Pagine

venerdì 30 dicembre 2011

Ammazza la vecchia col flit (ovvero, come tutti potremmo diventare serial killer)

La sala d'attesa è piena come un uovo. Non ci sono posti a sedere, si attende che qualcuno venga chiamato per conquistare una sedia. La permanenza, già si sa, sarà lunga. Intanto ti togli il cappotto perché il caldo si fa sentire e, conquistato il posto, apri il giornale, che oggi non ti annoierà ma ti aiuterà a vincere la noia dell'attesa, per una lunga e accurata lettura delle notizie del giorno prima.
Monti, la conferenza stampa, il diverso approccio, la mancanza di false promesse e battute di dubbio gusto. Insomma cose già risapute ma che non puoi leggere con la calma che ti eri prefissato e pregustata. Una vecchia, spiace definirla così ma si è vecchi non solo per ragioni anagrafiche, riesce ad intrufolarsi nel dialogo tra una ragazzina e i suoi genitori. E inizia il calvario. Mi siede a fianco, mi parla nell'orecchio sinistro con la sua voce stridula e fastidiosa. Cerco di non sentirla, di astrarmi e mi concentro su ciò che sto leggendo. Ma è difficile, molto. E' un crescendo che raggiunga l'apice quando i genitori della bambina sono chiamati alla visita. Si sposta nella sedia che mi è difronte e siede di fianco alla giovane vittima sacrificale, socievole e ben educata. Parla, la vecchia, parla senza fine. E una melassa parolaia inizia a stendersi sugli astanti. La banalità dei luoghi comuni si spande nella sala d'attesa. Spero che la bambina venga chiamata dai genitori, ma la speranza è vana, come la maggior parte delle volte che la si invoca. Spero che stia zitta così anche la vecchia che ha preso il suo posto alla mia sinistra la finisca di annuire come i cagnolini che una volta si mettevano sul pianale posteriore delle macchine e che facevano sempre sì con la testa. Spero che almeno gli venga un attacco di cervicale che la faccia rimanere con il collo teso e fermo. Ma è tutto inutile. Avessi una pistola metterei fine allo sconcio spettacolo. Zittirei la vecchia numero uno e fermerei per sempre la vecchia numero due. E poi, per completare l'opera, libererei il mondo da qualche altra persona inutile. Salverei solo la suora, strano per un anticlericale come me, che è l'unica altra persona che legge. Tutti gli altri fissano il muro con un horror vacui da far spavento. Non mi resta altro da fare che cambiare posto. Platealmente, cosa che mi riesce sempre bene, chiudo il giornale rumorosamente e quasi con violenza, le guardo tra il male e lo schifato e vado nell'anticamera della sala d'aspetto, in piedi, a leggermi ciò che resta del quotidiano.
Prima però esco a fumarmi una sigaretta, così, tanto per non farmi mancare nulla. Rientro e mi sistemo contro il muro, con il cappotto sulla ringhiera delle scale che portano ai bagni del personale. E scopro che soffrono tutti di "piscite", un via vai continuo. Ma la costanza premia e si libera un posto su i quattro disponibili. Riprendo la lettura, sono arrivato alle pagine economiche, su cui resto poco. Ma anche il giornale finisce e non posso far altro che ricominciare  da capo e leggere le notizie prima tralasciate. Sedute vicino a me ci sono madre e figlia che parlano e ridono delle cose che si dicono, davanti una giovane mamma spiega alla figlia piccola come è fatto un occhio, aiutandosi con un cartello affisso al muro. La bambina è intelligente e interagisce dando soddisfazione alla madre e a me che, anche non volendo, le ascolto. Quando ormai sono convinto che si sono dimenticati di me oppure inizio a pensare che hanno spostato la mia prenotazione per favorire altri, vengo chiamato. Faccio la prima parte della visita e vengo fatto accomodare nella terza anticamera degli ambulatori oculistici in attesa che l'atropina faccia effetto. Arriva un'altra vecchia che altezzosamente si rivolge all'infermiere: "Vorrei sapere quando tocca a me, visto che siete in ritardo". Il paramedico la guarda dall'alto in basso, non perché sia come Brunetta ma perché è seduto, e le chiede il nome "Ginevra ...". Nella mia testa, avendo visto anche la sua pelliccia, si fa giorno e capisco. La signora non è abituata agli ambulatori pubblici, fosse il sintomo della crisi anche questo? Attendo, non posso fare altro. Arriva il turno di Ginevra che viene chiamata dal dottore che resta con la testa bassa a leggere il foglio delle prenotazioni e non si accorge che la paziente è entrata. Alza il viso e chiama di nuovo. "Sono qui, ma questa è una sala d'aspetto, mica uno studio medico" dice con voce risentita. "Se vuole può anche chiamarlo cesso" le risponde il dottore.
Vado via contento di aver fatto una buona visita pagando "solo" il ticket con dei medici professionali e gentili, anche se in un cesso.

8 commenti:

Cri ha detto...

Una situazione del genere è tutte le volte un supplizio per me. Faccio sforzi titanici per non farmi agganciare lo sguardo, e soprattutto per non farmi trascinare in una discussione durante la quale ucciderei davvero l'importuna, metaforicamente o meno. Dal parrucchiere cinese, qualche tempo fa, non ce l'ho fatta a star zitta. C'era un crocicchio di cerebrolese subumane come tante ce ne sono nei quartieri come il mio, che hanno cominciato a disquisire sulla necessità di far dire le preghierine a scuola (pubblica), lo sconcio di levare i crocifissi dalle aule, et alia. Io stavo in mezzo a loro, ad un certo punto mi sono esposta dicendo come la pensavo. Si è scatenato il tiro al piccione, con me nella parte del piccione. Le ho zittite solo quando, alle loro uscite razziste sugli infedeli extracomunitari che vengono e pretendono di far come pare a loro invece di assoggettarsi alla nostra santa cultura e religione, ho fatto osservare che pure nel negozio dove stavamo, essendo a conduzione cinese, non c'erano crocifissi e sicuramente non si pregava, però loro ci venivano lo stesso perché faceva loro comodo, con quel servizio di qualità a prezzi stracciati. Le incoerenti idiote si sono a quel punto finalmente zittite. E nel silenzio ho sentito, intensissima, una muta gratitudine provenire dalle lavoranti.

RaffRag ha detto...

Ciao, lettore silenzioso, nonché arguto esegeta della nostra storia. Un abbraccio di fine d'anno a te e a Luz.

Punzy ha detto...

io sono salva da tempo, quando mi si avvicina qualcuno che reputo inutile e che vuole coinvolgermi in una conversazione tediosa, gli dico garbatamente di non rompermi l'anima :)

Ernest ha detto...

Situazioni da trincea queste, gli attacchi di solito arrivano da tutte le sedie...
Buon anno amici miei un abbraccio a tutti e due!

Rouge ha detto...

Ciao Gap, buon anno a te e Luz.

il Russo ha detto...

Nel racconto manca il rompicoglioni che ti telefona e il cellulare che prende a culo di cane....

Martina ha detto...

ahahahah! Finalmente! Perché altrimenti credo che sia solo io a pensarle queste cose nelle sale d'aspetto e poi vedo con sollievo che c'è qualcun altro come me :D
Insomma, una bella boccata d'aria nello stucchevole buonismo dei post festivi della blogosfera. Buon 2012, e che i Maya ce la mandino buona ;)

listener-mgneros ha detto...

per fortuna ho sempre il lettore mp3 e musica Punk nelle orecchie in queste situazioni