a cuor leggero decidono di attaccare uno stato sovrano senza che ci sia la certezza che la Rivoluzione sia una cosa di tutti, la certezza che il potente di turno non abbia più l'appoggio dei suoi connazionali.
Ho invidia di coloro che dicono che non si doveva attaccare per gli stessi motivi che ho esposto sopra. E ho invidia per gli abili comunicatori che ci hanno portato a parlare di attacco-sì attacco-no spostando l'obiettivo dall'originaria no fly zone.
Invidio coloro che hanno la certezza che la Libia non diventerà un nuovo Afghanistan o, peggio, non dia la stura a una nuova guerra planetaria. La Cina ha ormai sostituito l'Occidente nella colonizzazione economica dell'Africa e non penso cederà tranquillamente parte della sua influenza ai vecchi occupanti che hanno considerato il continente nero ormai occupato e non più in grado di riscattarsi. Ciò porta tutte le potenze mondiali ad aver paura di qualsiasi rivoluzione da chiunque venga suscitata. Inutile tornare sulle ricchezze africane e medio orientali che muovono autonomamente truppe e mezzi in guerre di conquiste spacciate per esportazione di democrazia.
Avendo poche idee e confuse, è normale, quindi, avere invidia.

domenica 20 marzo 2011

Non esiste una guerra giusta come non esiste una guerra santa.

Ci risiamo, era prevedibile, direi quasi ineluttabile. Così siamo di nuovo in guerra, anzi continuiamo ad entrare in guerra con altri paesi non bastandoci quelle che abbiamo iniziate e di cui non vediamo la fine.
L'unica cosa certa, a parole, sembra che tutti si siano resi conto che Gheddafi è cattivo e quindi va punito. Ci abbiamo messo, TUTTI, più di trent'anni per capirlo. Ora qualcuno appoggia i ribelli, come all'epoca appoggiò Gheddafi, convinto che i rivoltosi siano meglio del rais per scoprire poi, sempre fra più di trent'anni, che questi non erano, non sono, come ci li eravamo immaginati. O meglio, come speravamo che fosse. E così i nostri nipoti dovranno fare un'altra guerra per togliere di mezzo i giovani ribelli che saranno diventati vecchi dittatori. Ma sto andando oltre.
Immergersi nell'analisi della difficile situazione libica e, più in generale, della situazione del Nord Africa ci porterebbe a lunghe discussioni che non approderebbero a nulla. Invece un paio di riflessioni le posso fare ad alta voce.

Innanzitutto complimenti a tutti coloro che hanno commentato un post a metà pubblicato per errore. Poi dite che non mi faccio capire e che i miei post sono incommentabili. Riprendendo il discorso e sintetizzandolo al massimo.

Ma i civili libici sono più civili dei palestinesi? Sì, possono sempre servire per lavorare nei pozzi petroliferi.
Che differenza passa tra la Libia e Israele? I libici hanno il petrolio e il gas, Israele è una testa di ponte nel Medio Oriente per il mondo occidentale.
Per finire non vi stupisco con frizzi, lazzi, mortaretti ed effetti speciali, bastano quelli messi in campo da tutte le parti, ma con un ragionamento ardito (parlando di Libia l'aggettivo è d'uopo).
Gheddafi parla di complotto giudaico ecc. Ma si rende conto della nemesi della cosa? Gli ebrei divennero commercianti e strozzini su indicazione della chiesa perché i cattolici non potevano maneggiare soldi e trasformarsi in usurai. Diventarono poi i banchieri delle diverse case regnanti e del Vaticano stesso. Gheddafi, appoggiato prima, osteggiato poi, ha fatto da cassiere per le industrie e le banche dell'occidente finché è servito. Ora è il momento di fargli pagare tutto, i soldi e il potere raggiunto, gli attentati veri o presunti, l'atteggiamento verso l'occidente stesso. Diciamo che molti occidentali al potere, vedendo il Rais, è come se si specchiassero e l'immagine che vedono ricorda loro che sono tutti ricattabili.

sabato 19 marzo 2011

Non esiste una guerra giusta come non esiste una guerra santa.

venerdì 18 marzo 2011

Un aforisma che va di moda

"Il patriottismo è l'ultimo rifugio delle canaglie" (S. Johnson)


Il solito coraggioso anonimo ha lasciato questo commento sul precedente post. Come di rito, l'ho cancellato perché non pertinente (nel post-racconto non c'è traccia di patriottismo) e l'eventuale dibattito non era pertinente al tema del post. Ma lo ripropongo perché non voglio privarmi del dis-piacere di dialogare con un essere talmente privo di coraggio da impestare diversi blog con i suoi inutili e provocatori commenti. Abbiamo più volte detto che il soggetto scrive senza avere cognizione di causa, forse senza cognizione di sé. L'aforisma di Johnson viene utilizzato un po' da tutti, insomma viene piegato ai propri interessi, da destra fino all'anarchia, senza preoccuparsi come, perché e quando il dotto inglese lo pronunciò. Di certo non sarò io a tentare di collocare e spiegare l'origine della frase, non ne sono capace, non ho le conoscenze sufficienti per affrontare un sì alto problema e, cosa fondamentale, non me ne frega assolutamente una beata cippa.  Se vi fate un giretto, abbastanza largo, sul web potrete trovare molti esempi di ciò che ho affermato, è la conferma che si utilizzano frasi estrapolate da un contesto qualsiasi solo perché ci piacciono, suonano bene all'orecchio e fanno scena. Ma non è Johnson e il suo pensiero il tema del post, bensì il patriottismo.
Il vocabolario on line della Treccani dà questa definizione: patriottismo – Sentimento di amore, obbedienza e devozione verso la patria. E, a tal proposito, consiglio, per chi ha voglia e tempo, di leggersi gli interventi, o ascoltare l'audio, del convegno del 4 febbraio 2011 su L'idea di patria ieri e oggi organizzato dalla casa editrice Laterza. Io, di mio, ci metto queste brevi parole.
Si è sempre detto che il concetto di patria, di nazione (arbitrariamente sovrapponendo i due termini) e, di conseguenza, di patriottismo e nazionalismo fossero ideali più di destra che di sinistra. Anche qui dovrei lasciarmi andare a citazioni di più autori, ma non avendo voluto fare il maestro nella vita non vedo perché lo debba fare sul blog, cercate e studiate se volete. Erano e sono talmente di destra che venivamo e veniamo accusati di non amare la nostra patria anche per il solo fatto di criticare il premier attualmente in carica come se le nostre critiche non fossero originate da atteggiamenti, essi sì, screditanti l'Italia. Se l'anonimo dispensatore di aforismi è sempre il solito, lo utilizza da destra, se così fosse lui stesso sarebbe il campione della canaglieria, ovvero ha sfruttato il patriottismo per riempirsi la sua vuota testolina e, dato che non è più possibile essere un "patriota" di destra perché dovrebbe andare a sparare al premier e ai suoi accoliti, accusa me ed altri di patriottismo.  Per il resto, se anche fossi un Patriota (con la maiuscola) non dovrei dare spiegazioni a nessuno e men che meno ad un utile idiota anonimo.

martedì 15 marzo 2011

17 marzo 2012

Epilogo
Il catino del Circo Massimo era già pieno, quelli che una volta erano gli spalti anche. Per non dire delle strade limitrofe. Gente in ogni dove chi, non potendo arrivare al luogo stabilito, si fermava vicino ai maxi-schermo approntati in tutta la città. Roma viveva la giornata in maniera calma e gioiosa. Gli altoparlanti rimandavano l’Inno d’Italia e altre canzoni di stampo patriottico e sociale, Bella Ciao con De Gregori, De André con Fischia il vento, il Nabucco con Guccini, un vero pout pourri senza  alcun senso musicale, ma la giornata era di festa e tutto o quasi era concesso.
Ogni cosa era pronta, il palco costruito ad altezza giusta per poter permettere a tutti la visione dell’evento. Le sedie, venti, erano pronte, anche i fucilieri erano pronti nelle loro uniformi di fine ‘800, ma i fucili erano moderni e funzionanti. Mancavano solo gli attori principali. Coloro che sarebbero stati legati alle sedie con le spalle al plotone d’esecuzione, perché altro non meritavano. Avevano tradito la Patria e gli interessi di tutti per gli interessi di uno per spartirsi poi le briciole oppure avevano tradito gli ideali e basta dando il cattivo esempio. La gente iniziò ad agitarsi poco prima che l'anziano Presidente prendesse la parola. "In questo giorno triste e pur lieto per le Istituzioni vi raccomando sobrietà, calma ...", andò avanti per 10 minuti, in parole povere il messaggio era: "State buoni se potete sennò fate un po' come vi pare".

Inizio
Non era più possibile andare avanti. I 150 anni dell’unità d’Italia gli avevano dato alla testa. Lui era l’eroe e il matto che si sacrificava per la Patria, lui era colui che era stato eletto dal popolo, lui era colui che modernizzava lo Stato, lui era la vittima sacrificale di tutti, lui era. Nel suo delirio d’onnipotenza non gli rimaneva che  salire un solo gradino. Diventare il Re.
Qualche segnale di imporre la dinastia c’era già stato ma non tutti lo avevano colto. Diverse volte si era sparsa la voce che la figlia sarebbe diventata la nuova presidente del consiglio, infatti era scesa in campo come il padre, a gamba tesa in diverse occasioni. Comunque era lui a tenere le fila e i fili dei burattini che lo circondavano. In qualche occasione aveva fatto, come al solito, diverse battute su “l’état c’est moi” e “le roi soleil”, ma dato che amava gigioneggiare, e non solo, pochi avevano preso la cosa in maniera seria. Solo il 17 marzo 2011 tutta la sua protervia era uscita fuori. La crisi ormai aveva preso e stretto il bacino del Mediterraneo, presidenti, re e dittatori cadevano come ciliegie mature dagli alberi. Solo lui rimaneva in sella per la codardia, il lassismo e il menefreghismo della sua gente. E lui, nel suo delirio, aveva frainteso tutto trasformandolo in un tacito appoggio alle sue posizioni. Quel giorno di festa, contestata dai suoi stessi lacchè , si lasciò andare e dichiarò ai microfoni, davanti alla nazione e non solo, che “è giunto il tempo che io mi faccia re, è giunto il tempo che si riconosca nella mia persona la guida imperitura della nazione”. Il Presidente in carica, pallido di suo, sbiancò ancor più, vacillò e si accasciò sulla poltrona di velluto rosso. Il ministro dalla luciferina barba rimase a bocca aperta e dette modo ad una rondine di incastrarsi tra i suoi incisivi. Gli altri svennero, piansero, gridarono e uno si inginocchiò, gli prese le mani e gliele baciò in estremo atto di sottomissione.
Gli uomini dell’opposizione risero, poi sgranarono gli occhi, qualcuno disse parliamone, qualcun altro gridò la sua contrarietà, alcuni fecero motti di spirito, altri scapparono, altri si avvicinarono cauti e timidi per capire meglio cosa fare, molti, la maggioranza, si scagliarono contro il premier e lo zittirono, lo bloccarono e lo consegnarono ai generali e ai colonnelli presenti sul palco. Gli alti gradi delle forze di polizia e dell’esercito si guardarono e, come un sol uomo, portarono le mani ai cellulari e diedero ordini secchi e precisi.
Il popolo, senza che nessuno lo chiamasse a raccolta, scese in piazza con le bandiere e occupò la Nazione. Si aprì una caccia all’uomo, in alcuni casi non proprio pacifica, per assicurare alla giustizia i complici del golpe. Gli stessi militari si preoccuparono di neutralizzare i loro commilitoni golpisti. Non ci fu un bagno di sangue, la reazione fu tutta di popolo, veloce e auto organizzata che colse di sorpresa l’uomo che voleva farsi re e i suoi uomini.
Non ci furono lunghi processi, anzi, furono molto brevi. Si riconobbe la colpevolezza e si emise la sentenza. Condanna inequivocabile per una serie di reati contro le Istituzioni e la pena non poteva che essere la morte. Ciò che successe a Dongo come fatto isolato divenne la norma. Si attese un anno per portare a termine le sentenze. Esse dovevano servire come monito per il futuro, dovevano rimanere impresse nella mente dei giovani per far sì che non accadesse di nuovo. E così in ogni capoluogo di regione vennero approntate le sedi per le esecuzioni. Cinquanta per ogni capoluogo, 100 per le città principali o ex capitali d’Italia. 100  a Torino, Firenze, Milano, Napoli e Palermo. Solo Roma ebbe il privilegio e la sventura di averne 200. Dietro il palco erano pronte le sedie per sostituire quelle sporche dopo ogni fucilazione e pronti erano anche i fucilieri che si sarebbero alternati nell’opera.
Salirono sul palco politici (di maggioranza e non solo), industriali, mafiosi, camorristi, n’dranghetisti, corrotti e corruttori, sindaci e assessori, uscieri e sindacalisti senza trascurare il mondo dello spettacolo e della cultura, i cosiddetti intellettuali. Insomma si fece ciò che la Giustizia non era stata messa in grado di fare, senza riguardo per nessuno. Il Direttorio che si era insediato con la rivolta popolare aveva azzerato tutto. Anche se stesso, con il 17 marzo 2012 cessava di esistere e i componenti tornavano ad essere uomini e donne del popolo, lasciavano ancora la parola a libere elezioni sperando che l’esperienza, pur breve, avesse formato una nuova classe dirigente. Tra le ultime decisioni prese dal Direttorio ci fu quella che nessun partito poteva avere nel nome oggetti e valori simbolici appartenenti a tutti come il tricolore e la parola Italia.

17 marzo 2012
E’ giunto il momento. Sul palco del Circo Massimo salgono i primi venti condannati a morte. Ministri e politici, la loro ultima passerella prima di dire addio alla vita. In ogni città c’è il politico di riferimento, Governativi e molti anche dell’opposizione,un brusio si alza nel Circo Massimo all’apparire di un signore poco più che cinquantenne, appesantito nel fisico, con gli occhialini ormai sbilenchi. Vicino a lui un signore dal nome richiamante la Germania ma che nulla ha di tedesco, uno con un soprannome animalesco presunto difensore dei più poveri. Ecco anche quello che era largo e pesante, molto, in senso metaforico e reale, un vero pachiderma, ora non più. Ancora sbraita come ha fatto in vita, forse pensa che la morte possa spaventarsi. In ogni città le stesse scene e le stesse reazioni. All’unisono, in tutta Italia risuona la prima scarica, poi si andrà avanti autonomamente secondo l’organizzazione e il numero di condannati.
Ne manca uno, il principale. La sua fucilazione non è prevista in nessuna piazza, pochi sanno dove è. Eppure è vicino, infatti, nel cortile di Regina Coeli risuonano gli spari che pongono fine ai suoi sogni di gloria, alla sua smania di grandezza. Risuonano lì, al chiuso, per non dargli l’estrema soddisfazione di morire in pubblico. E’ bastata a tutti che avesse passato in pubblico la vita.
Il 17 marzo diventa festa nazionale, tutti gli anni e non solo ogni cinquantenario. Senza polemiche e senza ripensamenti. Sarà festa anche nei campi di lavoro creati per rieducare tutti coloro che non hanno abiurato spontaneamente. La loro condanna è la nemesi della loro vita.
Nel frattempo, in un piccolo paesino dell’Umbria, viene fucilato a viso aperto un giovane che, preso da sacro furore, aveva giustiziato, in via dell’Anima a Roma, un megafono vivente a colpi di megafono di ferro. Non fu fucilato per l’omicidio in sé, ma per l’inutilità dello stesso.
Anche in un paesino della bergamasca ci fu l’esecuzione di un giovane. Egli aveva annegato in un corso d’acqua pulita un pesce pseudo-politico. Pagò con la vita per aver inquinato il fiume con un omicidio inutile come lo era la vittima.

lunedì 14 marzo 2011

Ricostruzione e ricostituzione

Ricostruzione. Termine quanto mai attuale se pensiamo alle immagini e alle notizie dell'immane catastrofe del Giappone o solo se pensiamo a L'Aquila e alla tanto sbandierata ricostruzione berlusconian-bertolasiana, ad Haiti o a Messina dove esistono ancora le baracche del terremoto del 1908 . Ricostruzione è una parola dai mille usi, dai più banali come la ricostruzione delle unghie ai più seri come la ricostruzione di un rapporto. Il vocabolario dice che ricostruzione è la nuova costruzione di una struttura o ripristino della sua integrità, ma se c'è una ricostruzione ci dovrà essere un precedente. Infatti i contrari della parola in questione sono: distruzione, abbattimento, demolizione. Tutti termini che danno idea di cose materiali, tangibili, addirittura con tutti i sensi. La distruzione la puoi vedere, la puoi sentire nel crollo di un palazzo o nel boato di un terremoto, la tocchi quando sei costretto a rimuovere le macerie, la odori nel puzzo di morte che essa si lascia dietro, l'assapori quando ne mangi la polvere.  Eppure non è questa la distruzione che mi interessa.
Sempre più spesso si sente parlare di ricostruzione in e nella politica. Si usa per classificare l'opera del governo Berlusconi, distruzione delle regole, distruzione di un tessuto sociale che bene o male reggeva, della scuola pubblica, dei doveri di ognuno e di tutti, ecc. Distruzione dell'esistente per rimodellare tutto a proprio piacimento. Da ciò deriva l'abnorme uso della parola ricostruzione, la utilizzano studenti e professori, non ultima la rettrice della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, Maria Chiara Carrozza. Muti parla di "ignominiosa scure" per i tagli alla cultura. Insomma è tutto un lamentarsi della distruzione e tutto un parlare di ricostruzione.
Ma c'è anche un'altra parola che è interessante: ricostituzione, che è il ripristino di un ordine o di una funzionalità interrotta. L'unione delle due azioni derivanti dalla ricostruzione e ricostituzione potranno portare il nostro paese ad essere di nuovo ammesso nell'ambito civile.

P.S. A proposito di ricostruzione, dimenticavo.
Per mia sventura ho subito quattro interventi di ricostruzione dell'osso gengivale, tutti fatti ambulatorialmente e con tre giorni di prognosi ciascuno che non sempre ho rispettato tornando al lavoro prima del dovuto. Non ho letto la cartella clinica del premier, me ne guarderei bene non fregandomene assolutamente nulla del suo stato di salute, anzi, ma da quello che si è saputo non ha fatto altro che lo stesso mio intervento. Mai, dico mai, nelle quattro volte che il mio dentista è intervenuto, ho avuto problemi alla guancia sia nella parte interna che esterna. Mai ho dovuto portare un cerotto, al massimo finito l'intervento Alessandro, il dentista, mi dava una busta con il ghiaccio da mettere sulla parte offesa al fine di non farla gonfiare.  Ma non è che sb ha fatto come i ragazzini piccoli che anche per un taglietto si fanno mettere un enorme cerotto per poi poter dire: "Guarda che mi sono fatto!!"

giovedì 10 marzo 2011

Passata la festa, gabbata la donna

A riflettori parzialmente spenti sull'otto marzo alcuni pensierini sparsi, se possono interessare. Così, a caso, come vengono.
-Sicuramente è stato un otto marzo diverso dagli ultimi anni, si è visto qualche risveglio di coscienza, e, come al solito, dobbiamo ringraziare SB che è capace di rinverdire piante ormai prossime alla secchezza fatale. Manifestazioni e promesse di lotte. Vedremo. Certo che il panorama non lascia ben sperare.
-Facebook. Personalmente dal mio profilo tolgo le pubblicità che non mi vanno bene e mi sono peritato di togliere anche quelle che proponevano di festeggiare la festa della donna con cenette intime, a lume di candela, alternative, con spogliarelli maschili e altre stronzate e orpelli inutili e dannosi. Mi chiedo però: quante donne frequentatrici di fb hanno fatto altrettanto? E quanti maschietti che si dicono attenti hanno fatto altrettanto? A voi stesse/i la risposta. Poi andate in bagno, se è il caso, specchiatevi e prendete i provvedimenti del caso.
-Come non parlare di Santa Maria Goretti? Parlo di lei per non fare altri nomi ligio al mio dettame di tentare di parlare il meno possibile di cronaca. La piccola Maria elevata agli onori dell'altare da parte della chiesa perché, secondo loro, morta per difendere la verginità. Ma ai dottori della Chiesa, a papi e cardinali, ai vescovi e ai preti, non è mai venuto in mente che tutte queste martiri della verginità sono morte solo perché avevano paura di morire? Non hanno pensato che forse la verginità a e la salvaguardia della "purezza" fosse l'ultimo dei pensieri? E perché si dà per scontato che la purezza si abbini con la verginità? Purtroppo il caso ha voluto che il tutto si dipanasse in prossimità dell'otto marzo e facesse prendere diverso valore a cose che forse sarebbero rimaste confinate solo nella cronaca.
-Nuova linfa ha trovato negli ultimi mesi la campagna contro l'utilizzo dell'immagine della donna nelle pubblicità. Un nuovo film presenta questa locandina. Nulla di offensivo, sia chiaro, anche funzionale al film, però mi chiedo perché al posto della signorina non c'è un maschio? Per settimane ho avuto numerose visite solo perché avevo pubblicato il quadro di Courbert "L'origine du Monde", mi chiedo, se avessi pubblicato un quadro di un pene con la didascalia "Il padre del mondo" avrei avuto lo stesso numero di visite indipendenti dai contenuti del blog?
-Questione, termine che può indicare anche una disputa ad alto livello su temi scientifici, politici, culturali o problemi aperti da particolari momenti della storia e della civiltà. Senza andare troppo nel profondo, si possono citare la questione meridionale, la questione palestinese e, come si diceva fino a pochi anni or sono, la questione femminile. I termini sono cambiati ma la sostanza resta. Si è quasi giunti ad identificare con il termine "questione" problemi di difficile se non impossibile soluzione. Infatti dei tre citati ditemi quale è andato a buon fine. Ma limitiamoci alla "questione femminile". Ho sempre pensato che finché quell'aggettivo non sparisce rimarrà sempre la questione. Il problema non è femminile, o non solo. Il problema è maschile.
-Domanda di giornalista, o conduttrice -non ricordo: "Suo marito aiuta in casa?". La persona suddetta ha bisogno di una rieducazione totale. La domanda corretta sarebbe stata: "In casa c'è una equa divisione dei compiti?". Finché si parla in questi termini non ci sarà mai parità, finché la casa verrà ancora vista come il regno delle donne non si andrà da nessuna parte. Quante di voi hanno avuto per regalo, non espressamente richiesto, un frullatore, un robottino da cucina, la lavastoviglie o un qualcosa utile al mantenimento della casa, accompagnato da un sorriso ebete e dalla frase: "Guarda che ti ho regalato?". Quante hanno mandato a quel paese il proprio compagno, marito, fidanzato, padre, fratello o amico che fosse? Personalmente la lavastoviglie ME la sono regalata.
-Sempre in questi giorni, Repubblica del 1 marzo pag. 25, si è potuto leggere questo titolo "Le signore fuori orario Parrucchiere e palestra anche dopo mezzanotte. Boom di servizi notturni. Perché la giornata non basta", commentare mi sembra superfluo, a maggior ragione se uno dei sommari del pezzo è: "Secondo le statistiche Ocse gli uomini possono contare su 83 minuti di libertà in più delle loro compagne".
-Esisterà sempre la questione femminile se la pubblicità continuerà a rivolgersi alle donne solo come possibili acquirenti di determinati prodotti. Solo da poco, infatti, le donne vengono rese protagoniste delle campagne di case automobilistiche, per il resto dovreste occuparvi solo dei capelli ricci, lunghi, con le doppie punte, della cellulite, dell'immancabile funzione defecatoria, delle rughe, di calze e reggiseni e mutandine, di borse o borsette, di gonne e  pantaloni, di animali di casa (fateci caso, dei nostri amici nelle pubblicità si occupano principalmente le donne salvo i cani di grossa taglia che sono prerogativa maschile), di salute -anche qui spesso si vede la funzione subalterna della donna che interviene per curare l'uomo piagnone, di ginnastica perché dovete sempre essere belle e magre per i vostri maschi, intente a riscaldare piatti già cucinati come come vostra opera di alta cucina o a dispensare sorbetti commerciali a parenti ed amici e basta così perché il post si allungherebbe oltre misura.
-Ma non contenti, tutti - maschi e femmine- facciamo passare le quote rosa anche nei management industriali così come sono passate in politica. Anche questa norma, salutata con clamore degno di miglior causa, la trovo deleteria e discriminante per le stesse donne. Garantire il posto solo perché la candidata è donna mi fa venire in mente quello che è successo in politica. Una domanda, come al solito: "Senza andare indietro nel tempo, ma la Marcegaglia o la Bindi hanno avuto bisogno delle quote rosa per diventare quello che sono?". Il problema, oltre ad un diffuso maschilismo, è che occorrerebbe un maggior controllo sulle capacità dei candidati, indipendentemente dal sesso, a ricoprire certe cariche e non a trovare, in un futuro, a tutti i costi una candidata donna. La qualità innanzitutto, da parte delle donne e degli uomini. Qualcuno potrebbe obiettare che c'è del maschilismo nascosto in queste posizioni. Avendo avuto, nella mia carriera lavorativa, diverse donne come capo e essendomi trovato meglio con loro che con i maschietti, l'accusa mi lascerebbe del tutto indifferente.
-Una delle frasi più utilizzate del linguaggio parlato è: "Sei una testa di cazzo". La detta frase non è solo di pertinenza, attiva o passiva, dei maschi ma anche delle donne. Se ci riflettete essa non è una offesa, è la constatazione che "testa di cazzo" è uno stato mentale che travalica i generi. E' la dimostrazione che c'è chi ragiona con gli stessi meccanismi dell'organo in questione, afflusso di sangue e reazione meccanica. Non è indispensabile l'intervento della materia grigia.

Volutamente non mi sono addentrato troppo nell'aspetto teorico della questione.

qui il post per l'otto marzo del 2009.

lunedì 7 marzo 2011

Eversione?

Questo post sarebbe potuto essere il cappello, la fine o un inserto del precedente. Ma l'ho tenuto da parte perché è una provocazione, però, pensandoci, mica tanto.

Esponenti della Lega festeggiano
 l'approvazione della legge sul federalismo
La settimana scorsa ho fatto un piccolo esperimento, in parte voluto e in gran parte spontaneo. Per la prima volta da quando ho la possibilità economica ed intellettiva, non ho comperato giornali, di nessun tipo e orientamento. Mi sono informato solo ed esclusivamente con i vari TG e con l'informazione reperita dai blog e dalle testate on line. Il più delle volte basandomi solo sui titoli, che è la cosa che fa la maggior parte degli italiani che non compra abitualmente quotidiani, settimanali o altro. Di conseguenza potrei scrivere migliaia di righe sui più svariati temi senza tralasciare spettacoli e sport, invece mi limito ad un solo fatto politico testimoniato da foto e filmati. Guardate la foto qui a lato, è di una gravità inusitata ed è passata quasi sotto silenzio o solo come fenomeno folcloristico, a parte qualche blog non ho trovato se non rari accenni superficiali. Sicuramente mi sarà sfuggita qualche trasmissione o qualche titolo che trattava l'argomento, ma in via generale non mi sembra che la cosa abbia avuto molto spazio. Il luogo dove è stata scattata questa foto non è uno spazio privato, è l'aula del Parlamento, uno dei luoghi simbolo della democrazia e dello Stato. Quella che vedete non è la bandiera della Roma o del Brescia o del Palermo, è la bandiera di un partito politico che ha nei suoi desiderata l'autonomia, che ha minacciato e minaccia la secessione, che più volte ha minacciato di andare alle armi per raggiungere l'obiettivo. Di conseguenza un partito che persegue finalità eversive nei confronti dello Stato. Ora, qualcuno mi sa dire se le famose toghe rosse hanno preso qualche provvedimento per vedere se nell'esposizione della bandiera della Lega nel Parlamento è ravvisabile qualche reato?

Non meno grave è la seconda foto, anche se occorre prestare più attenzione. Sicuramente lo avete riconosciuto, è il Presidente del Consiglio italiano, colui che rappresenta ai più alti vertici il nostro Paese. Tralasciando tutti gli altri problemi che lo riguardano e che per forza di cose riguardano anche noi, mi chiedo, tutta la mia vita è fatta di domande, se qualcuno si è posto il problema se non sia incorso in qualche reato portando al taschino una pochette con il simbolo di un partito che, come detto sopra, rasenta  se non supera, la soglia eversiva?

domenica 6 marzo 2011

L'Italia si fermi. Nulla di più.

Ci avviamo verso la primavera e una densa stagione di manifestazioni, questa mai interrotta. Partiamo dal 13 febbraio e dalla protesta delle donne con gli uomini verso il decadimento dei costumi e della morale per arrivare all'abbraccio simbolico al Colosseo, alla pseudo-festa delle donne dell'otto marzo, allo sciopero generale della Cgil, a quella miriade di manifestazioni più o meno grandi che si svolgono e si svolgeranno sul suolo patrio, senza tralasciare le iniziative dei 150 anni della Repubblica.  Tutto un manifestare da destra a sinistra senza, con un po' di polemica, che cambi nulla, anzi.
Lo avevo scritto qualche giorno addietro, lo sciopero generale quando si farà ci vedrà sfiancati dalle polemiche se era il caso di farlo prima, se fosse meglio non farlo, lungo, corto, ad oltranza, con le armi, senza le armi, con le bandiere, senza le bandiere, partecipando o restando a casa, con la merendina fatta in proprio o quella comperata, con l'acqua liscia o quella frizzante, col vino rosso o quello bianco e altro ancora. Sopra queste polemiche ha versato un po' di benzina Ferrero: "La decisione dello sciopero generale da parte della Cgil è un primo risultato ma del tutto inadeguato per i tempi e le quantità. Serve una mobilitazione di 8 ore, contro il governo ma anche contro Confindustria, che sta applicando lo schema di Marchionne a tutti i settori produttivi. Le 8 ore di sciopero a maggio devono essere il punto di arrivo di una mobilitazione sociale forte perché tale è l’attacco che governo e padroni stanno sviluppando contro i lavoratori". Lascio ad ogni singolo frequentatore della notte della sinistra le considerazioni sulle frasi di Ferrero, se siano giuste, sbagliate, opportune o meno. Di mio dirò che, a parte il merito,  sembra l'uscita di un politico che non sa più a che santo votarsi per avere un po' di spazio e allora, come al solito, meglio fare un po' di polemica in casa propria piuttosto che andarsi ad incatenare sotto la Rai o Mediaset per avere lo stesso spazio degli altri movimenti politici. Ma, eliminata anche questa faccenduola, mi resta una domanda, sarebbero più di una ma non posso dilungarmi, è domenica anche per me. Ma tutto questo agitarsi per quattro, otto , dodici ore, ventiquattro ore con viaggio o senza viaggio, questo andare a tutte le manifestazioni contro il governo, contro tutto quello che è possibile contestare, che frutti darà? In questi tempi si è molto parlato del Nord Africa e delle "rivoluzioni" che colà si stanno realizzando, rivoluzioni che non sapremo per molto tempo che strada prenderanno, se il futuro sarà meglio o peggio del presente che condanniamo, se dopo uno scià verrà un ayatollah, dopo un re un dittatore, dopo un dittatore una democrazia. Ma non svicoliamo. La domanda, in parole povere, è: Noi non possiamo fare nulla per il nostro Paese?  Ci dobbiamo limitare a protestare a giorni stabiliti e nei modi canonici per un tempo limitato? Ma che ci fanno pagare l'occupazione di suolo pubblico? Tutti parlano della rivoluzione di Facebook e di Twitter, ma perché noi non possiamo fare altrettanto? Perché dopo le manifestazioni finisce sempre con una pizza e non si continua fino alla caduta di Berlusconi? Il tutto non prevede l'uso di armi o violenza, l'Italia si fermi. Nulla di più. Se ne vada in una delle sue tante ville come ha più volte detto di voler fare. Ci lasci in pace, non ci ammorbi ancora con i suoi problemi e con i suoi tentativi di stravolgere le regole della Repubblica.
Volendo, lo potremmo fare.

sabato 5 marzo 2011

Teleselling

Il povero Berlusconi non ha nemmeno più il cellulare per non essere intercettato. Povero ciccio, facciamogli una leggina in modo che anche lui si possa dilettare con il giocattolo del millennio. Che poi non lo abbia perché lo possono intercettare è un altro discorso. Come detto da molti e più volte, sono problemi di quel che dice e quel che fa se qualcuno lo intercetta. A me, penso, non controllano e, se anche lo facessero, non me ne fregherebbe nulla. Al massimo potrebbero sentire le stronzate che dico con il Russo e con Loris, sai che divertimento per quello che sentono! Tutti ad invadere la privacy del povero nostro premier, tutti a farsi i cazzi suoi e dei suoi amici. Un popolo di guardoni e orecchioni.
Nello stesso tempo e sullo stesso tema, la privacy, si ha la dimostrazione che della nostra non frega nulla a nessuno. Tutti siamo stati importunati da poveri venditori/trici che magnificano offerte, che spesso tali non sono, per lavoro malpagato. Le chiamate arrivavano a tutte le ore, tutti i giorni, da tutte le parti. Non solo sul numero fisso ma anche sui cellulari. Ma dobbiamo essere contenti che il nostro amato governo ha risolto in maniera drastica il problema. Dal primo febbraio non abbiamo più chiamate di domenica e nei giorni festivi e nemmeno dai numeri anonimi, quella è una prerogativa del Russo, ma chiunque potrà chiamare negli altri giorni senza nessun problema. A prima vista si potrebbe dire che non è quasi cambiato nulla, anzi, potrebbe essere migliorata qualche particolarità, invece no. Ci viene data, spacciandola come una conquista, la possibilità di rifiutare le chiamate di tentata vendita telefonica iscrivendoci ad un albo appositamente creato. Ovvero dovremmo fornire tutti i nostri dati ad un ente terzo che creerà un registro, alla faccia della privacy, di coloro che non vogliono rotture di scatole da parte degli operatori di teleselling. E' indubbiamente una gran rottura di doversi registrare per via telematica, e-mail, telefono, raccomandata o fax e non vedo perché un anziano, di solito i più tartassati e vittime di raggiri, si debba sottoporre a queste inumane pratiche per avere rispetto della sua sfera privata.
Pensandoci bene, anche il premier rientra nella categoria anziani. Idea!! Se non vuole essere invaso (nella sfera privata, che avete capito) si può sempre iscrivere ad un registro, fatto apposta per lui, dove si possono registrare tutti coloro che non vogliono essere intercettati. Vi lascio immaginare chi sarebbero gli altri iscritti.

Se proprio ne volete sapere di più potete leggere qui qui, qui

mercoledì 2 marzo 2011

Il discorso del re e anche il mio

Già diverse volte ho avuto modo di dire che balbetto, ora in maniera più che accettabile rispetto all'infanzia e all'adolescenza, quindi, se mi ripeto, portate pazienza, prendetelo per un balbettio della mente.
La mia balbuzie l'ho anche usata per i miei comodi a scuola, non essendo totalmente un caprone mi proponevo come volontario per l'interrogazione, rispondevo fino a quando era possibile poi passavo a una mezza scena muta con emissione di suoni non intellegibili ad umani, i professori abboccavano e mi prendevo la sufficienza. Quando i compagni di scuola capirono il trucchetto mi toccò farlo anche per salvare loro da interrogazioni a sorpresa. Ma a questo grado di furbizia ci ero arrivato solo alla terza media e perfezionai poi il metodo alle superiori. Alle elementari ancora mi pesava e reagivo menando a più non posso. All'Università il giochetto non era applicabile ma tanto la mia carriera durò poco per altri motivi già detti. Inutile stare a sviscerare il  perché della mia balbuzie, non posso mica raccontarvi la mia infanzia infelice!
Questo cappello per dire che ieri sono andato al cinema (sì lo so non ve ne frega nulla e non so perché ve lo dico) a vedere "Il discorso del re", osannato film sul re d'Inghilterra balbuziente Giorgio VI. Liquidando subito il problema della critica cinematografica, che non mi compete e non mi sento in grado di fare, dicendo che Churchill mi è sembrato troppo caricato sia nell'interpretazione dell'attore che nel doppiaggio italiano, che Colin Firth e Geoffrey Rush sono splendidi e veritieri, passerei alle sensazioni trasmesse dalla pellicola.
La scena, non svelo nulla avendola vista più volte in televisione, del primo discorso allo stadio del Duca di York che rimane con la bocca aperta senza emettere alcun suono, mi ha colpito,riportandomi indietro nel tempo e mi ha fatto rivivere i miei silenzi, angosciosi e angoscianti. L'incapacità di comunicare, di rendere chiaro il pensiero formulato che si fermava in gola. Quella mancanza di aria che mi prendeva anche avendo la bocca aperta, quel ripetere una lettera, una sillaba più e più volte fino a non avere più fiato nei polmoni per continuare a provare. Solo chi balbetta può capire cosa si prova. Quando ero piccolo andavano per la maggiore l'Intrepido e il Monello, due giornalini di fumetti dove spesso c'era una pubblicità di, se non ricordo male, Villa Betania a Rapallo che prometteva soluzioni radicali al problema. Mai passata per la testa di proporre ai miei genitori di andarci, sarebbe stato inutile per diversi motivi.
Certo, re Giorgio VI è stato fortunato ad avere una moglie testarda che cercava per lui la soluzione al problema fino a trovarla nell'australiano Lionel Logue. Quanti bambini e adolescenti vorrebbero avere qualcuno che li aiutasse se non a risolvere almeno a convivere con un problema che spesso rasenta l'invalidante. Chi balbetta fa ridere, è indubbio, come chi inciampa, e se capita ci rido anche io, ma non sempre si riesce ad avere un rapporto "sano" con la balbuzie. Ho conosciuto diverse persone con questo "difetto" ed è difficilissimo rapportarsi con loro. Il primo giorno che sono passato in segreteria di redazione al giornale, ho ricevuto la prima telefonata (nemmeno se fosse stato tutto preordinato) da un giornalista della redazione di Trieste. Conoscevo di nome il giornalista e sapevo che aveva il mio stesso "vizio" e fu veramente dura parlare con lui scegliendo le parole una ad una in modo da non tartagliare perché lui non mi conosceva e non poteva sapere che non lo stavo prendendo in giro.
Per tornare al film, bello, emozionante e ben fatto. Per me, parte in causa, anche commovente. La nostra è una battaglia continua, perenne contro noi stessi e la nostra voce che spesso ci manca.

P.S. Come al solito, finito di scrivere, mi sono andato a leggere qualche critica. E, sempre come al solito, si va dalla stroncatura all'esaltazione con poche mezze misure. Il film è onesto, l'interpretazione buona e la storia accattivante. Come tutti i film ha alti e bassi nella narrazione. Ma ciò che non mi è piaciuto è l'utilizzare, al fine della stroncatura, l'esilità della storia rispetto alla guerra, a Hitler e altro ancora. Anche la Grande Storia è fatta di piccole storie, esili e anche infime a volte. Non mi è parso di vedere nel film la pretesa di una interpretazione storica del conflitto attraverso la balbuzie del Re. Si può fare critica ma senza scendere nel ridicolo. Conosco un critico cinematografico che balbetta, sono andato a cercare la sua recensione del film, non l'ho trovata!

martedì 1 marzo 2011

Il cimitero dell'intelletto

Scuola, giornali, nuovi mezzi di comunicazione, tutto è sotto la mannaia di chi governa, in Italia come nel mondo. Tutti capaci di lamentarsi della mancanza di democrazia negli altri paesi ma nessuno che torni sui propri passi per aumentare la democrazia in casa propria. Mi ha fatto un certo effetto vedere in televisione il delegato cinese all'Onu che vota le sanzioni per la Libia e difende il suo paese dove i diritti civili non è che siano al primo posto dell'agenda politica dei governanti.
Ieri, con un'amica di feisbuc, è venuta fuori una banalità molto vera. Spesso c'è sempre qualcuno che dice le stesse nostre cose ma con più acume, bravura, saggezza e altro ancora. E, sempre con i miei voli arditi, congiungo il tutto con un libro che qualche mese fa è stato su tutte le prime pagine dei giornali e nelle trasmissioni televisive, un libro che molti si sono affrettati a dire che era pericoloso, fuorviante e da prendere con le molle come i tizzoni ardenti. Ora, a lettura finita e digerita, posso dire che può aver paura di quel libro chi è incolto, con la coscienza sporca o chi ha il piacere di tenere nell'ignoranza il popolo. Dire che il libro avrebbe potuto confondere ancor più il vero dal falso vuol dire aver scritto le recensioni senza leggerlo, e, purtroppo, succede spesso. Da quel libro ho tratto e leggermente modificato il brano che pubblico.


- ... Ma c'è qualcosa che vada bene per gli studenti? In Italia gli studenti sono importanti, sono teste calde da tenere sotto controllo.
-Ecco: "Quando saremo al potere, toglieremo dai programmi educativi tutte le materie che potrebbero turbare lo spirito dei giovani, e li ridurremo a essere dei bimbi obbedienti, i quali ameranno il loro sovrano. Invece di far studiare i classici e la storia antica, che contengono più esempi cattivi che buoni, faremo studiare i problemi del futuro. Dalla memoria degli uomini cancelleremo il ricordo dei secoli passati, che potrebbe essere sgradevole per noi. Con metodica educazione sapremo eliminare i residui di quella indipendenza di pensiero della quale ci siamo serviti per i nostri fini da molto tempo ... Sopra i libri con meno di trecento pagine metteremo una tassa doppia e queste misure obbligheranno gli scrittori a pubblicare delle opere così lunghe, che avranno pochi lettori. Noi invece pubblicheremo delle opere a buon mercato per educare la mente del pubblico. La tassazione determinerà una rieducazione della letteratura dilettevole, e nessuno che desideri attaccarci con la sua penna troverebbe un editore". 
Quanto ai giornali il piano prevede una libertà di stampa fittizia, che serva al maggior controllo delle opinioni. ... occorrerà accaparrarsi il maggior numero di periodici, in modo che esprimano opinioni apparentemente diverse, così da dar l'impressione di una libera circolazione d'idee, mentre in realtà tutti rifletteranno le idee dei dominatori ... "Naturalmente si dovrà proibire a ogni giornale di dar notizia di delitti perché il popolo creda che il nuovo regime abbia soppresso persino la delinquenza. Ma dei vincoli posti alla stampa non ci si deve preoccupare oltre misura perché che la stampa sia libera o no il popolo non se ne accorge neppure, incatenato com'è al lavoro e alla povertà. Che bisogno ha il proletario lavoratore che i chiacchieroni ottengano il diritto di cianciare?"