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giovedì 30 dicembre 2010

Auguri, che altro dirvi?

Se qualcuno sperava che mi fossi tolto di torno, in preda alla depressione, conseguenza dell'incazzatura perenne, mi dispiace deluderlo. La mia assenza era dovuta alla rottura, non dei maroni, del computer. Rottura quanto mai opportuna per diversi motivi. In ossequio alle direttive berluscon-tremontiane ho fatto muovere l'economia italiana acquistando un nuovo strumento di tortura e comunicazione. Altro motivo è che mi sono e vi siete risparmiati il post natalizio, anche se avevo pubblicato già qualcosa per portarmi avanti con il lavoro, fossi anche veggente? Mi sono risparmiato, e un po' mi dispiace, il consueto giro dagli amici per fare i miei laici auguri di buone feste.
Un veloce giro me lo sono fatto prima di posizionarmi davanti allo schermo e devo dire che ho trovato di tutto, politica, attualità, sogni, speranze, rendiconti e altro ancora. Di conseguenza non ho molto da scrivere. Potrei raccontarvi ciò che ho mangiato in questi giorni, Luz si è ricordata che è una brava cuoca e si è data da fare, ma potrei suscitare invidia e rialzo immediato di trigliceridi e colesterolo e, dato che tengo agli amici, vi risparmio il tutto.
Allora farò una breve rassegna stampa.
Classe di lotta - 40 mila davanti alò Senato, cortei e proteste. Polizia, Berlusconi si smentisce.
Gelmini vede terroristi.
Alla fine il Viminale vara la linea soft: "Garantire il dissenso".
Cofferati: Un errore non ascoltare.
Corteo al Senato, gli studenti non si fermano - Quarantamila a Roma, imponente spiegamento di polizia. Il governo non li riceve.
"Lasciate parlare i nostri ragazzi. Sono con voi, non contro di voi" - Lettera aperta a poliziotti e carabinieri dei genitori degli studenti pisani.
Carofiglio: "Questo è un governo neoautoritario".
"Ecco perché le donne fanno paura ai fondamentalisti" Nawal El Saadawi, scrittrice egiziana.
Sondaggio gela Obama. Per i democratici torna l'incubo pareggio.
Dall'Europa schiaffo alla Cina. Premiato il dissidente Hu Jia.
Sindacati divisi sul contratto. Cisl e Uil accettano il protocollo, la Cgil dice no.
La Fiat sente la crisi.
Commercio: sale il deficit con i paesi extra Ue.
Beckham, Messi e gli altri: i giocatori-azienda.
Un coro sulle barricate della musica.
Un monumento al clandestino.
La lezione degli studenti.
Non si smonta così la scuola.

Questi titoli di giornale risalgono al 24 ottobre 2008 e sono simili, se non uguali, a quelli dei nostri giorni. Sono passati due anni, sono passati lustri e decenni, guerre tante, pace poca, ma nulla cambia nel panorama. Noi siamo ancora qui a pestare sulla tastiera nella speranza che qualcosa possa cambiare, ognuno a suo modo e con le sue idee. Altalenando tra ragionevolezza e impeti rivoluzionari, tra saggezza, anche questa poca, e istinto. Comunque ci siamo.
Auguri di cambiare la vostra vita secondo i vostri desideri.

venerdì 24 dicembre 2010

Correre

Il ragazzino mulinava le gambette, bianche e secche, che spuntavano dai pantaloncini corti. I suoi piedi chiusi nei sandaletti, erano gli ultimi giorni di vacanza, poggiavano e si alzavano da terra in un movimento continuo. Correva, correva sempre. Correva con la pagnotta di pane, per lui enorme, nelle braccia, correva con la bottiglia di vetro del latte, correva con le sigarette strette nella mano piccola, correva con il fiasco di vino, per suo padre, retto per il collo. Correva, la sua era una lunga, interminabile corsa per le salite e le discese del paese. Correva sui prati dietro ad un pallone mezzo sgonfio, correva sull'asfalto della provinciale in lunghe estenuanti  sfide con i piccoli amici, correva anche quando andava a scuola.
Correva verso la vita finché un giorno la vita non corse verso di lui e lo bloccò. Da allora la sua andatura divenne normale, arrancante verso una perenne salita.
La vita gli andò incontro con le parole di un altro ragazzino, un suo compagno di scuola con cui non aveva molti rapporti. In una delle sue lunghe corse lo incontrò fuori dal barbiere dove già faceva qualche lavoretto, ovvero spazzava i capelli appena tagliati. Lo fermò e senza tanti giri di parole gli disse: "Tuo padre beve, se non mi passi i compiti lo dico a tutta la scuola".
Era inutile continuare a correre per sfuggire la realtà, essa era più veloce. Avesse saputo che la cosa era nota ai più, non si sarebbe fatto problemi e non avrebbe corso tanto per precedere la vita.

La natura morta era la stessa, un tavolo, il vino e un bicchiere. Differivano solo colui che era seduto davanti al vino e il contenitore. In una un fiasco con la paglia intorno, nell'altro una bottiglia. Anche un altro elemento era sempre lo stesso, un bambino all'altro capo del tavolo, in piedi, che guardava, silenzioso e con lo sguardo corrucciato. Una mano si allunga verso il vino e lo versa nel bicchiere per poi portarlo alle labbra e berlo in un unico sorso. Il ragazzino con le gambette bianche e secche si gira, apre la porta, esce e inizia a correre. L'uomo ripete meccanicamente l'operazione appena conclusa e beve un altro bicchiere di vino.

L’uomo si riscosse. La bottiglia era ormai quasi vuota. Il liquido giallino rimasto lo fissava con l’intento di sfida. Si alzò dichiarandosi battuto. Il pensiero di suo padre, seduto davanti al fiasco, gli era tornata alla mente con prepotenza. Aveva ricordato quando lui, piccolo come suo figlio, apriva la porta e iniziava a correre. Suo padre non smetteva finché non crollava intontito e rabbioso, rarissime volte la sbornia lo rendeva allegro. Più spesso la sua era violenta e finiva con accuse alla moglie e al figlio. Non di rado muoveva anche le mani. Questo l’uomo non lo avrebbe mai fatto. Già il bere era per suo figlio una punizione non meritata e sicuramente eccessiva. Nella sua lucidità ritrovata, nella vergogna per come il figlio lo aveva visto, nell’umiliazione di come vedeva il padre e di come lo guardavano nel paese e dell’umiliazione del figlio, prese la bottiglia con il poco vino rimasto e la versò nel lavello. Dalla dispensa prese le poche patate rimaste e iniziò a sbucciarle. Doveva fare qualcosa per “far felice” il bambino. Per troppo tempo non aveva pensato a lui e nemmeno a se stesso, non aveva pensato in assoluto. Lasciò le patate tagliate nella ciotola con l’acqua e, dalla dispensa, prese una scatola di pomodoro e una di tonno. Mise su il sugo. Mentre la pentolina andava, si fece la barba, erano giorni che non faceva nulla per curarsi se non lavarsi. Apparecchiò la tavola, era presto ma doveva tenersi occupato. Spense sotto il sugo e uscì. Con i pochi soldi rimasti comprò due fettine di carne, del pan grattato e una bottiglia di Coca Cola al supermercato. Tornato a casa, con il sole che iniziava a tramontare, impanò la carne e la mise in padella con l’ultimo olio rimasto. Pasta al tonno, fettine panate e patate fritte con coca cola, non certo una cena dietetica, ma era una cena come da tempo in quella piccola casa non si vedeva.

Aveva corso a lungo verso il bosco, dove nessuno lo avrebbe visto e dove lui non avrebbe visto nessuno. Nella sua piccola testa si ripeteva sempre perché suo padre era diventato così, non bastava che la mamma fosse morta? Si fermò a pensare e piangere come faceva spesso. Non poteva farne a meno. Spesso aveva pensato di non tornare a casa, ma nella sua piccola età sapeva bene che non sarebbe stato possibile e nemmeno giusto per suo padre che tanto soffriva. Il tramonto era imminente, senza correre si avviò verso la piccola casa del piccolo paese. Non era più la bella casa della bella città.

Il fiasco era quasi sempre di vino rosso, un vino che lasciava dei depositi nel bicchiere. A volte nel bicchiere giaceva anche una fetta di limone. Lo vedeva bere un bicchiere dietro l’altro mentre nel posacenere la sigaretta consumava ancor più inutilmente la sua breve vita. Alcool e fumo. Fumo e alcool. Giorno dopo giorno. E la sera scenate e parole pesanti. Non era bastato non bere per non cadere anche lui nel vizio. La vita cambia la vita stessa in un continuo aggrovigliarsi che non risparmia nessuno, nemmeno quelli che hanno le migliori idee. Aveva visto suo padre declinare verso il nulla senza poter fare niente per arrestare la caduta. Era arrivato anche al punto di pregare che la caduta accelerasse fino all’estrema conseguenza. Non poteva portare il suo bimbo a percorrere la sua stessa strada arrancando verso la vita. Voleva che suo figlio potesse continuare a correre incontro alla vita e non scontrarsi con essa.

Il bambino arrivò a casa e sgranò gli occhi davanti alla tavola apparecchiata, erano mesi che non la vedeva così. Di solito uno straccio, un bicchiere e qualcosa da mangiare. Tovaglia, bicchiere, posate e perfino la coca cola. Il padre sbarbato era ai fornelli: “Vai a lavarti le mani che è pronto”. Il bambino corse in bagno, non si lavò solo le mani ma anche il viso per nascondere le lacrime. La pasta al tonno era buona, quasi come quella di mamma, così come la fettina e le patatine. Anche il padre bevve coca cola.


‘Na botta d’ottimismo.

martedì 21 dicembre 2010

Caro Enrico, ti scrivo

Caro Enrico,
ti scrivo così mi distraggo un po', ben sapendo che non è vero. Non mi distrarrò, anzi, continuerò a nutrire questo acre risentimento che porto dentro. E' passato il tempo delle letterine a Babbo Natale o Gesù Bambino, chissà perché non ci hanno fatto mai scrivere alla Madonna. E' passato il tempo dei buoni propositi che le maestre ci suggerivano, la pace nel mondo, la salute per la famiglia, le promesse di essere più buoni e di non far arrabbiare mamma, papà e Gesù che ci voleva tanto bene. Caro Enrico, non ho più nessuno a cui scrivere, non credo più nelle favolette e nemmeno negli uomini. Allora, non mi resti che tu. Eppure non sempre siamo stati d'accordo, anzi, molto poco. Ma, nonostante le diversità, non ti cambierei con una delle caccole che girano per l'Italia di questi tempi, nemmeno se mi riempissero di soldi. Parlo di soldi perché ormai in Italia la politica si fa con i fogliettoni e non con le idee. Se avessi visto quello che è successo in parlamento la scorsa settimana altro che "questione morale", altro che "mani pulite", qui di pulito c'è rimasta solo la suola delle scarpe dopo aver pestato qualche fiore di cane (merda, insomma).Una volta si parlava di pecore nere ora è già tanto se si vede qualche pecora bianco-sporco che fa il proprio dovere, che si occupa di politica per dovere sociale e non per tornaconto personale. Sai, sono tante le cose che vorrei dire ma poi mi rendo conto che non sono altro che le stesse cose dei tuoi giorni, se possibile, incancrenite e peggiorate. Oggi l'Istat ci ha fatto sapere che la disoccupazione giovanile  è al 25%. La settimana scorsa in una manifestazione si sono riviste scene che ben conosci, proteste e scontri, slogan e violenze con tutte le polemiche che puoi immaginare. Ma quei giovani che protestano con forme più o meno lecite, sono gli stessi giovani che non trovano lavoro, sono gli stessi giovani che appena conseguita la laurea non sono contenti perché non hanno alcun futuro. E a questi giovani, siano essi lavoratori o studenti, nessuno dà risposte, se potessi sentire coloro che indegnamente siedono negli scranni del parlamento, ascolteresti, ancora come allora, banalità e false promesse. "Con questi giovani dobbiamo parlare" è il ritornello da destra a sinistra. Questi giovani non vogliono più sentire parole, vogliono fatti che nessuno è disposto a dare loro. Forse dire "Con questi giovani occorre parlare" lo poteva fare Luigi Longo tanti anni fa dalle colonne di Rinascita (sono sicuro che tu ricordi sia Longo che Rinascita), di certo non lo può fare la Gelmini. Non sai cosa ti perdi, caro Enrico, nel non essere più dei nostri. Personaggi che ai tuoi tempi non avrebbero fatto nemmeno gli uscieri a Botteghe Oscure o a Piazza del Gesù siedono in parlamento e nel governo, loschi figuri che fino a pochi anni or sono erano i nostri avversari o nemici sono diventati dei possibili alleati dei tuoi eredi. Cose inimmaginabili, ex fascisti, che occupano poltrone governative e non solo, sdoganati da un palazzinaro pieno di processi sceso in politica per salvare le chiappe dal tavolaccio. Ex fascisti che chiedono arresti preventivi come erano usi fare i loro ispiratori del ventennio fascista. A quando l'olio di ricino per gli oppositori? E, con capacità divinatorie, già preconizzano il morto nelle prossime manifestazioni. Tutti ottimi allievi di tuo cugino.
Caro Enrico, c'era più piacere a discutere delle tue idee. Ricordi il casino che armasti con l'esaurimento della spinta propulsiva? Di sicuro hai avuto il merito di portare al volgo la parola propulsiva, molti non sapevano nemmeno che esistesse, che dire poi del compromesso storico? Quante te ne ho dette! I tuoi allievi, quelli che alla tua tomba e a quella di Gramsci nelle ricorrenze ormai mandano personaggi di secondo piano, quelli che alla tomba di Togliatti nemmeno ci vanno più, vogliono fare un accordo con l'ex fascista Fini piuttosto che con il comunista (?) Vendola. E noi che ce la siamo presa con te perché volevi fare il compromesso storico con Moro! Altri tempi e altra morale. Purtroppo non sappiamo quale sarà il nostro futuro, come tutti gli anni, come da sempre. Eppure siamo qui a sperare e augurarci che il nuovo anno possa essere migliore di quello passato e ci consoliamo che tanto peggio di come siamo messi non potremo andare. E tutti gli anni ci sbagliamo, tutti gli anni ci rendiamo conto di avere delle capacità escavatorie che nemmeno le trivelle per la ricerca del petrolio ci eguagliano. E allora speriamo bene, lo speriamo per noi, per i nostri cari, per gli amici vicini e lontani, per gli amici palpabili e quelli impalpabili, per gli amici di tastiera e di social network, chissà, se fossi ancora vivo, se avresti un profilo facebook, per gli amici con cui si condividono le idee e quelli con cui non si condividono più, per quelli con cui si polemizza aspramente e quelli con cui non è possibile farlo perché non prendono posizione. Auguri a tutti, meno che ai fascisti e ai berlusconiani. E qui mi fermo altrimenti corro il rischio che mi rimangio quello che ho scritto e non mi faccio gli auguri nemmeno io.

P.S. Auguri anche a te, Enrico.

sabato 18 dicembre 2010

Scontri di Roma. Ultima puntata, per me.

Inutile riepilogare le puntate del ragionamento, e dei commenti lasciati su diversi altri blog, sulla manifestazione del 14, ci siamo stremati su di essa. Sia chiaro fin d'ora, come lo doveva essere dall'inizio, che nessuno era chiamato in causa direttamente, e men che meno per le proprie idee  e, principalmente, non coincidenti con le mie. Mica sono B. che chi non è con me è contro di me. 
1) La protesta e il ricorso alla violenza è stato generalizzato e non di pochi.
2) Chi non ha partecipato attivamente nulla ha fatto per fermarla.
3) La protesta era ed è sacrosanta, ne va del futuro dei giovani e del nostro stesso paese.
4) Gli effetti negativi degli scontri li pagheremo ancora a lungo.
Il punto 4 è il punto dolente, per tutti. Per chi ha giustificato, chi ha compreso, chi ha appoggiato, chi ha condannato. Nel mio piccolo, ho tentato di spostare l'asse della discussione sulle cause della protesta generalizzata, del ricorso alla violenza di molti, se vogliamo troppi, manifestanti. Sulle cause della protesta è inutile tornarci su. Sono le reazioni che mi hanno lasciato e mi lasciano perplesso e spesso mi fanno incazzare. Anche i più attenti commentatori si sono lasciati prendere la mano più dagli scontri che dalle cause. A mio parere, questi sì, che hanno fatto il gioco dei padroni. Se ci fossimo concentrati, dopo le condanne dei fatti, sul perché una così gran massa di giovani scende in piazza e sceglie forme di lotta non consone a una democrazia, sarebbe stato meglio. Ma non fa comodo a nessuno sparare sulle proprie idee. Né alla maggioranza che ha ridotto questa democrazia ad un simulacro, né all'opposizione che non è riuscita a fare nulla per fermare questo massacro. Come età devo usare determinati tempi verbali, ovvero stiamo lasciando un paese ai nostri figli che non dà loro alcun futuro, alcuna sicurezza, nemmeno nei principi di vita. 
Qualcuno inizierà a preoccuparsi se si torna massivamente a pensare che con le buone non si ottiene nulla? Torno su questa frase perché la reputo, per me, importante. La massa, già spaventosa di per sé, può spaventare ancor di più quando fa proprio un pensiero aprioristicamente. Può generare esiti non più controllabili. Se tanti giovani si sono ritrovati ad appoggiare o non condannare azioni violente vuol dire che si sta superando la soglia d'allarme, forse la si è già superata. E se non si danno risposte alle domande di chi protesta ma ci si limita solo a commentare gli effetti della protesta stessa, e si è atteso che la violenza si manifestasse si è molto più colpevoli. 

venerdì 17 dicembre 2010

Con la fantasia non si vince, si sogna, ci si illude.

Il 14 dicembre scrivevo: "E ora ci saranno tutte le polemiche e le disquisizioni sui Black Block che hanno messo a ferro e fuoco Roma, che hanno creato danni, che hanno impedito ai negozi di aprire, che hanno ... tutto quello che vi pare e piace. Chi condannerà, chi assolverà e chi giustificherà". Mi ero dimenticato di citare una categoria che in questi giorni sta andando alla grande. Una categoria trasversale per età, censo, cultura e posizioni politiche. La categoria di coloro che dicono: "Cari studenti non date  motivo ...", si può completare la frase a piacimento tanto il senso non cambia. Anche questi famosi e osannati, chi più chi meno, opinionisti, giornalisti, scrittori ecc., si limitano a guardare il dito degli scontri e non la luna, che è pur grande, del motivo della protesta. Eppure sui giornali, nelle televisioni e nel web ci sono fior di immagini e filmati che dimostrano che se anche chi tirava le pietre e sradicava i segnali erano pochi, gli stessi erano circondati da migliaia di persone che nulla facevano per dissuaderli. Un attimo di follia generale, se vogliamo, che testimonia il grado di saturazione dei giovani e non solo. Qualcuno inizierà a preoccuparsi se si torna massivamente a pensare che con le buone non si ottiene nulla? 
Qualcuno tira fuori la necessità di rispolverare la fantasia nella lotta di classe. Forse è giovane e non ricorda gli "indiani metropolitani", quelli che dicevano "una risata vi seppellirà" o che al posto dell'Altare della Patria volevano fare un laghetto con le oche. Con la fantasia non si vince, si sogna, ci si illude. 

Grazie Pierluigi, grazie

Molti di noi, orfani della sinistra e sinistrati in quanto tali, spesso si lanciano in ipotesi fantascientifiche su chi votare alle prossime elezioni. Stabilito a suo tempo che Amedeo Nazzari è morto e Napo Orso Capo non lo accetterebbero nelle liste, ci attacchiamo a tutte le ipotesi. Qualcuno ha ipotizzato addirittura di votare Pd, chi spinge per Vendola, chi spera nella respirazione bocca a bocca a Rif.Com ora che si sono uniti con i Com.Ita. e Soc 2000, chi, credendo nell'impossibile, spera nella resurrezione di Berlinguer. Qualcuno si è spinto anche oltre e ha ipotizzato la reincarnazione di Lenin e Trotsky, in attesa dell'evento, più adatto alla Pasqua che al Natale imminente, ci dobbiamo limitare al possibile, per i miracoli ci attrezzeremo. In nostro soccorso è venuto Pierluigi, sì Bersani, proprio lui. Egli ci ha tolto gli ultimi dubbi, al momento. Non contento del fatto che l'ex fascista, ex missino, ex aennino, ex pidiellino ora diventato fiellino, Fini gli abbia tolto spazio nel panorama politico con i risultati che tutti abbiamo visto, non contento delle posizioni di Casini, Rutelli e tutti gli altri, rifiuta l'alleanza con Di Pietro e Vendola per teorizzare un accordo con il terzo polo. Grazie ancora Pierluigi. Noi che ostinatamente vogliamo andare a votare ti siamo grati di averci semplificato la scelta. Ove si avverasse l'accordo IdV-Sel, pur turandoci il naso, abbiamo qualcosa da votare, che non vuol dire condividere tutto, anzi, a ben vedere condividiamo qualcosa dell'uno e dell'altro ma sono più le cose che ci dividono rispetto a quelle che ci uniscono, ma almeno faranno un tentativo di unione per sconfiggere il nanoscurodellademocrazia.  Continua, caro Pierluigi, a disputarti il posto di Sor Tentenna dell'anno, anzi del quinquennio, con Fini. Continua così e riuscirai a fare peggio anche di Veltroni.

Mentre scrivevo queste due righe la neve ha ricoperto il paese. Speriamo che copra, definitivamente, anche le lordure di questo mondo.

giovedì 16 dicembre 2010

Violenza in televisione

On La Russa,
la sua cagnara ad Anno Zero, alzando la voce e gridando "vigliacco" al giovane studente che tentava di esporre le sue idee, non è violenza? Oppure è violenza solo quella fisica contro le persone e le cose?
Ma lei ricorda che ora ricopre un ruolo pubblico che la dovrebbe portare a comportarsi civilmente e non a scimmiottare Sgarbi?  Oppure non può fare a meno di far riemergere le sue antiche idee che vorrebbero zittire tutti quelli che non la pensano come lei?

mercoledì 15 dicembre 2010

Violenza, ovvero porgi l'altra guancia

Il contatto quotidiano chiama in causa ovviamente gli affetti più diversi, ma alcuni di essi sono di primaria importanza per l'orientamento nella vita quotidiana. E si tratta dei sentimenti del si (enunciati secondo il grado di intensità): simpatia, inclinazione, amore; e i sentimenti del no: antipatia, avversione, odio. Tra questi due gruppi sta come "terzo neutrale" l'indifferenza.
... l'odio per contro ci lega a quelle persone con cui - sempre dal punto di vista della nostra personalità - vogliamo assolutamente evitare il contatto.
... Noi definiamo affetti di orientamento l'amore, l'odio e l'indifferenza perché la loro funzione consiste in primo luogo nel promuovere o guidare l'orientamento nel prodursi dei contatti quotidiani.
... L'amore e l'odio, divenuti intensi, in certi casi oltrepassano largamente il limite. L'essere dell'oggetto dell'amore e il non - essere dell'oggetto dell'odio possono diventare fini a sé stanti: io vorrei sacrificarmi per la persona che amo e distruggere la persona che odio. ... (Agnés Heller- Sociologia della vita quotidiana -1975)

Violenza: comportamento consistente in una minaccia, tale da far impressione su una persona sensata. (Garzantina Universale)

Violenza: 2 azione contraria all'ordine morale giuridico o politico. In tal senso si dice "commettere" o "subire" violenza. L'esaltazione della violenza in questo senso è stata talora fatta per motivi politici. Così Sorel ha contrapposto la violenza diretta a creare una società nuova alla forza che è propria della società e dello stato borghese. "Il socialismo deve alla violenza gli alti valori morali con i quali porge la salvezza al mondo moderno" (Réflexions sur la violence; 1906)
3 Popper ha insistito sui nessi fra violenza e mentalità utopistico-rivoluzionaria, affermando che l'utopista, essendo intossicato dalla "verità" di cui si reputa portatore e missionario, avrà la tendenza ad imporre agli altri, anche con la forza, il suo progetto di società (La società aperta e i suoi nemici, 1945; Congetture e confutazioni, 1963). (Nicola Abbagnano/Giovanni Fornero Storia della filosofia). Vi ho risparmiati Aristotele e Nietzsche.

Dando per scontato che uno Stato è per forza di cose violento in quanto pone regole e condizioni che possono non essere accettate dai cittadini, dando per scontato che nel nostro paese vige una democrazia a dir poco dimezzata che pone regole e condizioni a cui il popolo non può sottrarsi (vedi progressivo impoverimento della popolazione nei suoi vari aspetti), è conseguenziale che il sentimento di odio, che come dice Agnés Heller è uno dei sentimenti guida, possa in alcuni prevalere e portare a forme di lotta che generalmente non vengono accettate dai più.
Ma, come spesso succede, con frase abusata, ci si limita a guardare il dito e non la luna. Dando per scontato che all'interno della manifestazione ci fossero degli infiltrati (sulla rete troverete foto e filmati), non possiamo pensare che coloro che hanno manifestato con violenza l'avversione alla situazione politica, occupazionale, finanziaria, scolastica, ambientale, ecc. siano e possano essere solo ed esclusivamente una frangia violenta che per comodità viene classificata come Black Block. La generalità degli scontri ha coinvolto anche persone che intendevano manifestare, all'inizio, pacificamente. Guardare la luna, invece del dito, vuol dire prendere atto delle "provocazioni" fatte dal ceto politico governativo da molti anni a questa parte. Si è salvato il "capitale" con i soldi del popolo, si sono chiesti, quando è stato fatto, e imposti sacrifici solo ed esclusivamente ai meno abbienti, poco o nulla è stato dato al popolo, nemmeno le mitiche brioche.
Non la faccio troppo lunga, non giustifico ma comprendo. Ripeto, come detto in altre parti, non ho mai tirato un sampietrino ma non posso escludere che non avrei partecipato agli scontri. A meno che non vogliamo fare gli "Indifferenti" ciò che è accaduto a Roma riguarda ognuno di noi. Un conto è la ragione, un altro è l'incazzatura di chi è senza futuro (giovani, cassintegrati, disoccupati, ecc.). Condanniamo quanto si vuole ma non perdiamo il contatto con la realtà. Non tutti riescono a porgere l'altra guancia anche perché ne abbiamo solo due per uno.

martedì 14 dicembre 2010

Qualcuno ha pensato ...

E ora ci saranno tutte le polemiche e le disquisizioni sui Black Block che hanno messo a ferro e fuoco Roma, che hanno creato danni, che hanno impedito ai negozi di aprire, che hanno ... tutto quello che vi pare e piace.
Chi condannerà, chi assolverà e chi giustificherà. Come al solito, nulla di nuovo. Prima o poi doveva accadere e nessuno, leggi governo che ha distrutto questo paese, ha fatto nulla per venire incontro ai colpiti dalla crisi. Ai giovani, ai disoccupati, ai cassintegrati, ai pensionati, agli studenti, alle donne, a tutti noi. Qualcuno ha pensato che noi fossimo immuni alla e dalla crisi. Che le tensioni sociali prima o poi non sarebbero esplose anche in forma violenta. Qualcuno ha pensato che fossimo tutti un popolo di codardi e coglioni.

La farsa politica 2

Nel post di ieri, che preconizzava quello che è realmente successo alla Camera dei Deputati, c'era un erorre. Ad un certo punto dicevo che: "Così avremo un re nudo e un pretendente in mutande". La versione corretta è: "Così avremo un re in mutande e un pretendente nudo".
Che altro dire? Che qualche volta si scrive e si parla convinti delle proprie ragioni e nel contempo si spera di essere smentiti dai fatti. Non è andata così. Pecunia non olet, penso sia il pensiero che più spesso ha attraversato i vuoti cervelli di politica e di interesse pubblico di molti "onorevoli". Non mi va nemmeno di riportare la definizione di dignità, tempo perso. Mi vado a prendere un caffè.

P.S. Che dice Veltroni del suo grande acquisto Calearo?


Potrebbe essere utile?

lunedì 13 dicembre 2010

La farsa politica

E così domani finirà la farsa del voto di fiducia. Ormai ho un consistente numero di anni e di crisi di governo ne ho viste parecchie ma mai mi era capitato che una crisi di governo durasse sei mesi. E' da luglio che 'sto governo pencola da tutte le parti ma non cade mai. E non cadrà nemmeno domani. Non può cadere perché nessuno ha interesse a farlo cadere, nemmeno il Sor Tentennafini che, anzi, in questo momento sta stringendo le chiappe perché qualcuno dei suoi  sta pensando al futuro e al proprio destino di deputato o senatore mettendo in mutande il proprio leader. Così avremo un re nudo e un pretendente in mutande. Il che si addice ad una mignottocrazia come quella che è in vigore in Italia. Non hanno interesse a farlo cadere nemmeno le opposizioni, perché non pronte ad affrontare eventuali elezioni, troppo divisi al proprio interno, il Pd, e troppo distanti gli uni dagli altri in caso di coalizione.
Insomma nulla di nuovo, cambiare tutto per non cambiare niente.

I finiani sono dei traditori. Così disse e dicono i pidiellini. Come definiscono i loro colleghi che hanno accettato di votare la fiducia dopo la campagna acquisti? Traditori e venduti?  Ma loro sanno che chi tradisce e si vende una volta è un perfetto candidato a ripetere le azioni già fatte? E come fanno a fidarsi e a consegnarsi mani e piedi a costoro?

La politica era la forza delle idee, ora è la forza del portafoglio. Vince chi ce lo ha più gonfio.

Mughini, il provocatore in capelli bianchi e in giacca di stilista giapponese che sembrava uscita dalla bancarella degli abiti usati di Aprilia, ieri sera da Piroso su La7, mi ha spaventato. Ha detto cose che molti di noi dicono da tempo. Mi è toccato dargli ragione.
 
Ma perché perdo tempo a scrivere cose che coloro che frequentano questo blog già sanno?

domenica 12 dicembre 2010

Correre 3

La natura morta era la stessa, un tavolo, il vino e un bicchiere. Differivano solo colui che era seduto davanti al vino e il contenitore. In una un fiasco con la paglia intorno, nell'altro una bottiglia. Anche un altro elemento era sempre lo stesso, un bambino all'altro capo del tavolo, in piedi, che guardava, silenzioso e con lo sguardo corrucciato. Una mano si allunga verso il vino e lo versa nel bicchiere per poi portarlo alle labbra e berlo in un unico sorso. Il ragazzino con le gambette bianche e secche si gira, apre la porta, esce e inizia a correre. L'uomo ripete meccanicamente l'operazione appena conclusa e beve un altro bicchiere di vino.

venerdì 10 dicembre 2010

Risposta alla Madonna

Madonna con bambino
Giovan Battista Salvi detto Il Sassoferrato
Cara Madonna,
ci si rivolge così a Lei? Certo è difficile dialogare con una persona tanto in alto quanto è Lei. E' ancora più difficile per me che sono ateo, agnostico, abulico, apatico e altro ancora, comunista, femminista, rivoluzionario, intollerante, intransigente e anticlericale. Ogni parola andrebbe spiegata ma non voglio tediarla, capisco che ha altri problemi ben più grandi delle stupidaggini che può dire un povero essere umano preso dal vivere quotidiano. Però voglio provarci.
Fin da piccolo mi piacevano i quadri, non tutti è chiaro, che La raffiguravano, da quelli più famosi fino ai minori e quelli dei madonnari. Li trovavo belli, tutto qui. Forse perché incarnavano un modello che pochi avevano, un modello inimitabile e a cui solo poche potevano ispirarsi. Non provo lo stesso rispetto per molte "sante". Quasi tutte non hanno vissuto una vita piena come la sua. Se proprio devo trovare un paragone posso solo pensare a quelle povere donne che crescono con fatica i propri figli sperse nelle lande più desolate della terra. E non c'è bisogno di andare nei paesi del Terzo Mondo per trovarle. Basterebbe girare l'angolo del proprio palazzo per far finta di non vederle e passare oltre indifferenti al loro dolore, alla loro sofferenza. Pensi, di rado bestemmio ma mai, anche nei momenti di ira, ho bestemmiato il suo nome e nemmeno quello di suo Figlio. Del Padre più di qualche volta. Quando si deve sparare è sempre meglio mirare al capobranco, quello più grosso. Si, lo so, sono irriverente, ma non posso farne a meno.
Madonna dei palafrenieri
Caravaggio
Per tornare al Suo pensiero. Come non essere d'accordo con quello che dice? Al limite, tanto per non smentirmi, potrei criticarLa, se permette, per essere stata troppo gentile, educata. Se avesse alzato la voce, all'epoca come ora, forse ci avrebbe aiutato di più, specialmente  noi maschi che troppo spesso siamo femministi a parole ma non nei fatti. Se avesse alzato la voce con coloro che si sentono in diritto di rappresentarLa ci sarebbe più rispetto per le donne e per i figli del loro ventre. Ma se è vero che Lei siede al cospetto dell'Altissimo perché non mette una parola buona per noi esseri umani? Perché il Padre di suo Figlio non dimostra di essere un Dio amorevole e non vendicativo? D'altronde, se non sbaglio, nel verbo del Signore non viene citato l'Inferno ma solo Satana, allora si riappropri della sua parola e condanni i mistificatori, ne trarremmo vantaggio tutti.
Un po' mi sono perso, non sono abituato a parlare con cotanta autorità e le cose che avrei da dirle sono tante, troppe e si affollano nella mia testa, spingono per venir fuori e creano tanta confusione. So che Lei ha capito il mio pensiero, che non è altro pensiero di milioni di persone. Ci aiuti, se vuole e se può.

mercoledì 8 dicembre 2010

Esegesi del pensiero recondito della Madonna

Se vi ha scritto mio Figlio e quel vecchio barbogio di Babbo Natale non vedo perché non possa farlo io. Lo faccio oggi, qualcuno ha deciso che l'otto dicembre è la mia festa, così mi porto anche avanti con il lavoro in vista del 25 dicembre. Che dire che non sia stato detto? Sì, qualcosa c'è, il mio punto di vista. Di donna e di Madonna, che non avevo chiesto di essere.

Ero piccola quando mi hanno dato in sposa ad un uomo più vecchio di me che faceva il falegname, allora si andava a nozze appena giovinette e senza che potessimo dire nulla, come spesso succede ancora. Hanno tanto scritto sulla vita di mio figlio ma poco sulla mia e di quel povero marito mio. Mi hanno usato, cosa che si fa ancora ai vostri giorni, per mettere al mondo un bambinello a cui hanno affibbiato un compito sovrumano. E per giustificare hanno detto che era figlio di Dio, ma quale? Tanti dei aveva questo mondo nell'antichità, tanti quanti ce ne sono ancora oggi. Ma nessuno che sia un Dio d'amore. Oh quanto mi costa dire queste parole, ma non posso farne a meno. Come posso parlare di un Dio d'amore se ancora oggi le donne vengono trattate come ai miei tempi? Usate, abusate, sacrificate, schiave e infine anche uccise. Senza distinzione d'età, di cultura, di classe, di bellezza. Basta essere donne per essere inferiori. A un certo punto ho pensato che le cose potessero cambiare in meglio, mi sono illusa come tutte le donne che hanno lottato per distinguersi dai maschi. D'altronde contiamo così poco che anche nei Vangeli le parole a me dedicate sono poche. Si parla di me per gli sguardi e i silenzi. In una delle traduzioni del Vangelo quando Gesù dice dalla croce a cui è inchiodato, rivolto a Giovanni: "Questa è tua madre", l'evangelista di turno (non mi chiedete chi è , non lo ricordo) dice: "Giovanni la prese tra le sue cose". Tra le sue cose, manco fossi una sedia o una tovaglia! In fin dei conti, a sentir loro, sarei la madre di Gesù, un minimo di rispetto in più non sarebbe stato male. Qualcuno poi si deve essere reso conto che la frase era un po' pesante e ha tentato di porre rimedio sostituendo "le sue cose" con "nella propria casa". Cambia il senso ma non la sostanza. Povere donne, di allora e di adesso.
Tra poco è Natale e festeggerete, ipocritamente, la nascita di mio Figlio, non ho nulla da aggiungere a quanto vi ha già detto Lui. Ma, ripensandoci, sono più di duemila anni che lo faccio, se dovevo mettere al mondo il Figlio di Dio non si poteva fare in modo di avere un po' più di riguardo? Forse se lo avessi fatto nascere in condizioni più umane sarebbe servito da esempio per il futuro. Con un buon esempio forse anche le donne che sono nate e hanno partorito dopo di me sarebbero state più fortunate e rispettate. Ma ero e siete donne, quindi non potete sperare nulla di più. Se tutti quelli che mi invocano a ogni piè sospinto fossero più seri forse avremmo un mondo migliore, ma tanto c'è chi ha detto che la felicità non è di questo mondo e allora vi sentite autorizzati a fare di tutto e di peggio.

Perché ogni tanto sentite il bisogno di farmi apparire nei posti più impensabili e assurdi? Se davvero credete che sia la Madre del Figlio di Dio, e per estensione, vostra Madre, che bisogno avete avete di pregarmi e adorarmi in pubblico? Di portarmi fiori e corone per ricordarmi sempre che sono morta? E perché mettere a repentaglio la vita a un povero vigile del fuoco per mettere una corona di fiori così in alto? Non basta che rischi la vita tutti i giorni? Se volete pregarmi, fatelo nelle vostre case portando rispetto alle vostre donne, siano esse madri, figlie, nipoti. Portate rispetto alle donne tutte, in esse vive la mia essenza. Capisco che per gli italiani, in questo momento, è difficile pensare che in molte donne ci sia il mio spirito, ma non posso mettermi a fare l'appello dei buoni e dei cattivi su questo blog. A proposito di Internet. Ma vi pare giusto che su Google, se digitate Madonna, appare per prima quella cantantucola scosciata che si è appropriata anche del mio nome? Vabbè il mondo è cambiato, me ne sono accorta, e spesso non in meglio.
Io non posso dirvi altro che vi amo come se foste figli partoriti da me, ma voi amatemi nelle figure di donna che vi accompagnano ogni giorno della vostra vita.

martedì 7 dicembre 2010

Onestà politica e intellettuale

"Il ribaltone e' un sovvertimento della volonta' popolare. Non credo che ci saranno ribaltoni''.
''La politica e' innanzitutto onesta' intellettuale''
''C'e' un momento la mattina in cui mi guardo allo specchio e mi dico che c'e' un limite oltre il quale non si puo' andare, pena la dignità''
''Evitare gli sprechi si'. Ridurre i costi si'. Non pero' cadere nel qualunquismo pericoloso di dire che non un soldo pubblico deve andare alla politica, perche' cio' esporrebbe la politica al rischio di essere condizionata da altri poteri di tipo finanziario''

Quelle riportate sono frasi dette non dal mattarello che siede sulla fontana della piazza del paese ma dal Presidente della Camera dei Deputati della nostra Nazione. Colui che dal mese di luglio, sono già sei mesi, tiene in vita un governo morto aprendo il rubinetto dell'ossigeno appena in tempo prima che esso esali l'ultimo respiro, contravvenendo alle sue stesse convinzioni, se vere, sul diritto alla morte. Se la politica è onestà intellettuale, come fa a dire tutto e il contrario di tutto. Tanto per essere chiari riporto la frase intera indirizzata alla giovane esponente del Pdl ieri a Roma: "Ma cosa ne pensa lei di tante promesse non mantenute e di impegni disattesi da chi aveva promesso che la legge sarebbe stata uguale per tutti e poi si e' occupato solo degli affari suoi? Se qualcuno fosse piu' umile e pensasse di aver torto lui, invece di invocare sempre il complotto, se qualcuno dicesse che alcuni impegni non sono stati mantenuti, le cose sarebbero state migliori".
Andiamo oltre il Sor Tentenna.

lunedì 6 dicembre 2010

Correre 2

La vita gli andò incontro con le parole di un altro ragazzino, un suo compagno di scuola con cui non aveva molti rapporti. In una delle sue lunghe corse lo incontrò fuori dal barbiere dove già faceva qualche lavoretto, ovvero spazzava i capelli appena tagliati. Lo fermò e senza tanti giri di parole gli disse: "Tuo padre beve, se non mi passi i compiti lo dico a tutta la scuola".
Era inutile continuare a correre per sfuggire la realtà, essa era più veloce. Avesse saputo che la cosa era nota ai più, non si sarebbe fatto problemi e non avrebbe corso tanto per precedere la vita.

Correre

Il ragazzino mulinava le gambette, bianche e secche, che spuntavano dai pantaloncini corti. I suoi piedi chiusi nei sandaletti, erano gli ultimi giorni di vacanza, poggiavano e si alzavano da terra in un movimento continuo. Correva, correva sempre. Correva con la enorme, per lui, pagnotta di pane nelle braccia, correva con la bottiglia di vetro del latte, correva con le sigarette strette nella mano piccola, correva con il fiasco di vino, per suo padre, retto per il collo. Correva, la sua era una lunga, interminabile corsa per le salite e le discese del paese. Correva sui prati dietro ad un pallone mezzo sgonfio, correva sull'asfalto della provinciale in lunghe estenuanti  sfide con i piccoli amici, correva anche quando andava a scuola.
Correva verso la vita finché un giorno la vita non corse verso di lui e lo bloccò. Da allora la sua andatura divenne normale, arrancante verso una perenne salita.

sabato 4 dicembre 2010

Dove sono? E perché? La fine (6)

Avvertenza per chi legge tramite altri siti. Purtroppo l'impaginazione spesso viene cambiata dando origine ad un ammasso di parole di non facile lettura. Vi consiglio di leggerlo in originale.
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LUCA
I giorni passavano senza che succedesse nulla. Più rifletteva più non trovava una logica nel suo sequestro. Le giornate scorrevano tranquille, se così si può dire. Sveglia, toilette, colazione (sempre la stessa), lettura di giornali vecchi, pisolini, pranzo e via così fino a sera, all'ora di cena. Mai nessun cambiamento. Tre volte al giorno metteva il cappuccio nero, dopo la prima volta aveva chiesto che gli aprisse un buco in corrispondenza della bocca, per la consegna dei pasti. Poteva solo immaginare che fuori dal suo piccolo mondo la vita scorresse. Chissà cosa pensava Claudia, come stava vivendo questo momento. Altro non poteva fare. Aveva scrutato ogni angolo della sua cella di stoffa nera, non aveva trovato nulla che gli potesse essere utile. Si era attenuto rigidamente alle consegne, fare l'eroe non lo avrebbe salvato anche perché non era riuscito a capire quanti fossero i suoi rapitori. Mai una parola, mai visti. Ripensava alla mattina del rapimento. Quella donna alta, con i capelli neri vestita in jeans e maglione che a penasarci bene poteva anche essere un uomo truccato, o una donna truccata per poter far pensare ad un doppio trucco. Più pensava più si perdeva nelle ipotesi sul chi e perché. Senza riuscire mai a darsi una risposta.

CLAUDIA
La vita comunque andava avanti, l'attesa di una telefonata era andata mano a mano scemando. Ormai era quasi convinta che il Commissario Poli avesse ragione. Luca se ne era andato, non a comprare le sigarette, per lui sarebbe stato troppo banale. Aveva trovato un modo più plateale per farlo. Anche le trasmissioni televisive avevano sguazzato nella merda del suo dolore senza per questo essere utili a nulla. Ogni tanto Poli si faceva vivo con una telefonata, la rassicurava che stava lavorando per trovare una traccia, rapimento o scomparsa volontaria che fosse. Non accettava, nemmeno lui, che un uomo sparisse senza lasciare traccia del suo passaggio. Altro non poteva fare. Nemmeno lei poteva fare nulla di più di cio che aveva fatto, in fin dei conti era un personaggio marginale della storia. E, purtroppo, dell'attore principale non si sapeva più nulla.

IL RAPITORE
Basta, non ne posso più. Devo mettere fine a questa storia, il gioco si è protratto troppo a lungo. Tutto è andato per il verso giusto. Ora è giunto il momento di chiudere la partita.

LUCA
La lampada rossa si è accesa. Mentre mette il cappuccio, cosa mai capitata dopo le canoniche tre volte giornaliere, e si sdraia sul letto, viene invaso dalla paura. Cosa vuol dire questa eccezionalità? Cosa mi attende? Senza che se ne accorgesse due mani gli bloccano la caviglia sinistra, un rapido movimento fa passare un cappio di corda intorno alla gamba. Non capisce ma immagina che lo stia legando alla stessa zampa della branda di ferro. La stessa cosa con la caviglia destra, quella già legata con la catena a lungo raggio. Poi più nulla. All'improvviso sente che l'operazione avviene anche con il polso destro, è atterrito, immobile e incapace di reagire. Gli viene alla mente una mucca portata al macello. Altra pausa. Eccolo, ora mi blocca il polso sinistro. Sono come un San Sebastiano, messo in croce alla mercè di qualcuno che non conosco.
Sta armeggiando con la tuta, vecchia e bucata, che mi ha dato il secondo giorno. Della mia, nuova di zecca non so nulla, come della mia t-shirt e delle mie mutande, dei miei calzini e delle mie L.A. Trainer nuove. La paura lo fa sragionare, cosa gli frega di ciò che portava indosso al momento del rapimento? Gli ha abbassato i pantaloni fino alle ginocchia. Chiude gli occhi anche se ha il cappuccio in testa. Attende di sentire la lama sulla sua carne, su quel pezzo di muscolo che si è rattrappito fino quasi a scomparire. Una mano guantata lo tocca, sono guanti ruvidi, grossolani. Non sente alcuna lama. La mano inizia a masturbarlo. Non capisce più nulla, non vede uno straccio di logica nella cosa e lo atterrisce sempre più. Il movimento continua e il suo pene reagisce come un qualsiasi muscolo che viene attivato. Non può fare a meno di avere un'erezione. Il lavorio si interrompe, qualcuno sta salendo sul letto. Riecco la mano che riprende il lavoro interrotto. Non posso fare a meno di essere eccitato, è un muscolo che non risponde al mio cervello, sembra rispondere al cervello di colui che lo sta usando senza il mio consenso deliberato. Ora lo tiene dritto e in tensione. Posso immaginare, in fondo lo spero, cosa accadrà. Qualcosa cola sul mio membro, sembra acqua fresca ma più densa. Sento della carne poggiarsi sul cazzo. La mano lo tiene sempre in tensione. Ora spinge verso il basso e sento il pene farsi strada con fatica. Anche in questa condizioni capisco che non è l'entrata principale. Con lentezza spinge, anzi, si lascia scendere fino a che non sento quasi il peso del corpo che mi sovrasta, ma non arriva a poggiarsi su di me. Il rapporto continua fino alla sua naturale conclusione. Si tira su. Scende dal letto. Poi più nulla. Passa qualche minuto e sento che inizia a sciogliermi iniziando dai polsi. Altro silenzio, infine sento il suono della campanella. Mi tolgo il cappuccio e per terra c'è un foglio. Non può averlo scritto nei pochi minuti che sono passati, lo deve aver preparato per tempo. Conferma ancora una volta che ogni sua mossa è ragionata, ha un suo perché che a me resta ignoto.
“Spero tu ti sia divertito. Almeno conserverai un ricordo piacevole della permanenza nella mia casa. Ora vai a farti una doccia. In bagno troverai anche un bicchiere di carta con del liquido, bevi tranquillamente, è un cognac d'annata. Bevi alla mia salute. Domattina, presto, ti sveglierò e troverai altre istruzioni”.

IL RAPITORE
Quasi mi fa pena.

LUCA
Ha stentato a prendere sonno, non sa cosa pensare. Al risveglio, un prolungato suono di campanella, trova il solito foglio scritto al computer con le istruzioni, questa volta non discorsive.
“ 1) Barba e doccia. 2) Davanti la porta del bagno troverai i tuoi vestiti in una busta, senza calzini e scarpe. 3) Colazione in piedi senza sederti. 4) Manette. 5) Cappuccio.”
Esegue passivamente il tutto come ha sempre fatto da quando è segregato.

IL RAPITORE
Bene, ha finito. Scende la scala di legno ed entra nella gabbia nera. Lo prende per un gomito e piano , accompagnado ogni suo movimento lo fa salire al piano superiore. Lo porta fina alla macchina, gli fa sentire i contorni con le mani e lo fa entrare nel portabagagli. “Stai tranquillo, non farai la fine di Moro” gli dice per tranquillizzarlo. Lo copre con un telo. Sale al posto di guida e mette in moto, è ancora buio. La strada che deve fare è poca e a quest'ora sulle rive del lago non c'è sicuramente nessuno. Lo porta dove lo aveva preso. Lo fa scendere, gli mette in mano i calzini che il prigioniero a fatica riesce a calzare. Poggia le L.A. Trainer per terra. Risale in macchina e parte velocemente con i fari spenti.

LUCA
Respira l'aria attraverso i buchi del cappuccio, tenta di toglierlo ma l'operazione non è facile, quando ci riesce la macchina è già lontana dietro la curva. Ha pensato a tutto. Sempre con difficoltà indossa le scarpe e, con il cappuccio in mano, si avvia verso il paese. Arriva sulla piazza dove ci sono due bar sempre aperti, anche la notte. Si fa riconoscere, chiede che venga chiamata la moglie e la Polizia, si fa portare un bicchiere d'acqua e si siede.

CLAUDIA
Arriva in cinque minuti, trova Luca bianco in volto ma perfettamente rasato e pulito, solo un po' smagrito. Ha un attimo di esitazione. Un rapito non può essere in così buone condizioni. Poli ha ormai instillato in lei il dubbio e tutto le suona come una messinscena anche un po' patetica. Arriva anche la volante. Carica Luca e Claudia e via di corsa verso il commissariato.

POLI
Quando la volante arriva Poli è già lì che li attende. Sceso di corsa dal suo alloggio. Nelle tasche della tuta ci sono le chiavi delle manette, liberano Luca e inizia il colloquio/interrogatorio.
“Allora, ci racconti tutto” e l'ex sequestrato ripercorre la sua settimana di prigionia passo passo, senza tralasciare nulla, o quasi. Nulla dice del rapporto sessuale, come far credere a qualcuno una cosa del genere? Poli lo guarda incredulo, pensa alla faccia tosta di quest'uomo che gli sta raccontando un sacco di bugie per giustificare la sua assenza. Ma non ha prove che quel che dice sia falso come non ha prove che il rapimento non sia avvenuto. Lo manda a casa, poi ci penserà il magistrato.
Tornato a casa Luca ripete il racconto alla moglie, tralasciando anche con lei la parte più incredibile della sua storia.
Il rapitore sente la ricostruzione del rapimento alla radio, sente i commenti al bar e ride, di gusto.

“Scomparso un imprenditore romano trapiantato in Umbria.
Rapito mentre correva sulle rive del lago Trasimeno”.
Ora non si scherza più.

mercoledì 1 dicembre 2010

Dove sono? E perché? 5


Avvertenza per chi legge tramite altri siti. Purtroppo l'impaginazione spesso viene cambiata dando origine ad un ammasso di parole di non facile lettura. Vi consiglio di leggerlo in originale.
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LUCA

Mio Dio che mal di testa. Il dolore lancinante gli impediva quasi di respirare. Rimase sdraiato, ma non ero legato su una sedia?, con gli occhi chiusi. Lentamente muoveva la testa a destra e sinistra, apriva e chiudeva i pugni, piegava con lentezza le gambe, la destra con più fatica, come se si portasse dietro un peso. Aprì gli occhi. Era ancora prigioniero, era cambiata la condizione fisica ma sempre prigioniero era. Non filtrava più luce dai teli neri, evidentemente era scesa la sera o la notte? Riusciva a vedere grazie alla lampadina, abbastanza forte, che pendeva dal soffitto. Qualcosa era cambiato, la stanza era diversa, erano diverse le misure e le proporzioni. Non era più simmetrica come prima. Era vero o l'immaginazione stava prendendo il sopravvento? Il letto era reale, senza dubbio. Non era più legato mani e piedi, solo una catena, ecco il peso, partiva dalla sua caviglia destra e si perdeva dietro il telo nero. Poteva alzarsi, era, a suo modo, libero di muoversi. Un foglio, su un improvvisato comodino, lo riguardava.
“Finora non ti ho torto un capello, se vuoi che non ti faccia del male in seguito attieniti scrupolosamente alle istruzioni che stai per leggere. Farti del male non mi costerebbe nulla, ricordalo prima di ogni tua mossa avventata.
Alla destra del letto, dietro il pannello di stoffa c'è la porta del bagno, se lo vogliamo chiamare così, non farti illusioni, non ci sono finestre. La catena ti permette di arrivare fino alla tazza. Non toccare mai, ripeto mai, i pannelli di stoffa e meno che meno ti consiglio di spostarli. Se lo farai pagherai le conseguenze. Sul letto c'è un cappuccio nero, quando la luce rossa si accende ti devi sdraiare sul letto e mettere il cappuccio. Quando sentirai il suono di una campanella potrai toglierlo. Mangerai tre volte al giorno. Potrai lavarti come, quando e quanto vuoi, potrai raderti con il rasoio elettrico. Se guardi bene vedrai anche dei giornali, non di oggi, così avrai qualcosa da fare durante il giorno e la notte. Tanto la luce sarà sempre accesa e non noterai la differenza. Se ti atterrai a queste minime regole forse, ripeto, forse porterai a casa una storia da raccontare agli amici del bar. E ai giornalisti che non ti daranno tregua, per non parlare di polizia e carabinieri. In caso contrario non potrai raccontare nulla a nessuno. Immagino che tu abbia mal di testa, hai degli analgesici vicino alla cena”.
Mentre leggeva si guardava intorno per trovare conferma con gli occhi delle parole scritte. Vide la luce rossa, il pasto poggiato su una cassetta di frutta, per terra i giornali. Cautamente si spostò per vedere se era vero che ci fosse il bagno, spinse la porta e si trovò in un cubicolo dove a malapena riusciva ad entrare. Una tazza, una minuscolo lavandino e, dal soffitto, un tubo con una cipolla per la doccia. Aprì l'acqua, c'era anche quella calda. Andò in bagno, si lavò la faccia con una saponetta e si asciugò con uno straccio da cucina, pulito, profumato e stirato. Tornò nella gabbia stando attento a non sfiorare i teli neri. Doveva riflettere, meglio farlo con lo stomaco pieno.

CLAUDIA
L'attesa, lunga e snervante, non dava frutti. Il telefono taceva per le notizie importanti. Solo amici ed amiche che chiedevano notizie e lei a ripetere che non c'erano e che mettessero giù per non occupare la linea. Solo una vicina, silenziosa, si aggirava per l'appartamento. Le aveva preparato qualcosa da magiare e, sempre senza una parola, le aveva messo il piatto davanti. Meccanicamente aveva mangiato, ma ora nemmeno ricordava cosa. Le aveva portato un tè, caldo e zuccherato, che lei aveva bevuto senza opporre resistenza. Ora era in cucina, silenziosa si affaccendava , sembrava un normale pomeriggio invernale. Il cambio di temperatura era stato repentino. Il colloquio con il Commissario era stato duro ma il funzionario di polizia non aveva tutti i torti. Tutto era successo un paio di ore prima.
Poco dopo essere risalita dal bar, Poli si era presentato a casa per parlare con lei, aveva ancora sullo stomaco il panino mangiato in commissariato.
“Mettiamo in chiaro le cose, signora. Suo marito è adulto, grande e grosso, un metro e ottanta per 95 chili come mi ha detto lei, e anche incazzoso. Capisce che far sparire una persona così senza lasciare traccia è difficile? Possibile che suo marito non si sia difeso? Che né lui né altri siano caduti a terra calpestando l'erba, che non abbia gridato, che non abbiano perso una goccia di sangue, che siano spariti nel nulla, rapito e presunti rapitori, senza lasciare una traccia benché minima? Per il momento non possiamo far altro che classificare la cosa come sparizione volontaria. Mi dispiace, ma lei stessa ci ha detto che non ci sono motivi per pensare che qualcuno possa avercela con suo marito e se lei vuole che le crediamo quando dice che non è sparito di sua volontà ci deve dare un motivo per cui ci possa essere qualcuno che lo possa aver fatto sparire. I sommozzatori sono ancora al lavoro ma non ci sono tracce di passaggio sulle rive, non c'è una canna piegata o rotta, non c'è un arbusto che rechi traccia di passaggio umano. Signora, non c'è un cazzo di niente. Abbiamo rintracciato tutti quelli che sono andati al lago stamane, qualcuno lo ha visto correre, tranquillo e rilassato, nessuno ha visto niente. A meno di considerarli tutti facenti parte di un complotto per farlo sparire, suo marito se ne è andato con i suoi piedi o in macchina, in compagnia di chi solo Dio lo può sapere”.

IL RAPITORE
Cazzo che fatica! Spostare tutti i pannelli, portare giù la branda, pulire il cesso, preparare la cena, ma chi me lo ha fatto fare. L'inesperienza mi ha costretto ad un surplus di lavoro, ma è tutta esperienza. Speriamo che il bagno funzioni, non doveva entrare in funzione ora. E nemmeno della branda ci doveva essere bisogno. Ma tant'è. Però, in fondo, tutto è andato a posto. Vedremo come reagisce il poveretto. Se non avessero dato l'allarme tanto presto sarebbe stato tutto più facile. Qui intorno è tutto un pullulare di polizia, carabinieri, volontari della protezione civile, volontari e basta, mancano solo i boy scout e poi abbiamo fatto bingo. Nemmeno il Primo Maggio c'è tanta gente al lago. Riflettiamo un attimo sulla giornata.
Avergli chiesto aiuto per portare la cassa di bottiglie in macchina è stata una genialata, doveva per forza entrare nel furgoncino da solo per poterla sistemare, allora è stato facile narcotizzarlo, coprirlo con un telo e pianin pianino tornare al capannone. Aver atteso che arrivasse qualcun altro a prendere l'acqua e, addirittura, scambiare due parole con la vecchia bionda mi ha posto al sicuro. Certo, il soggetto era facile. Parlava al bar di andare a correre come se dovesse fare chissà che cosa, è bastato attendere il primo giorno senza pioggia e, come un fungo, è spuntato sui sentieri lacustri. Che fosse sempre disposto ad aiutare gli altri lo sapevo, e quindi chiedergli di darmi una mano era la soluzione ideale. Vediamo come si evolvono le cose e, se va bene, tra quattro-cinque giorni chiudiamo la partita. Questa notte mi tocca rimanere qui, uscire ora, con tutti questi impiccioni, potrebbe essere imbarazzante. Tutti sono convinti che sono andato via da tempo. Hanno bussato, hanno sbirciato dentro con le lampade ma tanto non hanno potuto sentire e vedere niente.