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lunedì 31 gennaio 2011

Buongiorno signor Franco. Il numero 1?

Stanco. Ecco la parola che cercava per definire il suo stato. Stanco. Di una stanchezza incommensurabile.
Stanco innanzitutto del suo monolocale con angolo cottura e balconcino finemente arredato, in affitto. Stanco di girare in quei 25 metri quadrati, stanco di sentirsi come un criceto che fa girare la ruota senza che a nessuno interessi nulla della sua vita. Ormai è un numero, solo questo un numero. Un numero per il bancomat, per la carta di credito, per la mutua, per la pensione, addirittura per l'interno del monolocale, il numero 12 bis. Che ipocrisia non usare il numero 13. Solo al bar si sentiva ancora una persona: "Buongiorno signor Franco. Il solito?". Se il cameriere avesse potuto gli avrebbe detto: "Buongiorno signor Franco. Il numero 1?", dato che prende sempre un caffè, se avesse preso il cappuccino, sarebbe stato il numero 2. Quanto odiava i numeri, tutto alla fin fine si riduce ad un numero. Il numero del bus, del treno, del volo, dello scaffale del supermercato. Era stanco di tutto ciò. Doveva far qualcosa per cambiare la sua vita. Numeri, nient'altro che numeri. Il numero delle prostitute, il numero dei voti, il numero dei compensi, il numero delle ville, il numero dei deputati e senatori. Per lui tutto si riduceva ormai a numeri, freddi e impersonali numeri.
Anche il numero del cellulare, che ha da quando intratteneva ancora rapporti sociali. Quante volte ha sentito dire: "Sulla mia rubrica ho tot numeri", o "Su facebook ho più di 5000 amici". Ma chi sei? Mandrache, che riesci a intrattenere tutti questi rapporti sociali? Ma non dite stronzate. Cercate su un computer ciò che non siete più capaci di cercare nei vostri simili. Parlate al telefono senza dire nulla, solo inutili parole che non lasciano il segno in niente e in nessuno. Peggio delle scritte sulla sabbia. Criceto impazzito, si aggira nella stanza. Butta, butta tutto ciò che non gli serve nella nuova vita. Buste e buste di nulla, perché in fondo è nulla che ci serve. Il resto sono inutili sovrastrutture materiali e intellettuali.
Ancora una volta scende ai cassonetti, affanculo la differenziata, per buttare, pulire, cancellare ciò che è stato e che non potrà essere.
Chiusa la porta, consegnate le chiavi al portiere del residence come tutte le mattine, Franco si avvia verso il futuro. Getta la scheda telefonica, poi la batteria e lascia su un muretto il cellulare vuoto, che qualcuno ne faccia buon uso, o, almeno, migliore dell'uso che ne ho fatto io. Tanto sono mesi che non squilla. Passa l'autobus, sale senza sapere la destinazione, solo come sempre. No, non proprio solo. Salgono in due, lui e la solitudine che non lo ha mai lasciato. Fedele compagna di vita.

venerdì 28 gennaio 2011

Difendi il puttaniere che è in te

Dopo la Giornata della Memoria ci sarà la giornata del:


Difendi il puttaniere che è in te

Appuntamento per tutti il 13 febbraio 2011 a Milano (forse Piazza Duomo).

mercoledì 26 gennaio 2011

Shoah, occorre sapere non solo ricordare

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, il giorno del ricordo dell'Olocausto. Un giorno, almeno quello, dove si ricorda lo sterminio degli Ebrei, e io aggiungo, non solo loro. Ricordo dovuto dicevo, ma anche forzoso perché non tutti condividono l'analisi storica di ciò che è accaduto nella seconda guerra mondiale.
E' di questi giorni la promessa di rendere penalmente perseguibili, anche in Italia, coloro che "negano" l'evidenza di ciò che è accaduto nei campi di sterminio tedeschi. Diverse sono le opinioni sull'opportunità di questo nuovo reato. Certo, i negazionisti sono antistorici e riescono a contestare il non contestabile, ma ho seri dubbi che il problema si possa risolvere per via legale. Piuttosto è da domandarsi come mai la Shoah, parola che non è compresa nel correttore automatico di blogspot, tanto per far capire le mancanze culturali, non è un avvenimento condiviso.
Finché, e a volte penso sia ormai troppo tardi, non facciamo studiare la storia contemporanea ai nostri figli e nipoti non si arriverà mai alla comprensione della nostra storia recente, perché sono passati solo meno di cento anni dagli accadimenti e già si tende a dimenticare o c'è la certezza di non aver mai saputo. In tutto il mondo, Israele compreso, movimenti neonazisti non solo hanno rialzato la testa, ma in alcuni casi siedono anche nei parlamenti. In molte nazioni ci sono rigurgiti antisemitici anche in coloro che governano. E tutto ciò non ha nulla a che vedere con la questione palestinese. Troppe volte ci si trincera dietro questo alibi per giustificare, quasi una vendetta, che produce frutti avvelenati, e in molti casi, più gravi del negazionismo stesso.
E' interesse di tutti ridare valore alla memoria, sapere e ricordare ci porta a non ripetere gli stessi errori del passato. Specialmente per gli italiani.

martedì 25 gennaio 2011

Bordello mediatico? E di chi è la colpa?

Sarò un nostalgico che non riesce a staccarsi dal passato ma non riesco ad immaginare nelle vesti di Berlusconi un Andreotti, un Moro, un Gava o un qualsiasi altro esponente democristiano di quella che viene chiamata Prima Repubblica.
Infatti quella era una Repubblica, quella di oggi è un bordello oligarchico che ha paragoni solo con le dittature africane e le Repubbliche delle Banane. L'intervento di Berlusconi all'Infedele è qualcosa di agghiacciante per violenza dei termini e dei toni che uno dei massimi rappresentanti dello Stato non può e non deve permettersi. Parla di bordello mediatico come se colpa fosse di chi ne parla e non di chi viene sospettato essere il principale protagonista. Come al solito si guarda il dito ma non la luna.
Purtroppo non è la prima volta, e purtroppo non sarà l'ultima, che questo signore interviene in trasmissioni televisive, via telefono, insultando conduttori, ospiti, preferibilmente donne, e pubblico senza però mai accettare il dibattito. Egli rifugge da qualsivoglia confronto perché lui è il verbo, nella sua malata concezione di democrazia, che non può essere contraddetto ma accettato per fede.
Guardando e sentendo i servizi sui disordini in Albania, ho notato che anche Sali Berisha utilizza come alibi il fatto di aver vinto le elezioni, contestate dall'opposizione, di essere stato eletto dal popolo come il premier italiano. Sempre ieri, quel campione della saltafossagine di Cicchitto ha detto una grande verità: Berlusconi è stato eletto con i voti di dodici milioni di italiani. Intanto si è sbagliato o non conosce nemmeno i dati elettorali, ma anche con quelli giusti, 17.064.506, i votanti per questo governo sono stati poco più di un terzo del corpo elettorale nella sua totalità. Calcolo semplice senza andare a fare il conteggio dei voti non validi e di percentuali per non annoiarvi troppo. Allora si rendessero conto, ma principalmente se ne facessero una ragione gli italiani, che mentono ogni volta che spacciano per verità la volontà popolare.

domenica 23 gennaio 2011

Toccherà a noi?

E' assodato che i poveri in Italia aumentano sempre più. L'ultima notizia è che 500.000 cassintegrati hanno perso almeno 8.000€ di reddito ciascuno. Se aggiungiamo che i precari non superano, in molti casi, i 9.000€ l'anno, che molti pensionati non superano i 700€ a mese per un totale di 8.400€ l'anno, che molti stipendiati viaggiano sui 12/15.000€ l'anno e che, come confermato qualche settimana fa, il 10% degli italiani possiede il 44% della ricchezza totale, non possiamo non dirci una nazione povera, quasi sull'orlo della fame.
Proteste in Tunisia
Se aggiungiamo che abbiamo un premier più e più volte indagato, mai condannato perché ha piegato le leggi al suo volere, un premier padrone di tante aziende che nel periodo dei suoi governi hanno aumentato fatturato e utili, che la morale di questo paese è in caduta libera, che chi difende le istituzioni viene bollato come golpista, che chi contesta l'intitolazione di una strada a Bettino Craxi viene bollato con parole sprezzanti dalla figlia: "Chi contesta non ha l'autorità morale per esprimersi su mio padre" e di conseguenza, precedendo e accodandosi al premier, contesta l'autorità anche della magistratura, che lo stato (minuscolo) ha trovato l'inghippo per non pagare le vittime degli abusi del G8 di Genova, che che che.... Trovate molte differenze con la situazione greca o tunisina o albanese?

venerdì 21 gennaio 2011

Morale? E cos'è?

Alle puttane ho già dedicato un post che mantiene intatta tutta la sua valenza. Sulla questione del corpo delle donne e del loro uso, lascio la parola al gentil sesso. Invece due parole sulla morale in generale, non me le risparmio, di conseguenza nemmeno voi che avete la bontà e la pazienza di leggermi.
Gaspare Traversi,
Santa Margherita da Cortona (1758 circa)
Protettrice delle prostitute pentite
In diverse intercettazioni si sentono genitori, parenti, amici che parteggiano per le signorine che sarebbero use vendere il loro corpo, perché così si sarebbero sistemate loro e di conseguenza anche i parenti. Forse sono veramente vecchio e con me tante altre persone. Se penso che in giorni ormai lontani avere una figlia che si prostituiva era fonte di vergogna perenne, che il solo fatto di rimanere incinte prima del matrimonio portava a soluzioni, per le ragazze, drastiche mi chiedo come si sia passato all'eccesso opposto. Genitori che spingono le figlie ad andare a letto con questo o quello pur di ricavare soldi facili francamente pensavo fosse cosa riservata solo ai ceti meno abbienti, alle famiglie degradate, ecc. E' vero, non c'è più morale contessa.
Ora immaginatevi un post di Luz che denuncia Gap, ovvero io, di frequentare donnine allegre specialmente se giovani e che per questo suo vizietto dilapida le scarse risorse familiari. Innanzitutto questo blog non avrebbe più lettori, qualcuna mi telefonerebbe per ricoprirmi di insulti, qualcuno sarebbe capace di venire sotto casa per prendermi a calci. Invece gli italiani, molti di loro, giustificano il satiro e, addirittura, i cattolici del PdL, non tenendo conto delle parole del Pastore tedesco, dei vari cardinali e dei loro giornali di riferimento, chiedono di attendere prima di emettere sentenza definitiva.
Morgan, per molto meno, ha perso il posto a Sanremo, Sircana, di cui non ci sono prove che frequentasse trans, è scomparso dalla scena politica e non vado avanti con gli esempi. E' sempre più vero che la giustizia non è uguale per tutti. E anche il concetto di morale.

Starnazzare

Per principio rifuggo dai dibattiti che vedono la presenza di Daniela Santanché, non perché mi diano fastidio le sue idee più di quelle di Ghedini, Bocchino, Belpietro, Sallusti ... un attimo, vomito e torno, ... Dicevamo, purtroppo quelle idee qualcuno le ha sdoganate e fatte diventare opinioni apprezzabili nei salotti televisivi e idee fondanti per molti cittadini italiani dalla memoria corta e dalla invidia ipertrofica. Memoria corta perché si rifanno al fascismo, invidia ipertrofica perché sperano tutti di diventare dei novelli berlusca senza averne le possibilità materiali e di conoscenze, ben più importanti.
Ma torniamo a lei. L'argomento principale di questo post. Dicevo che non vedo e non sento programmi dove lei sia presente perché, fondamentalmente, dovendo sentire quelle idee in tv non voglio sentirle da quella voce che mi ricorda il mio pollaio di quando ero piccolo dove, all'improvviso, le galline si agitavano volando e spargendo penne in ogni dove.
Pensandoci bene, avete mai visto un dibattito con esponenti del PdL femmine che non starnazzino come oche? C'è da dire che anche i maschi non sono da meno.

P.S. Dopo aver caricato la foto mi toccherà passare l'antivirus!

mercoledì 19 gennaio 2011

Nuti lo voglio così

Qualcuno ricorda i miei post su "Attacco al cuore dello Stato", mi sembra che arrivai alla settima puntata. Qualcun altro ricorderà i tre titolati Hard. Basterebbe dirvi: andateveli a rileggere e avrei concluso questo post. Sarebbe superbia e indice di pigrizia, sicuramente non indice di cedimento. E dato che anche della patata ho parlato a sufficienza, non ho intenzione di andare oltre e trasformare questo blog in un sito pornografico. Non voglio nemmeno sprecare ulteriori parole sulla Fiat e su Marchionne, lascio il campo libero a quei campioni del sindacalismo di Bonanni e Angeletti con la speranza che la classe operaia ritrovi il suo orgoglio e li mandi nel posto che meritano, la catena di montaggio con i tempi e l'organizzazione del lavoro voluta dal canado-molisano.
Spreco due parole su Francesco Nuti. Non ho visto la trasmissione, a detta di molti, anzi di più, vergognosa di cui è stato ospite. Mi chiedo solo come sia potuto venire in mente a qualcuno, in special modo i suoi parenti e amici, di esporre il dolore e la malattia di Nuti nella maniera indecente di cui parlano i giornali. E non voglio nemmeno citare la rete, il programma e chi lo conduceva. Posso solo essere contento che sia stato chiuso dopo solo due puntate. La scusa è lo scarso ascolto, forse, invece, è un sussulto di buon gusto. O così voglio sperare.

martedì 18 gennaio 2011

Viva la patata

Qualcuno (tanto per non fare nomi Il Russo) ieri, commentando il precedente post, ha detto:
Bé, almeno tu non pensi alla patata.

Vorrei smentire questa affermazione che mette in dubbio la mia italica propensione alla patata o come va di modo adesso, la patatina. Di seguito troverete gli argomenti che porto a mia discolpa. Non fidanzate immaginarie, non desiderio di distrazione, non presunte idee di impunità e altro ancora. Solo fatti inequivocabili che tutti possono constatare.
Patate fritte.
Patate al burro.
Patatine novelle al forno.
Patate arrosto.
Patate bollite.
Patate in purea.
Sformato di patate alla napoletana.
Patate e cozze alla salentina.
Gnocchi di patate.
Minestra di patate.
Zuppa di patate.
Torta di patate.
Patate ripiene.
Patate alla savoiarda.
Frittata di patate.
Patate con il lardo.
Patate al tegame.
Insalata di patate.
Patate con le mandorle alla spagnola.
Patate alla bolognese.
Rosti alla svizzera.

e, se non vi fanno schifo,
patate e banane all'hawaiana.

Ricordate:
La patata tira. Quasi come un ........

A cosa sto pensando








sabato 15 gennaio 2011

Qualche pensiero sulla Fiat

E così gli operai metalmeccanici della Fiat hanno pagato un conto salato per un pasto ancora da consumare e di cui non si sa se si troveranno le materie prime e se sarà mai portato in tavola.
Innanzitutto non si conosce bene cosa vuol produrre la Fiat, macchine per l'America? Per il resto del mondo? Piccole, grandi, medie? Non è dato sapere e nemmeno Marchionne ha intenzione di dircelo. Però il conto lo ha già presentato e se lo è fatto pagare in anticipo. In molti insistono sulla monetizzazione dei sacrifici chiesti ai lavoratori dando una interpretazione di comodo volta a dimostrare quanto ingrati siano gli operai. I famosi 3.700 euro di aumento dovuti agli straordinari esistono solo sulla carta  per il semplice motivo che se il prodotto non si vende quegli straordinari non verranno fatti e, di conseguenza , non verranno pagati. Anche sulla pausa cancellata si continua a dire che verrà monetizzata, non mi va  di andare a cercare l'importo esatto, ma è una ridicolaggine rispetto ai possibili danni alla salute degli addetti alla catena di montaggio, così come non è possibile quantificare la fatica dei turni di dieci ore al giorno per quattro giorni alla settimana. Stanchezza, distrazione, ripetitività sono rischi che negli anni passati si è fatto tanto per sconfiggere e che, con un colpo solo e con l'appoggio di "sindacati" padronali sono tornati e torneranno a farla da padrone nelle fabbriche.
Sono stato un culo di pietra seduto alla scrivania per tanti anni, spesso, straordinari o meno, ho lavorato per più di nove/dieci ore, di certo non sono uscito dal lavoro piegato in due, ma nemmeno fresco come una rosa appena sbocciata. Se poi ci mettiamo le ore di viaggio, dalle due alle tre e oltre ore al giorno secondo il traffico di Roma,  per andata e ritorno, quando tornavo a casa non ero uno straccio ma quasi.
Sulla questione Fiat hanno parlato tutti, ma proprio tutti, da coloro che hanno fatto quel lavoro a quelli che non sanno nemmeno cosa sia il lavoro in fabbrica, da coloro che sono stati sempre a culo coperto a quelli che un posto in fabbrica lo sognano. E, tra il tanto vociare, si sono sentite delle cazzate, altrimenti non è possibile chiamarle, che ci si chiede se hanno almeno letto qualche libro sul lavoro in fabbrica, fosse anche un semplice libro di Sociologia del Lavoro. E' vero, anche gli impiegati sono lavoratori ma la maggioranza non sviluppa una coscienza di classe, è dura ma è così. Forse non farebbe proprio male provare la catena di montaggio.
Dai numeri della "sconfitta" occorre però ripartire. Il fronte del No era accreditato di un 30%, Fiom e Cobas. Si è arrivati, invece, al 45, 95%. Un 16% in più, si sarebbe potuto raggiungere ben altro risultato se la votazione fosse stata libera e non un ricatto. Questo quasi 50% di operai e impiegati, pochi ma qualcuno ha votato NO, non può rimanere fuori dalla fabbrica, la Fiat se ne deve rendere conto. Non siamo più ai tempi di "E le stelle stanno a guardare" anche se questo non è che il primo tentativo di riportarci agli inizi del Novecento se non più indietro. E' questione di libertà, di dignità dell'uomo ancor prima che del lavoratore, se ne renda conto Marchionne e tutto il management della Fiat e lor signori che siedono in Confindustria. Ricordino, avete vinto questa battaglia ma la guerra continua. La vostra è stata una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa, ma ad ogni azione corrisponde una reazione e, statene certi, ci sarà anche il risveglio della classe operaia, impiegati compresi.

giovedì 13 gennaio 2011

Più passano le ore più sale la rabbia

Probabilmente il signore che piange nella foto è stato uno dei "beneficiati" della sottoscrizione che facemmo, che feci, in anni ormai lontani per sostenere lo sciopero della Fiat. Quel famoso sciopero che vide Berlinguer davanti ai cancelli. Vederlo mi commuove e mi fa salire sempre più la rabbia. Come sentire la giovane madre parlare ad Anno Zero e doversi fermare perché sopraffatta dalle lacrime. E, in uno sforzo di comprensione, immagino la sofferenza di molti nel votare "sì" non ad un referendum ma ad un ricatto.
HO TANTA DI QUELLA RABBIA IN CORPO, PENSANDO ALL'ITALIA E A TUTTI I SUOI CASINI, CHE VORREI SCRIVERE PAROLE CHE NEMMENO CONDIVIDO.

martedì 11 gennaio 2011

La mia Unità

Qualcuno avrà letto il mio primo post scritto quando ho aperto il blog, chi non lo ha fatto e ne sente la mancanza lo trova qui, ciò che vado a raccontare è un possibile seguito.

All'epoca, parliamo del 1976, l'Unità ancora macinava strada e vendeva copie, forte anche della insostituibile azione dei diffusori domenicali. Era un giornale con redazioni in tutta Italia, quasi ogni provincia. Un giornale grande come storia, idee, diffusioni e dipendenti. Molti, già allora, erano inutili ma era un dazio da pagare al partito padrone. Per tornare nel mio piccolo, ovvero il reparto fattorini, devo dire che eravamo tanti, se non ricordo male 13, e solo i più giovani avevano un diploma o studiavano addirittura all'università. Dopo la mia generazione si è tornati a fattorini spesso poco qualificati culturalmente, forse di pari passo con il declino del partito.
 Eravamo divisi in diversi turni che andavano dalle sette di mattina fino alle cinque della mattina seguente. Alle sette arrivavano il caposervizio di turno e i due fattorini che facevano il primo turno. Il lavoro era strutturato su due giri cittadini, si dovevano portare i giornali al direttore, alla Camera, al Senato, alla Cgil, alla Camera del Lavoro e alla direzione del Pci. Si passava poi all'Ansa e in altri uffici che ora non ricordo e c'erano sempre le varie ed eventuali. Dato che Roma è abbastanza grande, tutti questi posti si visitavano con due percorsi distinti, un fattorino per macchina. Le automobili erano due Fiat Seicento color cacarella (marrone chiaro) di cui, forse, parlerò un'altra volta. Ma il giro diviso si faceva di rado, solo quando c'erano troppe cose da fare e in posti troppo distanti da quelli abituali, avevano trovato il modo di farli in due con una unica macchina, uno guidava e l'altro scendeva. Il primo giorno di lavoro per imparare i giri sarei dovuto uscire solo con uno dei due compagni che non avevano nessuna voglia di cambiare le abitudini per me. Si parte allora in tre, i mie colleghi erano Wladimiro e Luigi, due tipi niente male di poco più grandi di me. Si sfrecciava per Roma con quel rottame che mi stupiva che ancora andasse veloce. Fin qui sarebbe stato tutto normale, ma mai fidarsi delle apparenze. Su uno dei tanti ponti sul Tevere ci fermammo al semaforo affiancati ad un tram, allo scattare del verde quasi entriamo in rotta di collisione con il mezzo costretto sui binari. Inchiodata la Seicento, Wladimiro, a cui toccava il turno di guida, inizia ad inveire contro il tranviere. In un primo tempo non capii il motivo dell'incazzatura, mi fu chiaro solo quando senti Wladimiro dire: "Mi hai stretto". Iniziai a ridere come un matto, cosa che Luigi d'altronde stava già facendo tirando per un braccio Wladimiro. Si riparte ridendo come matti e si arriva dopo poche centinaia di metri a Piazzale Flaminio. Ennesimo stop all'ennesimo semaforo e, non contenti della precedente sceneggiata, uno dei due mi disse: "Ora facciamo tamponare qualcuno". Poco prima che scattasse il verde, piccola accelerata e piccolo scatto in avanti della vecchia 600, la signora di fianco, senza riflettere, non ci pensò due volte, accelerò e inevitabilmente tamponò chi la precedeva. Scattato il verde partimmo tranquilli e indifferenti per iniziare a ridere di nuovo a crepapelle. Una delle tappe fisse era via Boncompagni in un piccolo ufficio della Cgil con annesso "baretto" proprio davanti l'ingresso di servizio dell'ambasciata americana. Questo era il luogo deputato alla prima colazione che consisteva in cappuccino e un paio di cornetti o bombe con la crema a testa. Il fatto era che in cassa pagavamo sempre un cappuccino e un cornetto per uno, quando ci girava bene. Si tornava al giornale verso le otto e mezza/nove dopo essere passati alla posta e aver ritirato due sacchi di juta colmi di corrispondenza. Arrivati al giornale si distribuiva tutto quello che avevamo raccolto nei nostri giri per i vari uffici e poi ci si dedicava alle due cose che odiavamo di più, smaltire la posta e fare le "stecche" dei giornali. Su un tavolo si rovesciava la posta e si iniziavano a fare i mucchi per i vari uffici, amministrazione, segreteria e si metteva nelle caselle quella con indirizzo certo, ovvero quella nominativa o destinata ad un particolare servizio (politica, sindacale, sport, ecc.), mentre uno si sorbiva questo lavoro il collega di turno faceva le stecche.  Ancora si usano e qualche volta si trovano anche nei bar. Erano, come vedete nella foto, due pezzi di legno tenuti insieme da due farfalle di ferro che si svitano e avvitano. Fare questo lavoro per uno o due giornali è niente, farlo per venti o più ti rovinava il pollice e l'indice. Si toglievano i giornali del giorno prima, che si mettevano da parte, e si inserivano quelli nuovi per facilitare la consultazioni delle notizie. Mica come adesso che basta un clic di mouse per risolvere il problema. Comunque finito questo lavoro si andava a fare la colazione, quella vera. Vicino al giornale c'era una pizzeria di una signora abbastanza robusta ma con una vocina squillante che ti accoglieva sempre, tutti i giorni a tutte le ore, con la solita frase: "La pizza calda, calda". Ed era vero. C'era sempre la fila perché oltre noi, nelle vicinanze c'era il Ministero dell'Aeronautica e l'Università la Sapienza. Immancabile, quando era stagione, la pizza bianca con i fichi, ma non disdegnavamo nulla e la mandavamo giù con un peroncino, quel formato un po' più piccolo della mezza birra che ho ritrovato  di nuovo in qualche bar.

Di tempo ne è passato tanto, qualche ricordo può aver assunto un connotato diverso ma simile al vero. Il titolo di questo post dovrebbe lasciar intendere che ne seguiranno altri, state tranquilli non farò la storia giorno per giorno. Non so quello che scriverò, se mi limiterò ad aneddoti o mi addentrerò in racconti più impegnativi.

domenica 9 gennaio 2011

Nostalgico post

Sabato mattina, mentre attendevo Luz per andare a pranzo con alcuni blogger che si sono intrufolati nella nostra vita e non ne vogliono uscire, ho fatto un salto nel mio vecchio posto di lavoro. Non era previsto, ma il luogo è ideale per parcheggiare e andare in centro. Ho unito le due cose e sono andato a salutare qualche amico e collega. Non è ancora tempo di parlare della fine della mia vita lavorativa dopo ciò che ho già scritto. Arriverà il momento.
Tra pochi giorni il giornale cambierà ancora una volta sede e quindi hanno cominciato a fare le scatole con il materiale da portare nella nuova redazione. Di personale non avevo più nulla se non il desiderio di portarmi via tre vecchie prime pagine de l'Unità che mi hanno tenuto compagnia per tanti anni. Portate a casa mi è sembrato di aver fatto una cosa puerile, mi sono chiesto dove metterle, dove appenderle e se fosse il caso di farlo. In fondo sembra un volersi attaccare a qualcosa che non c'è più, un altro esercizio di memoria non solo storica ma personale. Però la nostra vita è fatta anche di memoria, condivisa o meno. Allora le abbiamo appese, provvisoriamente, nella nostra camera, così sarà l'ultima cosa che vedrò prima di addormentarmi e la prima quando mi sveglierò. Vi saprò dire se la cosa mi provoca danni e/o traumi.
La prima pagina è del Primo maggio 1975 e il titolo non lascia spazio per dubbi e ripensamenti sulla vittoria della lotta del popolo vietnamita contro gli americani che, accoppiata alla festa dei lavoratori per noi comunisti, non dico fosse il massimo, era una gran cosa. Ma, se teniamo conto che il 25 aprile 1975, anniversario della Liberazione, in Portogallo si festeggiava il primo anno dalla caduta della dittatura e la sicura vittoria del referendum costituzionale, per me come per molti altri, posso immaginare, fu una unica lunga settimana di vittorie. All'epoca non lavoravo ancora nel giornale, ci sarei entrato un anno e venti giorni dopo, ma quel numero lo ricordo bene. Ne diffondemmo, nel mio paese di andreottiani, un numero notevole. E, cosa non meno importante, in alto a destra si vede un riquadrato dove si dice che il numero del Primo maggio 1975 è stato stampato in UN MILIONE E DUECENTOMILA COPIE. Non aggiungo altro se non che qualche direttore che si è seduto su quella poltrona dovrebbe riflettere sulla storia del giornale creato da Gramsci. Forse un giorno vi racconterò come si preparava il giornale di quei giorni speciali.
Il secondo quadro è la prima pagina del 24 marzo 1984, giorno della grandiosa manifestazione contro l'abolizione della contingenza voluta da Craxi, il grande statista. Un milione di persone che non bastarono per fermare quella infame riforma di cui le classi meno abbienti ancora pagano le conseguenze. Inutile dire che anche a quella manifestazione c'ero, ma forse farei prima a dire quelle a cui sono/siamo mancati. Ma nonostante tutto continuiamo a partecipare nella speranza che si torni a vincere. Vittoria che manca da troppo tempo e che, probabilmente, non vedrà più i risultati che vengono riportati dalla terza prima pagina de l'Unità.
Era il lontano 22 giugno del 1976 e il Pci raggiunse l'incredibile percentuale del 33,8 al Senato e del 34,4 alla Camera. Inutile dire altro. Solo c'è da chiedersi che fine abbiano fatto tutti quegli elettori e i loro figli e i loro nipoti. Possibile che fossero tutti comunisti per comodo e non per ideali? E' la stessa domanda che mi pongo da anni su tutti i funzionari più o meno alti che si sono succeduti.

E mentre scrivevo questo "nostalgico post" il cellulare mi segnala che c'è un messaggio che riporto pari pari: Venti poliziotti feriti negli scontri causati dai neofascisti laziali a Prati. Perché non se ne parla sui tg nazionali? Perché degli studenti sì e di questi no?
Perché si parla di ciò che fa comodo al padrone di turno e ai suoi lacchè. Perché parlare dei neofascisti che creano casino? Non conviene. Perché creano casino? Perché sperano tutti di essere assunti nelle municipalizzate di Roma o imbucati in qualche ufficio della Regione Lazio, è ovvio.

sabato 8 gennaio 2011

Riciclaggio delle idee

Non avendo molta voglia di scrivere, ripubblico tre pezzi estratti da precedenti post. Tanto non è cambiato nulla e non cambierà nulla, se non in peggio.


...  A differenza di ciò che dice la destra, la presunta egemonizzazione della cultura da parte della sinistra, non siamo stati in grado, la sinistra in genere, di permeare quello strato di qualunquismo e trasformismo che pervade l’italiano medio. Qualunquismo e trasformismo che ha fatto si che l’Italia passasse dai governi di centro destra post unione a quelli di centrosinistra per arrivare poi al fascismo e alla democrazia con le stesse persone e gli stessi principi ispiratori dei partiti. Qualunquismo e trasformismo che permette oggi la presenza sui banchi di governo e in parlamento (volutamente con la minuscola) di persone che non hanno a cuore questa nazione e il suo popolo, ma solo gli interessi di una ristretta fascia di persone che rappresentano questa nostra democrazia come una monocrazia. E lo testimonia il fatto che tutto ruota intorno ad un sol uomo, mi fa venire in mente il calcio con il Milan che girava intorno a Rivera o il Cagliari intorno a Riva ecc. ecc (non ho citato Totti per non urtare la vostra sensibilità).
Ma la critica non può non riguardare anche la cosiddetta opposizione. ... (Post 1)

Sapevate che lo stabilimento di Mirafiori è un ex sanatorio?
Trovato qui
... Mi si dovrebbe spiegare come può fare testo un referendum che pone come base l'assunto "se non firmi, chiudo la fabbrica". Dove è la libertà di voto se sono sotto ricatto? Dove è la ricerca dell'intesa, dove le corrette relazioni sindacali? A Termini Imerese non hanno avuto nemmeno la consolazione di un finto referendum.
In poche parole, dove è la democrazia in questo paese? ...

... La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano la ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa.
(Antonio Gramsci) ... (Entrambi post 2)
Purtroppo il vaticinio di Gramsci è caduto nel vuoto, ha prevalso l'ultima ipotesi,  una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa.

giovedì 6 gennaio 2011

Se in Italia ci fossero stati comunisti

Tanto ci sarà sempre un Berlusconi o un Bossi a sparare cazzate! Come ai bambini piccoli si raccontano le favole per tenerli buoni, il nanoscurodellademocrazia si/ci/vi racconta la storia dei comunisti cattivi che non potendo più mangiare i bambini se la prendono con lui povera vittima. E allora diamoci sotto.

Se ci fossero stati i comunisti, alla fine della guerra la storia d'Italia sarebbe cambiata, ma c'erano dei comunisti cattolici e tatticisti che bloccarono tutto. Altrimenti sai che ridere. Altro che "il vaticano brucerà". Lo stesso dicasi per l'attentato a Togliatti, altro che favoletta di Bartali che vince al Tour de France. Mancò il coraggio e la lucidità per lasciare libero il popolo di fare quel che voleva. A parziale giustificazione, avevamo tanti di quegli americani in casa che probabilmente si sarebbe risolto il tutto in un bagno di sangue senza che poi cambiasse nulla.

Se ci fossero stati i comunisti, sempre alla fine della guerra, avrebbero riempito le carceri e i cimiteri di fascisti (con buona pace di Pansa e di tutti i revisionisti) poi riciclati nelle industrie private (vedi precedente post) o nella pubblica amministrazione.

Se ci fossero stati i comunisti, per farla breve, non ci sarebbe stato nessun Silvio Berlusconi. Non ci sarebbe stata nessuna Banca Rasini, nessun impero immobiliare e nessun impero mediatico.

Se ci fossero stati i comunisti, forse avremmo avuto anche un po' di libertà in meno, in cambio di quel po' di libertà in più abbiamo S.B., il Vaticano in ogni telegiornale, la Gelmini, la Carfagna, Cicchitto, Gasparri, Bondi e Capezzone.

Se ci fossero stati i comunisti, non avremmo un ministro La Russa, come gli altri precedenti, che giocano a fare la guerra con soldatino in carne e ossa.

Se ci fossero stati i comunisti, non avremmo D'alema, Veltroni, Chiamparino, Fassino, la Camusso e forse nemmeno Vendola.

Se ci fossero stati i comunisti, non avremmo Bossi, Calderoli, Borghezio, Cota, Reguzzoni e Zaia. Probabilmente starebbero al fresco per attentato all'unità dello Stato, vilipendio della bandiera e altri reati simili.

Se ci fossero stati i comunisti, Marchionne probabilmente starebbe ancora in Canada e non a minare le conquiste operaie comodamente seduto a Torino o a Detroit con il suo maglioncino blu da primo della classe.

Se ci fossero stati i comunisti non avremmo nemmeno il Grande Fratello e Maria De Filippi, La vita in diretta e Porta a porta.

Se ci fossero stati i comunisti, avremmo avuto qualche esempio di culto della personalità. Ma Togliatti fu criticato in vita e ancor più da morto, Berlinguer fu amato e rispettato per la persona che era. L'unico che è oggetto di culto della personalità è Silvio Berlusconi. Ma fosse lui il vero comunista?

Se ci fossero stati i comunisti non saremmo qui a rimpiangere Berlinguer e finanche Moro.

lunedì 3 gennaio 2011

Anche per la Fiat, nulla di nuovo

E così, se non fosse stato chiaro, Marchionne detta le sue ultime condizioni per tenere in vita la Fiat. Cosa non nuova nella storia della casa automobilistica di Torino. Sono andato a rispolverare alcuni brani tratti dalla Storia d’Italia, a cura di Ernesto Ragionieri e pubblicata dall’Einaudi. Leggete con attenzione e vi troverete frasi e situazioni riconducibili ai giorni nostri. Chi sia stato Valletta per la Fiat e l’Italia è cosa nota. In molte pagine di biografia del personaggio, spesso si passa oltre sulla sua gestione del personale della Fiat. Da feroce anticomunista qual’era, licenziò comunisti e socialisti. Epurò, in pratica, quello che non fu fatto per lui.

In ogni caso, anche in Italia l’operazione chirurgica di risanamento del sistema creditizio non incontrò  l’opposizione pregiudiziale degli ambienti imprenditoriali: non tanto perché essa segnava il crollo definitivo delle posizioni di preminenza delle banche sull’industria, quanto piuttosto perché la “socializzazione” delle perdite garantiva comunque il trasferimento a carico dei contribuenti e della collettività di passività da altri accumulate. Né poteva, certo, dir meglio lo stesso Ugo Spirito (all’epoca intellettuale organico al fascismo, nota di Gap) quando osservava, nel maggio 1932, che lo Stato interveniva “nella cosiddetta economia privata soltanto per renderne pubbliche le perdite”; o ancora, nella sua sbrigativa spregiudicatezza, il presidente della Fiat Agnelli allorché – in una conversazione telefonica con Valletta del 6 febbraio 1933 intercettata dalla polizia- affermando come fosse contrario agli interessi della grande industria acquistare  titoli dell’Iri (“perché le obbligazioni sono per aiutare gli industriali”), aggiungeva con brutale franchezza:” noi dovremmo essere piuttosto dall’altra parte: finché fosse farsi imprestar soldi dal governo, bene, ma noi prestarne al governo è un po’ troppo”: D’accordo quindi, con i salvataggi, ma che il loro costo fosse riversato altrove, sulle finanze dello Stato, e per il resto si trovasse il modo di raggiungere utili combinazioni reciproche quando fosse venuto il momento della smobilitazione di alcune aziende tenute a gestione provvisoria dell’Iri.

D’altra parte, tecnici, impiegati e operai non si trovarono ad agire di comune accordo nella difesa o nell’ampliamento degli istituti di democrazia diretta nelle fabbriche. Nelle sinistre, in contrasto spesso con le pressioni dal basso dei settori più combattivi della classe operaia, l’orientamento che finì per prevalere fu di rinunciare alle epurazioni pur di recuperare tutti i quadri intermedi di fabbrica comunque utili alla ripresa produttiva. … L’inchiesta compiuta dal ministero per la Costituente sull’economia italiana rivela, del resto, come i grandi industriali – da Marzotto a Falck, a Costa, a Valletta- non fossero disposti (e, ciò che più importa, erano già in grado di dichiararlo esplicitamente nel febbraio-marzo 1946) a cedere di un millimetro sul “controllo democratico” della produzione e nel consentire forme autentiche di partecipazione operaia nella gestione delle imprese.

La decisione di Valletta nel 1953 di investire nella gigantesca catena di produzione della “600” qualcosa come 300 miliardi di lire inaugurò un’epoca, … trovò di fatto nella politica automobilistica della Fiat, più che in altre sedi, il suo punto centrale di riferimento senza molte alternative né efficaci contrappesi.

Furono le stese preoccupazioni per la ripresa della produzione, oltre che le connivenze con le autorità alleate dei ceti imprenditoriali ad attenuare nel giro di pochi mesi la spinta verso una decisa epurazione dei dirigenti e tecnici compromessi col fascismo, che pure nei primi mesi successivi alla liberazione era stata una delle rivendicazioni più sentite. Entro la fine del 1945 il direttore della Fiat, Valletta, che all’indomani della liberazione si era sottratto a stento ad una esecuzione sommaria, aveva già fatto ritorno alla direzione dell’azienda e “dal gennaio 1946 la Fiat fu l’azienda italiana che meno risentì della generale scarsità di materie prime”.

Per finire, un ultimo estratto

Vittorio Valletta
Settori come quello meccanico-motoristico, chimico e metallurgico, particolarmente rafforzatisi durante gli anni '30, ... possedevano sufficienti risorse e capacità dinamiche per imporre alla distanza un processo di riorganizzazione del sistema produttivo italiano, o quantomeno per adattarsi gradualmente alle nuove condizioni del commercio internazionale. Significative al riguardo le dichiarazioni rese da Valletta nel marzo 1946 durante l'inchiesta del ministero per la Costituente:
               Io ho prospettato agli americani l'opportunità che noi facciamo le piccole vetture, le "500" e le "1100" nonché tutto quello che possiamo far pagare meno. Questo materiale noi lo si può fare, sia per il mercato italiano, sia per quei mercati che per gli statunitensi sono lontani e possono essere serviti meglio da noi ... Per i tipi superiori noi non faremo niente se non andremo d'accordo con gli americani. ... Per togliere a tutti la preoccupazione, non c'è che da internazionalizzare al massimo; ma come dice un libretto americano sul modo di fare i contratti, per contrattare bisogna essere almeno in due, ed è vero; anzi abbiamo bisogno di essere in due, tre, quattro, ed è evidente che dobbiamo vedere se ciò è possibile. Io ritengo che sia possibile: con l'America.

sabato 1 gennaio 2011

Pensierini del primo gennaio 2011

Così inizia un altro anno uguale a tutti i precedenti. Gli stessi problemi, le stesse aspettative. Eh già, il primo dell'anno non è più festa, sono finite con il 31 dicembre. Fateci caso, in questo giorno c'è sempre un po' di malinconia, di stanchezza, perché già si percepisce che tutto andrà come è andato finora e le speranze resteranno speranze.
Da piccolo sognavo di andare un giorno a sentire e vedere il concerto di Capodanno a Vienna. Sono cresciuto con il Maestro Willi Boskovsky che dirigeva l'orchestra con sapienza e senso dell'ironia. Penso di aver iniziato ad amare la musica classica grazie a quei concerti. Ero arrivato al punto che me li registravo artigianalmente con un registratore portatile Philips simile a quello nella foto. Dai valzer e dalle polke, dagli Strauss viennesi e da Mozart  sono poi passato anche ad altri compositori. Inutile fare la storia della mia formazione di autodidatta della musica. In poche parole un po' di tutto ma niente bene. Ma a me piace così. Dicevo, mi sarebbe piaciuto andare a Vienna con il freddo, intabarrato, a inebriarmi di note e suggestioni che per radio mi servivano già per evadere dalla realtà. Non ci sono mai riuscito e mi ha sempre infastidito vedere facce imbellettate, maschili e femminili, vestiti d'alta moda e visi inespressivi subire la cascata di note che l'orchestra spandeva  nell'aria. La stessa cosa si può dire per il concerto dalla Fenice di Venezia. Sepolcri imbiancati che si aggirano in luoghi non consoni a loro. Sepolcri imbiancati che vanno cacciati dal tempio per far entrare chi veramente ama la musica, quale che sia l'estrazione sociale e la capienza del conto in banca. Chissà se almeno riuscirò a vedere questo evento.



Non so se partire da un ricordo o da un sondaggio, per comodità scelgo il ricordo. Vengo da una famiglia numerosa, di quelle che stavano sulla soglia, che tenacemente si aggrappavano anche alle apparenze per "darsi un tono", ma non troppo. Di cinque figli, tre sono andati all'università, due hanno portato a termine la carriera, uno no. Indovinate chi è? Risposta esatta. Colui che scrive. Questi tre ragazzi riuscirono ad andare all'università perché erano  bravi studenti, i primi due sicuramente più del terzo che ero sempre io, e riuscirono a prendere quello che  si chiamava pre-salario. Cinquecentomila lire, che all'epoca, per me significa il 1975, non erano poche. Senza farla troppo lunga, come si diceva allora "anche l'operaio vuole il figlio dottore". Si Contessa, mio fratello è diventato Dottore alla sua faccia. Un altro professore. Io niente, ma non mi pento. Con la cosiddetta Riforma Gelmini, che spaccia tagli a "stracataffottere" per innovazioni che tenderebbero a migliorare l'Università, su cinque fratelli, probabilmente, ad essere buoni, solo uno sarebbe riuscito a mettere piede alla Sapienza. D'altronde non lo dico solo io. Curzio Maltese, sull'ultimo numero del Venerdì, sintetizza molto bene la situazione e il pensiero del governo del nanooscurodellademocrazia : "La riforma Gelmini, ..., è solo la maschera di un gigantesco taglio di fondi all'istruzione. Lo stesso discorso vale per i tagli alla ricerca e allo spettacolo o alla tutela dell'ambiente, dove il governo non s'è neppure sforzato d'inventarsi il maquillage di una riforma Bondi o Prestigiacomo. In tutti questi casi, si tratta di una gigantesca riduzione delle risorse, dello strangolamento economico di mondi che il berlusconismo percepisce come alternativi e dunque ostili."
Non che le parole di Maltese abbiano più valore di quelle di un qualsiasi blogger, ma ha maggior capacità di sintesi rispetto a me, d'altronde debbo rifarmi di tutte le parole che mi sono rimaste dentro visto che un tempo balbettavo molto di più di adesso. Avevo lasciato un punto in sospeso, il sondaggio, lo potete trovare sempre sul Venerdì citato.
Alla domanda. "Gli studenti fanno bene a protestare contro la riforma Gelmini?" il 49% degli italiani ha risposto sì, il 36 no e un 15% di italiani che vivono, forse, in un mondo tutto loro, ha risposto "Non so".
Il 49% per cento è formato dall'85 dalle risposte degli elettori de centro-sinistra, dal 49 di elettori di centro o non collegati e un 20% di elettori di destra. Se il mondo fosse bicolore come pensa S.B., o con me o contro di me, dovrebbe preoccuparsi che una larga parte di italiani, che lui pensa siano cosa sua, è contrario a questa riforma, indipendentemente dall'approvazione avuta alle camere. Ma sappiamo bene che sua emittenza legge solo i sondaggi che a lui fanno comodo.

Nel 1968 avevo 12 anni, ero troppo piccolo per intervenire in prima persona e l'ho vissuto solo grazie ai fratelli più grandi e ai giornali. Nel 1977 avevo 21 anni e una famiglia, così mi sono perso anche quello. Mai indovinato un appuntamento con la storia. Almeno a parole, se non con opere e fatti, voglio partecipare a questo movimento dando pieno e incondizionato appoggio alla lotta verso tutte le riforme liberticide, dal mondo del lavoro alla scuola, dalla sanità all'ecologia, dalla cultura alla politica energetica. Comunque sarò dalla parte dei giovani che non hanno speranze in un futuro migliore, che non hanno la possibilità di programmare la loro vita, che sono costretti a pensare, come ultima ratio, all'espatrio  senza tenere conto che anche nelle altre nazioni la merda sale come una piena invernale.