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martedì 27 aprile 2010

Il prestito

"... Per mio nonno la buona educazione non erano le buone maniere, ma l'obbedienza ai genitori, il profitto scolastico, il rispetto dei vecchi, la solidarietà verso i deboli e le donne, le virtù domestiche, la difesa delle tradizioni, e poi la casa, il lavoro, la famiglia, la gerarchia, non rubare, non chiedere soldi in prestito, non bestemmiare ..."
Così scrive Francesco Merlo sul Venerdì di Repubblica, lui stesso prende poi le distanze dai precetti del nonno riconoscendo che sono alquanto datati. Ma una voce di quei principi mi ha lasciato alquanto perplesso. "Non chiedere soldi in prestito", ora a parte sapere che l'avo di Merlo era un insegnante, altro delle sue condizioni economiche non so e quindi non posso dire da dove gli derivi la certezza del precetto. E non voglio nemmeno andare molto indietro con il pensiero, mi limito agli anni '60 quando in Italia ci fu quel mitico evento chiamato "boom economico" che altro non era che il totale e massiccio indebitamento delle famiglie italiane per essere al passo con i tempi, ovvero, quando l'apparire iniziò ad essere più importante dell'essere. I poveri o i quasi poveri conobbero le banche e i canti di sirena che venivano dagli uffici, impiegati incravattati che magnificavano la bellezza di poter ottenere un prestito per potersi così omologare e comperarsi la 500 o la 600, il frigorifero e la lavatrice, la televisione e le vacanze al mare o il mitico mutuo per comperare la casa, con un misto di bisogno e di vacuità di cui ancora paghiamo gli effetti.
Ai giorni d'oggi le banche non ci fanno più regali (ironico), avere un prestito è sempre più difficile. Un mio amico, stipendio intorno tra i 1.250-1400€, si è visto rifiutare l'acquisto della macchina perché non dava garanzie e la madre pensionata non poteva fare da garante, nel contempo, altra banca, lui con il suo stipendio aveva garantito per il mutuo della madre. Trovate la logica.
Comunque, il prestito è l'elemento basilare dell'economia italiana, in particolar modo in questi anni di crisi. Prestiti da parte degli amici (è proprio vero che chi trova un amico trova un tesoro), pseudo prestiti di genitori verso i figli e di figli verso i genitori (succede anche questo), prestiti da finanziarie, da banche, acquisti a credito fino ad arrivare agli usurai.
Per tornare a Merlo, forse non avrei citato il dettame di suo nonno, suona un po' una presa per il culo verso i lavoratori, di ogni ordine e grado, che in questo momento stanno tirando la cinghia, la trovo di dubbio gusto.
Non trovo nulla di vergognoso nel chiedere un prestito, quando ero piccolo mi dicevano che "vergogna è rubare", ma questa "norma" morale non interessa più nessuno, solo gli illusi come me.
In separata sede vi fornirò il mio Iban per congrui prestiti che non verranno restituiti.

lunedì 26 aprile 2010

Memoria e coerenza

Grande scandalo e proteste da parte di tutti per le contestazioni di Milano e Roma nelle manifestazioni di celebrazione per il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazi-fascismo. Proteste vibrate, indignate, parole forti quali democrazia e libertà pronunciate da esponenti della destra, sdoganati di recente senza nemmeno che facessero troppe abiure. Esponenti di una destra che fino a pochi anni fa continuava a ribadire che Benito Mussolini è stato un grande statista. Esponenti di una destra che per giustificare le loro inettitudini in materia elettorale hanno gridato al golpe e alla limitazione della libertà. Esponenti di una destra che ha protetto, e protegge, figuri di una destra estrema che non fa altro che provocare e, come ieri a Roma, affiggere manifesti innegianti al Duce proprio il 25 aprile.
Vogliamo condannare coloro che hanno lanciato ortaggi e fumogeni? Va bene, se vogliamo hanno esagerato. Vogliamo condannare coloro che a Milano hanno incluso nel grido di "fascisti" anche i pochi partigiani che sono rimasti in vita? Va bene, una vera è propria azione controproducente.
Però allora condanniamo anche la provocazione fatta dagli esponenti del centro destra che ora partecipano in massa alle manifestazioni per la Liberazione. Perché, altrimenti, debbono spiegare dove sono stati in tutti questi anni, perché non hanno mai detto che la Liberazione ha un valore anche per loro. Così come ce lo deve spiegare il premier dove andava negli anni passati a festeggiare questa data fondamentale per l'Italia. E voglio che sia condannato anche Cirielli, presidente della provincia di Salerno, che fa affiggere un manifesto oltraggioso per gli italiani che sono morti nella lotta partigiana. A costui, che ha lasciato il segno per una legge che grida vendetta al cospetto, non di Dio, ma degli uomini onesti, vorrei dire di rileggersi un po' di storia patria e studiarsi anche la Svolta di Salerno, potrei consigliargli il libro di Donald Sassoon "Togliatti e la via italiana al socialismo. Il PCI dal 1944 al 1964", apprenderebbe cose che finora gli sono state ignote.
Insomma, costoro hanno sempre negato il valore della Resistenza e dello Stato democratico che da essa è derivato e ora che sono al governo per la mancanza di memoria degli italiani, pretenderebbero rispetto e applausi da coloro che hanno sempre riconosciuto il valore della lotta partigiana.
Insieme alla memoria gli italiani hanno perso anche il concetto di coerenza.

sabato 24 aprile 2010

Ancora sulla Liberazione

Per la Liberazione, oltre al precedente post, ho rispolverato un mio pezzo uscito sul giornale nel 2007. Ho iniziato ad andare in giro per blog amici per fare gli auguri, sono troppi e io troppo pigro.
CHE LO SPIRITO DELLA LIBERAZIONE SIA SEMPRE CON NOI.

LA STORIA
A Vedegheto, sulle colline bolognesi, ogni anno la piccola comunità si ritrova per tenere viva la memoria della lotta al nazifascismo «Noi partigiani, la “festa dei giovani” e quelle Ss nascoste nella melma»

Vedegheto, frazione di Savigno, colline bolognesi. Se non hai un motivo per andarci resterebbe, come si dice, solo un punto sulla carta geografica. Non ci sono centri commerciali, non ci sono banche né cinema, nemmeno un bar o un negozio d'alimentari. Una natura ancora viva ed accogliente, dove si possono incontrare tassi e cinghiali, upupe e caprioli, volpi che mangiano i pulcini e dove ancora si coltiva la terra. Ci vive anche chi ha deciso di uscire da Bologna, raggiungibile in trenta minuti, e chi si giova della vicinanza con Marzabotto e Sasso Marconi. Perché per «un cittadino» allora tornare a Vedegheto in una domenica d'agosto dal tempo incerto? Per la «Festa dei Giovani», una volta «Festa dei reduci». E qui occorre fare un salto nel passato, agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Ricordare che a pochi metri da Vedegheto passava la linea Gotica, la sua vicinanza a Marzabotto e a Monte Sole diventati tristemente noti per gli eccidi dei nazifascisti. Anche la piccola frazione di Vedegheto ha dato il suo tributo di sangue, tre militari e quattordici civili come riportato sulla lapide incastonata nel muro della chiesa come quella per la guerra del ‘15-‘18. Alle porte del piccolo borgo, poco più di duecento abitanti compresi gli immigrati, come benvenuto si trova la lapide per un giovane partigiano, Francesco Calzolari di diciotto anni, torturato e ucciso dai tedeschi. Come ci ha detto Dino Rossi, nato il primo gennaio 1923 e ultimo dei reduci ancora in vita, la festa si tiene ininterrottamente dal 1947. «Era organizzata di volta in volta da due reduci (priori) dei circa trenta tornati a casa». «Dopo l'8 settembre qualcuno è finito in Germania nei campi di concentramento come me, qualcuno andò con i partigiani e qualcun altro tornò subito a casa e attese la fine della guerra». «Facemmo fare la lapide in ricordo dei caduti, comprammo - continua Rossi - con una sottoscrizione la statua di Don Bosco che tutti gli anni è portata in processione. Partecipavano tutti i reduci anche delle zone limitrofe senza pensare a chi era democristiano e chi comunista, non si parlava di politica ma si festeggiava il ritorno a casa». «La festa fu voluta dal parroco dell'epoca don Alfredo Calzolari e da Roberto Suppini che era stato in seminario con don Bosco - aggiunge Ferruccio Suppini, giovane di settantacinque anni ancora attivo sui campi - per celebrare il ritorno dei ragazzi dalla guerra, oggi di quei ragazzi ne resta solo uno ma la festa rimane e la piccola comunità si impegna ogni anno per realizzarla». E tra una tigella e una crescentina, Ferruccio, all'epoca aveva undici anni, racconta di «partigiani che tesero un'imboscata ad un mezzo tedesco e ne uccisero i tre occupanti, tre graduati. Della cosa fu informato il parroco che si rese subito conto delle conseguenze dell'azione militare degli antifascisti. Don Samuele pensò allora di far nascondere i tre corpi sotto un mucchio di letame pronto per la concimatura dei campi, il cattivo odore avrebbe messo in difficoltà i cani sguinzagliati alla ricerca dei corpi. Si fece sparire la camionetta nel bosco di Monte Pastore coperta di rami e foglie e nonostante le ricerche nessuno e nulla fu ritrovato e si evitò la prevedibile rappresaglia che con solita ferocia erano usi attuare i nazisti». Ferruccio è una miniera di ricordi. «Mio padre non fu richiamato perché aveva cinque figli, ma ai tedeschi non importava nulla e perciò per evitare sorprese si dette alla macchia e si nascose vicino a Castellara. Ma alla fine si stancò e tornò a casa lo stesso giorno in cui uccisero due fratelli carabinieri a poche centinaia di metri da Vedegheto». «Si chiamavano Dante e Gino Vignudelli, il più giovane aveva sedici anni. L'8 settembre disertano e tornano a casa ma il 29 giugno del 1944 vengono presi in un rastrellamento e caricati sui treni diretti in Germania. A Domodossola riescono a fuggire e tornano ancora a casa e si danno alla macchia ma sfortunatamente sono presi e uccisi a Vedegheto». La festa va avanti, come i ricordi di Ferruccio: «Per sei mesi a Vedegheto veniva a dir messa don Giovanni Fornasini, a cui ho fatto da chierichetto, e che fu ucciso dai tedeschi nel 1945». A don Fornasini è stata conferita la medaglia d'oro al valor militare. È arrivato il momento dei fuochi d'artificio che concludono la festa, piccoli fiori blu, oro e verde che sbocciano nel cielo, poi il ritorno nel casale di pietra di Ferruccio, a ricordare i reduci, a sperare nella pace, per salire di nuovo a Monte Sole, un giorno, lì dove la leggenda racconta che il vento perenne è la voce dei partigiani, a dire loro di riposare in pace.

18 agosto 2007 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 8) nella sezione "Interni"

venerdì 23 aprile 2010

Roma liberata

(4 giugno 1944)

Il giorno stesso della liberazione di Roma apriamo la sezione comunista del quartiere (San Saba), in via Annia Faustina. Il locale è bello, ampio, sulla strada; l'avevamo già adocchiato da tempo. Si riempie subito di gente; regna una confusione indesrivibile, un'allegria sfrenata. I compagni anziani, con al braccio la fascia del Comitato di liberazione nazionale, vanno e vengono con il camioncino. Nello spazio di poche ore ci sono tavoli, sedie, attrezzature e "roba" sequestrata ai borsari neri: un ben di Dio da mangiare.
Assieme ai compagni conosciuti da tempo, ci sono anche tante facce nuove. L'avvocato Martino, un caro compagno, colto e pieno di umanità, di cui diventerò grande amico; le signorine (così le abbiamo sempre chiamate) Gennari, Ida e Iole -due gentili, discrete compagne già avanti con gli anni- sorelle di Egidio Gennari(1), di cui non hanno più notizie da dieci anni; un colonnello in pensione con una bella figlia dagli occhi verdi e tanti altri volti sconosciuti.
Siamo una banda di ragazzi e i nove mesi di occupazione tedesca li abbiamo passati nel quartiere, sempre affamati rifiutando di arruolarci nelle brigate nere. Quando fu emesso il bando Graziani, che imponeva l'arruolamento obbligatorio nell'esercito della Repubblica di Salò, un gruppo di nostri amici si "arruolò" nelle brigate nere. Scelta ideale? Spirito di avventura? No, solo fame e paura. Noi abbiamo retto, forse, per un più solido antifascismo di famiglia. Diversi di loro sono poi tornati con il fazzoletto rosso dei partigiani garibaldini. Hanno saputo trovare la strada giusta.
Ci arrangiamo a campare andando nella campagna romana a racimolare nei terreni abbandonati verdure, patate e rape; tante, tante rape insipide che vendiamo ai collegi e alle case signorili del quartiere Aventino e, ogni tanto, con il ricavato riusciamo a fare una buona cena in osteria. Mio padre, falegname e lucidatore di mobili, ci aveva costruito un carretto a mano che si dimostrò prezioso, ma ogni sera, per timore che ce lo rubassero, dovevamo smontarlo per farlo entrare nelle strette scale dello scantinato dove abitavo con la mia famiglia.
Durante l'occupazione nazista facevamo le staffette per i partigiani, andavamo in giro tutto il giorno rendendoci utili ma eravamo insoddisfatti, pensavamo di far troppo poco. Ma i compagni anziani si rifiutavano di affidarci compiti più impagnativi oltre che per settarismo e per boria anche perché, alcuni di loro, trafficavano con la carne del Mattatoio mischiando la politica con la borsa nera e non volevano intrusi tra i piedi. Dopo la Liberazione i nodi vennero al pettine. Uno dei caporioni fu espulso dal partito con una decisione presa, con voto consultivo, dal comitato direttivo della sezione della quale faceva parte come dirigente del circolo giovanile. Venne, in quella occasione, il compagno Enrico Minio, che aveva passato più di dieci anni in galera e, pistola ben in vista, smascherò il borsaro nero e ricattatore che aveva "sputtanato" il partito nel quartiere e ora voleva fare il martire.
Tentammo, una volta, esasperati dalle chiacchiere inconcludenti degli anziani, di raggiungere Genzano dove sapevamo che operava una banda di "ribelli", ma dopo ore di cammino, sfiancati dalla fatica e non riuscendo a prendere contatto perché alle nostre ingenue domande nessuno rispondeva, abbandonammo l'impresa e ce ne tornammo a Roma di notte, dopo il coprifuoco.
Durante lo sbarco di Anzio, i dirigenti clandestini del settore ci affidano una missione "importante". Segnalare tutte le macchine civili che si allontanano da Roma insieme ai tedeschi da via Ardeatina per dirigersi sull'Appia. Ci piazziamo in un punto strategico, all'inizio di via Appia antica e con taccuino alla mano scriviamo centinaia di numeri, targhe, ecc. Arrivati alla sera, soddisfatti e fieri, ci rechiamo dal responsabile militare del settore per informarlo. "Non serve più a niente -ci dice- i tedeschi non se ne vanno!"

(1) Egidio Gennari, professore di matematica, dopo aver militato nel Psi svolgendovi un ruolo di primo piano, aderì, nel 1921, al Pci di cui fu membro del comitato centrale fino alla morte. deputato e direttore del quotidiano comunista triestino, Il Lavoratore, subì vari arresti. Rifugiatosi a Mosca, gli fu inflitta, in contumacia, una condanna a 12 anni. Dirigente del segretariato latino della III Internazionale, lavorò anche al centro parigino del Pci. Nel 1940, a Mosca, fu colpito da una paralisi e morì a Gorkij l'8 aprile 1942.

...

La cellula delle prostitute

Subito dopo la Liberazione di Roma, nella più importante sezione comunista del centro, con sede in via Tomacelli, affluiscono centinaia di intellettuali, impiegati di banca, tipografi dei quotidiani più popolari, artigiani noti nel quartiere (ricordo due "personaggi": Benedetto, un barbiere che aveva la bottega vicino al senato, e Pio Taticchi, fabbro, vecchio comunista che per anni dirigerà con il pugno di ferro la sezione) e diverse prostitute, che vanno regolarmente ad ascoltare i dibattiti e organizzano una loro cellula. La sera andavano a lavorare senza la tessera del partito che era custodita dal segretario di sezione. Evitavano così, in caso di retate o di arresto, di compromettere il partito nelle loro vicende private.


Brani tratti da:
Leo Canullo Taccuino di un militante
Quarant'anni di lotta politica a Roma
Editori Riuniti, 1981


Non ho volutamente pubblicato pagine, per così dire, più epiche. Ho preferito due pagine "normali". Canullo, Roma, 3 settembre 1923 - 12 giugno 1997, è stato anche deputato, sulla sua scheda c'era scritto: operaio tipografo.

martedì 20 aprile 2010

Il valore della memoria

L'uomo ha una formidabile memoria, cioè, tutto quell'insieme di conoscenze che gli deriva dalla capacità di utilizzare simboli di varia natura, in estrema sintesi, la memoria è frutto del linguaggio e della cultura. Nell'antichità ci si basava sulla memoria orale, poi si sviluppò la scrittura, in seguito la fotografia e il cinema. I mezzi che contribuiscono a formare il linguaggio si sono arricchiti, quindi, con l'evoluzione dell'uomo e le sua aumentate capacità e conoscenze anche scientifiche.

Ma quello che manca nel nostro Paese al giorno d'oggi è la memoria storica, anche a breve termine. Questa mancanza di memoria fa si che aumentino i negazionisti dell'eccidio degli Ebrei, gay, zingari e altre categorie nel corso della seconda guerra mondiale. Quelli che potremmo chiamare ricordi vengono annullati anche quando ci si rapporta con il problema immigrazione. Purtroppo ci siamo dimenticati dei bastimenti di emigranti verso lidi lontani per trovare migliori condizioni di vita e non cogliamo appieno la portata del dramma di coloro che tentano di approdare sulle nostre sponde in cerca di fortuna. La mancanza di memoria ci porta a dimenticare che una volta la scuola era per pochi e non per tutti, i poveri erano solo braccia da destinare ai lavori che avrebbero permesso al ceto superiore di vivere sulle fatiche degli altri.

La negazione e la rimozione fanno si che si sia intrapreso un cammino revisionistico anche per la guerra di Liberazione. Uno dei pochi periodi storici di cui gli italiani dovrebbero essere orgogliosi. Questa è la situazione dell'Italia ai nostri giorni. Un Paese governato da coloro che tutte queste cose le hanno rimosse e che, almeno in parte, negano. Siamo governati da gente che in base ad un presunto bisogno di sicurezza pone e dispone, e vorrebbe anche di più, delle vite degli altri. Quasi sempre persone che non hanno o non possono difendere i loro diritti di esseri umani. Si agisce in disprezzo della Carta dei diritti dell'Uomo a cui tutti, almeno a parole, ci dovremmo attenere. Sarebbe lungo l'elenco delle malefatte da un po' di anni a questa parte. Il bisogno di pochi viene fatto passare per un bisogno di tutti.

Un solo esempio. Quanti italiani hanno paura di essere intercettati? Solo coloro che sanno di aver fatto qualcosa di poco lecito, gli altri dovrebbero essere contenti che con questo mezzo si possono assicurare alla giustizia colpevoli che altrimenti resterebbero impuniti.

Coloro che ci governano dovrebbero avere come primo e principale obiettivo il benessere del popolo, dovrebbero legiferare per salvaguardare il lavoro, la scuola e la sanità per tutti. Ma ciò non avviene e il popolo, fidandosi di false e irrealizzabili promesse di impunità per tutti, continua a premiare chi agisce nell'interesse di pochi a discapito della maggioranza.

Abbiamo perso la memoria che un periodo di tal fatta l'abbiamo già passato e pagato.


Scritto per il giornale Pace e Tempesta

domenica 18 aprile 2010

Post-prandiale

Hanno liberato i tre di Emergency, la Roma ha vinto, per oggi non mi posso lamentare.

Partendo dall'assunto che Saviano non ha bisogno delle mie parole per difendersi ed essere difeso, scrivo due cazzatelle post-prandiali. Tenendo conto che il pasto domenicale non ci ha soddisfatto nemmeno un po', l'acredine potrebbe essere maggiore, se possibile, del solito.

Il Devoto-Oli e, con parole simili, anche gli altri dizionari della lingua italiana, così parlano del lemma:
Critica: L'attività del pensiero impegnata nell'interpretazione e nella valutazione del fatto o del documento storico o estetico, o delle stesse funzioni e contenuti dello spirito umano ecc.

da cui derivano poi la critica letteraria, musicale, ecc.

La mattinata mi è stata rovinata dal vedere la simpatica faccina di Marina Berlusconi che difende Papi Silvio da Saviano. Sicuramente sapete l'origine della querelle politico-culturale-letteraria-mafiologica inscenata dal Premier. In sintesi il concetto espresso dal nanoscurodellademocrazia è:
"La mafia italiana è la sesta nel mondo ma è percepita come la prima grazie allo sceneggiato "La Piovra" e ai libri come "Gomorra"." Avendo contraddetto, il giornalista-scrittore casertano, questa affermazione, la figliola oggi si esprime così sulle colonne di Repubblica:
"... Innanzitutto perché mi ha profondamente colpito la reazione di Saviano di fronte a quella che era né più né meno che una critica". Pubblicata la frase della pargola e la definizione del Devoto Oli, il post si potrebbe chiudere con tanti saluti e baci ai pupi. Ma sarebbe troppo facile e anche banale.
La frase di S.B. aveva ed ha, perché resta agli atti, un sapore "apodittico", termine che, sempre secondo i cari Devoto e Oli, vuol dire:
di ciò che filosoficamente, essendo evidente di per sé, non ha bisogno di dimostrazione, o se dimostrato è logicamente inconfutabile. Per estensione: evidente, inconfutabile.
Si presume che la berlusconcina abbia conseguito un titolo di studio, una laurea, che sappia utilizzare un vocabolario per apprendere il significato delle parole che utilizza e che vengono utilizzate dagli altri, non fosse altro perché dalle sue parole e decisioni dipendono i destini di molti lavoratori, troppi.
A meno che in casa Berlusconi non ci siano vocabolari riveduti e corretti dal fine grecista che il premier dice di essere.

Vi ricordate il pericolo criminalità dovuta all'immigrazione? Si disquisiva sul dato reale e sulla percezione del pericolo, ci hanno fondato una campagna elettorale che li ha portati alla vittoria. Allora valeva ciò che gli italiani percepivano, nel caso della Mafia, secondo Predellino, la percezione non conta e ci si deve basare sul dato reale. La Mafia? E' solo sesta in classifica, nemmeno una medaglia di bronzo riesce a prendere, non è più la Mafia di una volta!!

***

Preghiamo per i peccati commessi dai sacerdoti, suppergiu è questo il messaggio lanciato dal Papa.
Ma pregherai te e tutti i tuoi seguaci, se anche fossi cattolico non pregherei di certo per coloro che si sono macchiati di crimini e a maggior ragione non pregherei per coloro che dovrebbero dare l'esempio per loro scelta e non per imposizione. Pregate che di tempo per mondare le vostre anime non ne avrete mai a sufficienza.

***
Nel precedente post avevo immaginato un funerale di una vittima del lavoro, ancor prima avevo scritto sul un ipotetico suicidio mancato da coloro che perdono lavoro (si, l'allegria regna sovrana in questo luogo). Purtroppo la realtà supera sempre la fantasia. Nemmeno mi era passato nel cervello l'idea che ad un lavoratore appena suicidatosi potesse arrivare una chiamata per un colloquio di lavoro.
Ma tanto a noi che ce ne frega? La crisi è passata, anzi non c'è mai stata, tutto va bene e quelli che non lavorano è perché non né hanno voglia o perché campano alle spalle dello Stato. Ma state tranquilli, ci penseranno "loro" a rimettere in riga tutti quanti.

venerdì 16 aprile 2010

Mi ricordo il funerale ...

La Chiesa era stracolma di gente, nelle panche non ci si entrava più, in molte c'erano più persone del dovuto. Anche il sagrato e la piazzetta antistante il Duomo era pieno. Erano liberi solo i posti davanti l'altare, due panche a destra e due a sinistra. Il silenzio totale, il sole tiepido e il cielo terso. Se non si fosse trattato di un funerale si sarebbe potuto dire che era una gran bella giornata. Tutti erano fermi, immobili. Solo di tanto in tanto si vedevano le persone in piedi, davanti la chiesa, che cambiavano piede di appoggio e si creava uno strano movimento ondulatorio. Qualche voluta di fumo si alzava e si perdeva nell'alto verso il cielo. Si udiva qualche sommesso singhiozzo, nient'altro.
Sulla destra un gruppetto di giovani stazionava a capo chino e si sussurravano parole inudibili ai più. A poca distanza un gruppo un po' più folto, sempre a capo chino, guardava in silenzio la strada che portava alla Cattedrale. Guardavano ma non vedevano, avevano lo sguardo perso nel nulla.
All'improvviso tutti volsero lo sguardo sul fondo della strada, anche nella chiesa si creò un fermento ma nessuno si mosse per non perdere il posto.
Avanzava lentamente il corteo funebre. Prima le corone e i cuscini di fiori, poi il carro nero e dietro i familiari della vittima.
Non ci furono applausi, non ci fu lancio di fiori, non ci fu scatto di foto come nemmeno il ronzio delle cineprese. Solo il silenzio divenne ancor più grande se ciò è possibile. La folla si apriva al passare del carro che avanzava, come una nave romopighiaccio si fa strada nei ghiacci dei poli.
Quattro uomini si staccarono dal gruppo a sinistra della chiesa e si appressarono alla bara. La alzarono e se la issarono sulle spalle dirigendosi verso la scalinata che portava alla chiesa. Dietro di loro la moglie, la figlia, la madre e i parenti. Arrivarono davanti l'altare e deposero il feretro. I quattro uomini si ritirarono senza dire una parola. Ora toccava al prete.
Aumentarono i singhiozzi quando il sacerdote ricordò la figura dell'uomo morto, questa volta non disse parole vuote e retoriche come sempre, lo conosceva bene, erano stati bambini e adolescenti insieme, poi lui entrò in seminario mentre l'altro andava incontro alla vita, e a una morte precoce, facendo l'operaio.
Alla fine della funzione altri quattro operai presero la bara e si avviarono verso l'esterno. Il pianto era ormai generalizzato e senza freni. Arrivati sul sagrato posarono il feretro, si misero ai quattro lati e fecero un picchetto, vennero fuori dal nulla le bandiere rosse sotto lo sguardo del prete che nulla disse, parlò un suo compagno di lavoro e lo ricordò con le espressioni sincere che può solo dire chi ha condiviso il lavoro e il rischio di morire sotto una montagna di terra. Era morto scavando la terra per fare una nuova fogna. La morte del topo. Le sue parole furono appassionate e comprese da tutti i presenti, in pratica il paese tutto. Non c'era il Presidente del Consiglio, nemmeno quello della Regione o della Provincia, nemmeno il sindaco o un assessore o un generale, un capitano. C'era solo un appuntato dei Carabinieri che condivideva con il morto la passione per la pesca. Non c'era un cardinale, il vescovo o più di un prete, c'era solo l'officiante che era stato suo amico. Non c'era una televisione, una radio, nessuno ne avrebbe parlato e il morto sarebbe stato solo un numero in più nella conta dei caduti sul lavoro.
D'altronde perché sarebbero dovuti venire? Era solo un operaio, mica Vianello o Buongiorno.

lunedì 12 aprile 2010

Questo post è una marchetta

Il titolo mi sembra già abbastanza esplicativo del perché scrivo queste righe, una marchetta si fa per tanti motivi, soldi, favori, interessi. Io lo faccio principalmente per amicizia e per condivisione di un progetto che fa nascere una società e un mensile, al di là del valore dei contenuti, comunque alti, che creano posti di lavoro in un momento di crisi profonda.
The Absolute Audiophile parla di un argomento che non ho mai amato, forse perché non ho mai potuto permettermi uno stereo prima dei trent'anni e affinare le mie esigenze e conoscenze. Anche io come Harmonica mi facevo registrare cassette da chiunque fosse in grado di farlo, di tutte quelle cassette me ne restano circa 300 inscatolate da qualche parte. Ma, come diceva il maestro Alberto Manzi, non è mai troppo tardi. Scorrendo il numero 0 ho trovato cose interessanti anche per un incolto in materia come me. Mai saputo, per esempio, che i giapponesi considerassero la Voxson, fabbrica italiana di autoradio, come un esempio da seguire e non conoscevo Gustavo Dudamel e non conoscevo molte, troppe altre cose di un argomento che ho sempre ritenuto ostico. In compenso conosco i Beatles e ho apprezzato l'articolo-recensione sul cofanetto delle opere complete.
Considerando il costo di una normale rivista specializzata pubblicata su carta, il prezzo di questo mensile mi sembra abbordabile e lodevole, anche se in parte limitativo, è il fatto che ponga l'accento sull'aspetto ecologico. Vendendola solo tramite internet la rivista non viene stampata su carta ma è leggibile come un normale mensile e stampabile da chi ha interesse a farlo, si possono stampare singoli articoli o tutto il mensile. Le mie conoscenze e la prima lettura non mi permettono di scrivere altro, spero di avervi instillato almeno un poco di curiosità. Il numero 0 si può avere gratis, basta registrarsi sul sito.

giovedì 8 aprile 2010

Per fortuna non ce l'ho fatta

"La notte, un tempo mia amica, ora è diventata un incubo. L'attendo con ansia e paura. In quel momento buio si scatenano tutti i pensieri negativi e non potrebbe essere altrimenti."
Questo era il pensiero dell'uomo, supino sotto le coperte in quell'inizio primavera che tarda a far venire le tiepide temperature che tanto consolano il corpo e l'animo.
Era al buio, ormai passata la mezzanotte, solo un piccolo chiarore proveniente dalle fessure delle imposte che facevano filtrare la luce dei lampioni. Silenzio, silenzio interrotto dal ronzare del motore del frigorifero, dagli scricchiolii dei mobili e dai rumori, attutiti dalla lontananza, delle macchine e dei camion che passavano sulla vicina autostrada e sulla consolare.
Una Ciociaria povera attraversata dall'Autostrada del Sole, ma nessuno la chiama più così, è l'autostrada punto e basta. Eppure, era bambino, con l'autostrada arrivarono le industrie, piccole sì ma che crescevano di numero e di proporzioni.
Il padre contadino, era passato dal carretto all'Ape, si alzava presto, prima dell'alba, raccoglieva i frutti del lavoro e andava in paese, al mercato, per vendere i prodotti delle stagioni. Contrariamente a tutti gli altri agricoltori del vicinato, non voleva che lui imparasse il mestiere. Lo aveva mandato a scuola e pretendeva che studiasse perché era il tempo in cui si pensava che un pezzo di carta rendesse la vita migliore. Lo portava nei campi solo nei momenti in cui non poteva fare a meno del suo aiuto, di due braccia giovani e forti che alleviassero la fatica sua e della madre. Ormai ricordava poco di quell'antica sapienza, dell'arte del coltivare la terra, come si facevano crescere rigogliosi i pomodori o come si raccoglievano le patate. Ma rammentava, e sentiva ancora l'afrore di quando pulivano il pollaio e raccoglievano gli escrementi delle galline, li mettevano in un grande fusto che veniva riempito di acqua e coperto. Si spandeva nell'aria quell'odore acre che terminava solo quando si concimavano le colture. Tutto naturale, suo padre non utilizzava concimi di altra provenienza. Gli venne alla mente anche l'acqua ramata che davano con la pompa a mano sulle viti. Per molto tempo era un gioco andare tra i filari con la pesante pompa sulle spalle e pompare con il braccio sinistro e dirigere il getto, con la destra, sulle piante che avrebbero dato uva da cui poi si faceva il vino. Il torchio, la pigiatrice, le botti e le damigiane e poi le bottiglie. Chissà che fine aveva fatto tutta l'attrezzatura del padre. Facevano tutto in tre perché contrariamente alle altre famiglie, lui era figlio unico.
Ma vennero le fabbrica e cambiarono gli usi e le abitudini. Molti abbandonarono la terra e si improvvisarono operai per tirare la giornata a trascinar carriole di calce e di mattoni, diventarono edili con le poche conoscenze che avevano acquisito nei piccoli lavori delle proprie case. Spesso avevano a che fare con geometri venuti da fuori che non comprendevano le conversazioni tra loro, ciociari da intere stirpi. Gli ingegneri poi mettevano soggezione, "E' arrivato l'Ingegnere", già nel tono di voce si sentiva quella maiuscola che faceva la differenza e, ancor più se si parlava dell'Architetto. La maiuscola diveniva come quei capolettera intarsiati nei codici del vicino Palazzo dei Papi. Suo padre no, non volle diventare operaio e continuò a lavorare la terra: "Se ci abbiamo mangiato e vissuto con dignità finora lo faremo anche in seguito, ma tu devi studiare, tu sarai il domani per noi è troppo tardi". I vicini si spezzavano la schiena sui cantieri e sulla terra che non potevano veder morire, abbandonata alle erbacce. Una vita dura ma potevano comperare la macchina e andare al mare, il frigo e la lavatrice, il televisore e tutte le comodità del progresso. Intanto le osterie si svuotavano e non avevano più il vociare dei pomeriggi, brevi, a bere un mezzo litro e commentare i fatti del paese. Si giocava sempre a briscola e tressette, la passatella diventava un gioco da fare velocemente il sabato pomeriggio. Tutti tesi a lavorare, a fare quei pochi soldi che l'industrializzazione d'avanzo dava loro insieme con la convinzione di poter diventare un'altra cosa da ciò che erano.
Lui no, il padre attendeva che portasse a termine gli studi, perito elettrotecnico "così avrai un futuro" gli ripeteva sempre e lui studiava con impegno perché al padre lo doveva. Non tornava ubriaco dall'osteria, non lo picchiava e non picchiava la madre, era tranquillo. Si considerava fortunato a sentire i racconti dei suoi compagni, sembrava che la fabbrica mangiasse anche i buoni rapporti tra vicini. Iniziarono a sorgere muretti, reti che dividevano le proprietà, negli orti, fino a poco tempo prima coltivati in ogni loro piccola porzione ora erano occupati da automobili sempre più grandi, una ostentazione dei soldi che si facevano con la fabbrica. Il padre no, l'850 bastava loro per le esigenze familiari, andare a fare visita ai nonni finché erano stati in vita, a qualche parente, al Santuario di Vallepietra e, due domeniche l'anno, al mare.
La fabbrica cambiò la vita del paese. Lì dove erano campi e collinette, nei pressi della Casilina e dell'Autostrada, vicino alle fabbriche, nascevano nuovi palazzi, brutti ma fatti per contenere tanta gente, tanti operai quanti ne assorbivano le fabbriche.
E quella fu la fine di Pietro, entrò in fabbrica appena diplomato. Il padre aveva avuto ragione.
La campagna non esisteva più, anche nei paesi vicini, accanto a vecchi insediamenti storici, crescevano nuove fabbriche. La Ciociaria sembrava dovesse cambiare la propria vocazione antica e diventare un polo industriale. Come piaceva ai politici farsi belli con quelle parole! Molti si improvvisarono industriali e presero i soldi della Cassa del Mezzogiorno, aprirono attività e vennero costruiti capannoni enormi che deturpavano il paesaggio, assunti operai e impiegati, ma molti di loro si ritrovarono presto a dover tornare nei campi o ad inventarsi un'altro lavoro. Pietro no, era entrato giovane, aveva studiato e la sua vita procedeva tranquilla. Si era anche sposato, con una maestra, e aveva comperato casa. Abitavano in uno dei grandi, cinque-sei piani, palazzi che davano sulle fabbriche. Aprendo le finestra si vedeva il posto di lavoro e camion che caricavano le merci e partivano verso la vicina arteria stradale. Un microcosmo che ancora funzionava. Casa, Lambretta, fabbrica, Lambretta, casa. Il mondo si era ristretto, il panorama non era più molto ampio ma si allargava l'estate, non più due domeniche l'anno al mare ma un intero mese a Terracina con la casa in affitto.
Il mondo però non va sempre come vogliamo noi e, purtroppo, qualcuno comprese che volesse significare la parola Sindacato, quei signori che dicevano di essere operai come loro e che venivano a parlare di diritti, di stare attenti ai giochi dei padroni, di vegliare sulla fabbrica che ormai è la vostra vita. Usavano parole nuove e molti si dovettero rassegnare a sentirle sempre più spesso, bilancio, crisi, ristrutturazioni, cessioni di ramo d'azienda, cassaintegrazione, mobilità, prepensionamenti. Le sentirono e le subirono per per decenni finché non si arrivò anche a parole che non erano mai state pronunciate ma solo lette sui giornali.
Anche Pietro ormai era prossimo a dover lasciare la fabbrica. Gli ultimi padroni avevano deciso che si chiudeva, basta, tutti a casa. Anche Pietro entrato ragazzo e uscito uomo di mezza età.
A questo pensava la notte con gli occhi sbarrati mentre la moglie dormiva e nell'altra stanza riposava il figlio ormai prossimo alla laurea, studente precario-disoccupato. Pensava alla sua famiglia e ai suoi compagni di lavoro che non avevano un altro reddito in famiglia, pensava ai giovani che avevano comperato casa e ancora la dovevano pagare, a quelli meno giovani che non erano riusciti mai a comperarla e non sapevano come pagare l'affitto, pensava a tante cose e una tristezza infinità lo prendeva e lo trascinava giù come un gorgo nel mare aveva fatto quando era piccolo, ma allora c'era il padre, un contadino che sapeva nuotare nel mare e nella vita, che lo tirò fuori e ridendo gli spiegava come affrontare l'immensa distesa d'acqua. Qualche volta lo malediva, il padre, perché lo aveva spinto verso la fabbrica ma doveva anche ringraziarlo per avercelo spinto con un titolo di studio, molti suoi compagni non avevano nemmeno quello e la loro vita lavorativa non era stata delle più facili.
Un misto di rassegnazione, di rabbia e di depressione lo assaliva in quelle ore notturne, rimaneva sveglio a lungo, non sapeva quanto perché giaceva immobile per non disturbare nessuno. La mattina dopo lui non avrebbe avuto nulla da fare mentre la moglie sarebbe andata al lavoro e il figlio si sarebbe rimesso sulla tesi. Aveva anche tirato giorno qualche volta e si era fatto trovare pulito e sbarbato a preparare la colazione per i suoi cari, caffè, latte caldo, pane, marmellata, burro e pronto a soddisfare qualsiasi richiesta. "Tanto non ho nulla da fare" era la solita risposta che forniva alla moglie ogni qualvolta metteva mano a qualcosa, fosse pulire il garage, la soffitta o lavare la macchina. Qualsiasi cosa pur di non stare con le mani in mano.
Nascondeva la sua depressione in tutte le maniere, andava al sindacato, lui che politicizzato non lo era stato mai, leggeva i giornali e poi faceva il giro dei bar per raccogliere i colleghi che più di lui si erano lasciati andare, faceva ...
Ma una mattina non resse. Si alzò e fece le stesse cose ma in più andò nel supermercato, comprò una confezione di buste da lettera e una risma di fogli. Tornò a casa e si mise al computer e iniziò a scrivere.

Caro Direttore,
so benissimo che lei non leggerà mai queste righe se la sua segretaria non comprenderà il valore di ciò che le sto per dire.
Leggo tutti i giorni di fabbriche e aziende che chiudono, di operai e impiegati e dirigenti che all'improvviso si ritrovano in mezzo a una strada. Leggo di trattative, di Governo e Sindacati ma leggo anche di tetti occupati e di morti. Morti che erano vivi e che non hanno retto all'ineluttabilità della crisi. La ringrazio per l'attenzione che ci presta ma il vostro lavoro di giornalisti, per quanto ben fatto, non rende la situazione che noi viviamo.
Descrivete la vita dei più giovani e quella dei più vecchi tentando di calarvi nelle nostre situazioni ma non potrete riuscirvi mai, vi manca la conoscenza diretta. Mi dirà che anche nei giornali c'è crisi e che molti vostri colleghi sono rimasti senza lavoro e io le rispondo che comunque siete più garantiti di noi, ma non è la lotta tra poveri che mi interessa. Mi preme farle sapere che con il lavoro ci è stato tolto l'ottimismo, la consapevolezza di poter fare qualcosa per la propria famiglia, per i nostri figli che non hanno futuro così come non lo abbiamo più noi.
Sempre più spesso parlate di disoccupati che si tolgono la vita perché sconfitti dalla vita stessa ma il giorno dopo li avete già dimenticati, li rimuovete perché sono la vostra cattiva coscienza, sono quelli che testimoniano che abbiamo creato una società che non dà il giusto valore alla dignità dell'uomo, al di là delle belle parole delle enunciazioni di principio.
Caro Direttore, le chiedo di rimanere un po' di più sulle sue pagine, non è per me che non leggerò nemmeno quello che scriverà, ma per quelli che restano e ancora hanno voglia di lottare per una società che possa guardare più all'uomo che ai profitti.
La ringrazio per quanto ella vorrà e potrà fare.
Cordiali saluti.

Rilesse la lettera, nella sua semplicità gli sembrò accettabile, non era mai stato capace di scrivere e si sentì orgoglioso di se stesso, forse per l'ultima volta.
Prese dalla tasca un foglio dove aveva copiato una decina di nomi e indirizzi di giornali e direttori, avviò la stampante e imbustò lo scritto. Si fece un caffè, riordinò la cucina chiamò al cellulare la moglie avvertendola che sarebbe dovuto andare a Roma per una riunione e uscì di casa. Salì in macchina e si diresse verso la Capitale fino al primo ufficio di pony express che incontrò e consegnò le lettere con la raccomandazione che fossero consegnate entro il pomeriggio, pagò anche l'urgenza, prese la ricevuta, risalì in macchina e intraprese il viaggio di ritorno.
Inventò qualche scusa con la moglie, tanto di riunioni ne aveva seguite molte, parole al vento sulla pelle dei lavoratori e proseguì la giornata come se nulla fosse cambiato o dovesse cambiare nella sua vita.
Dopo cena e un po' di televisione andarono a letto e Pietro affrontò una nuova notte che pensò di nuovo insonne, ma invece dormì, finalmente dormì tranquillo e senza pensieri. Si svegliò riposato e trovò la colazione già pronta con il sorriso della moglie e del figlio che gli annunciava che aveva finito la tesi e che dopo qualche mese si sarebbe laureato.
Rimasto solo in casa si sedette di nuovo al computer e scrisse:

Caro Direttore,
non ho ancora letto i giornali e non so se ha pubblicato la lettera, mi dispiace per lei e per la notizia che ha dato. Ma, per fortuna, non ce l'ho fatta. Non è mia intenzione dichiararmi sconfitto.
Cordiali saluti.

Stampò, imbustò e uscì per imbucare le lettere. Andò al sindacato e apprese che un suo collega si era suicidato.

martedì 6 aprile 2010

Andata e ritorno

I post del Russo e di Rouge, mi hanno spinto a questo gioco di chi va e chi viene. L'elenco è incompleto e ogni nome meriterebbe una biografia particolareggiata, perché non tutti i percorsi sono lineari e scevri da critiche. Ma è un gioco e non una ricerca storica. Alcuni nomi sono citati più volte, Adornato e Rutelli meriterebbero una voce a parte, abbastanza lunga, avendo percorso tutto o quasi l'arco dei partiti da sinistra a destra.

Da SINISTRA a DESTRA
Armando Plebe
Francesco Adornato
Carlo Rossella, Paolo Liguori, Renzo Foa, Peppino Caldarola e i tanti giornalisti che hanno fatto l'identico percorso.
Giovanni Lindo Ferretti e i tanti cantanti e attori che più o meno velatamente hanno cambiato bandiere (Almeno Ferretti ha avuto il coraggio di dirlo chiaramente).
Lucio Colletti
Paolo Guzzanti, Fabrizio Cicchitto e tutti gli ex socialisti passati a Forza Italia-Pdl.

Da DESTRA a SINISTRA
Romano Bilenchi, Pietro Ingrao, Davide Lajolo e tutti coloro che abbandonarono il fascismo prima e dopo l'otto settembre.
Giulio Salierno

Da SINISTRA a SINISTRA
Giovanni Giolitti, Romano Bilenchi, Italo Calvino e tutti coloro che abbandonarono il PCI dopo i fatti d'Ungheria

Vado dove mi porta la convenienza
Clemente Mastella
Francesco Rutelli
Paola Binetti
Francesco Adornato

venerdì 2 aprile 2010

Gap, saggio suo malgrado.

Certo che festeggiare il Venerdì Santo è un po' strano. Un uomo viene torturato e poi crocifisso sulla croce che si è dovuto portare da solo a spalla. E lo festeggia, o se vogliamo lo ricorda, una moltitudine di gente che spesso chiude gli occhi e anche il cervello al presente. Come si può ricordare un uomo che accetta di morire per degli ideali alti insieme con persone che di questi ideali hanno fatto carne di bambino/a?
E' vero le colpe di molti,troppi non vanno spalmate e addossate a tutti, ma se gli innocenti reagissero e dessero un segno di cambiamento sarebbero più credibili. Anche nella Chiesa, come in molti partiti, tra i suoi fedeli, come in molti militanti, prevale sempre più il "non è questo il problema" o, ancor più grave, che è sempre colpa di qualcun altro. Ma prima o poi questo qualcuno verrà fuori o la continuerà sempre a farla franca? Il signor Qualcuno è fratello del signor Nessuno, sono una gran bella coppia!!
Questa sera, verso le venti, le luci pubbliche si spegneranno e una teoria di beghine e beghini passerà sotto le finestre di casa pregando e salmodiando un Dio di comodo che viene invocato a seconda dei bisogni terreni con la speranza che le richieste vengano esaudite, una vincita, una guarigione, un favore, per quanto piccolo, tanto tutti lo hanno da poter chiedere. Però dopo essersi battuti il petto e persa la voce nel pregare, si rifileranno, allegramente perché la Quaresima volge al termine, calci nelle palle ai barboni, bastonate agli immigrati (se va bene) e pochi centesimi di elemosina solo se si è certi che chi la chiede è italiano.

Ma avevo iniziato a scrivere con una altra idea nella testa, più bassa, più prosaica, più banale.
In un commento sul precedente post, Silvano, blogger con cui, molto tempo fa mi sono scontrato ferocemente, ma che poi ho trovato sempre più vicino, ha scritto, voglio augurarmi tra il serio e il faceto, con una predilezione per il faceto: "Gap tu sei un saggio".
La prima reazione è stata un sorriso un po' stiracchiato dato l'argomento che ha generato il commento, le elezioni, il baratroooooooooo!
Poi è sopravvenuta una telefonata da un paese lontano, "La repubblica della Padania", che tra una risata e l'altra mi ha portato a dire che ho fatto la prima tessera di un movimento politico alla tenera età di 13 anni. Della cosa hanno già ampiamente sghignazzato moglie e figlie e per questo l'avevo relegata nei ricordi senza più tirarla fuori. Però ieri l'ho fatto con la persona sbagliata e mi sono consegnato mani e piedi ad un'altra serpe, prima che faccia il delatore mi consegno alla pubblica derisione da solo.
Forse vi starete chiedendo se ho perso il filo del discorso e non sia più capace di ritrovarlo, state tranquilli, nulla sfugge all'occhio materno della chiesa, neanche il filo del discorso.
La frase di Silvano e la risata hanno aperto il vaso di Pandora dei ricordi, a partire da quei piccoli 13 anni che ancora con i calzoni corti frequentavano le sezioni di partito.
Inizia con il Partito Socialista di cui era segretario Francesco De Martino. La sezione era nella piazza principale del paese, quindi, tutti sapevano chi la frequentava, quando e quanto. Sembra una annotazione inutile ma è fondamentale. Il mio paese aveva una percentuale di democristiani-andreottiani pari al 65%, il resto era suddiviso tra MSI, PCI,PSDI,PRI,PLI,PSI e altri ancora. Ricordo benissimo delle divertenti partite, a scacchi o dama non ricordo bene, tra due giovani sordomuti e i loro litigi a gesti e onomatopee. Litigi che poi, immancabilmente riproducevamo tra noi più piccoli con grasse e sonore risate. Non sono mai stato politicamente corretto. Ma venne il tempo, quasi subito, dell'abbandono del Psi, De Martino accettò di entrare al governo e dare vita al centro-sinistra. Ancora paghiamo i danni e chissà per quanto tempo a venire, siamo ancora in piena Quaresima.
Essendo il quinto di cinque figli, per forza di cose ero aggiornato e, direi, preparato. E avendo un pochino di puzza sotto il naso, mai saputo da dove mi venisse essendo figlio di una famiglia di ceto medio-basso, volsi il mio pensiero agli Indipendenti di Sinistra. Negli anni '70 in parlamento sedevano persone che si candidavano all'interno delle liste del PCI, appunto, come indipendenti e poi davano vita a gruppi parlamentari autonomi. All'epoca tra costoro c'erano figure del calibro di Parri, Spinelli, De Filippo, Ossicini (professore universitario che ha scritto un bellissimo libro sulla sua giovinezza: Un'isola sul Tevere - Il fascismo al di là del ponte, Editori Riuniti) Rodotà e altri ancora e quindi faceva chic dirsi, almeno per me e nel mio paese della profonda Ciociaria democristiana, Indipendente. Era una parola che racchiudeva un mondo e una aspirazione, mai essere intruppato in nulla e con nessuno. Ma le aspirazioni sono una cosa la vita reale un'altra.
Così iniziai a frequentare la FGCI (non è la federazione gioco calcio italiana, è un'altra cosa mandata a puttane come molto del patrimonio della sinistra).
Arriviamo al 1975, nel mese di giugno si sarebbe votato e nella sezione del PCI ferveva l'attività. Si andava in giro nelle frazioni di campagna a fare iniziative con una vecchia 500 , un secchio di colla, un altoparlante sul tettuccio e un microfono per diffondere le nostre idee. Spesso si parlava con il microfono acceso e si lanciavano enormi cazzate nell'aria. Ci si fermava e si parlava con i contadini e si beveva vino e si mangiava pane e prosciutto. Il 25 aprile mi misero in mano il microfono e mi dissero di parlare della Liberazione. Ma un conto era parlarne a quattrocchi e un conto era parlare in pubblico. Io balbetto, tartaglio, zagaglio e in quegli anni lo facevo a spron battutto. Il mio intervento durò non più di cinque minuti, non ricordo quello che dissi e penso che nessuno lo abbia capito, ma avevo rotto il ghiaccio.
Mi proposero di candidarmi e io accettai. E venne il giorno del mio primo vero comizio. Era giugno, faceva caldo ma ero gelato come un ghiacciolo. Non mi restava altra soluzione che entrare nel bar e farmi due bicchierini di sambuca, erano le 5 di pomeriggio. Non ricordo se era stato costruito un palco o se c'era un furgone su cui salire. Non balbettai mai, mi creò problemi solo la parola ospedale. Mi dissero, al termine, che era andato bene. Io ricordo solo ciò che ho scritto e che improntai il comizio sul titolo dell'opuscolo fatto dalla DC: "Silenzio, parlano i fatti".
La mia vita politica finì dopo poco. In una assemblea il deputato del PCI della provincia, che era anche del paese, propose di mettere in lista, come capolista, un avvocato che nessuno aveva mai visto in sezione e togliere un operaio. Mi opposi, e ad onor del vero anche qualcun'altro, ma venni zittito con una frase che ancora ricordo bene: "Non sei iscritto e hai anche parlato troppo". Ritirai la mia candidatura, abbandonai l'assemblea ma prima mi feci la tessera della Fgci e del Partito, a dimostrazione che non ero mosso da altri interessi che non quelli della politica e continuai a fare campagna. Le elezioni andarono bene, raggiungemmo ben 5 consiglieri, tanto la Dc aveva ancora la maggioranza assoluta. Si fece il congresso della federazione giovanile e venni eletto segretario, iniziai anche a frequentare la Federazione provinciale. Nel frattempo leggevo, leggevo leggevo. Di tutto, dai giornali ai settimanal dai mensili ai fumetti. Conservo ancora molti dei testi dell'epoca compreso un numero di Storia Illustrata del 1973 sull'Anarchia e libri e opusculi del Movimento Studentesco o di vari collettivi di controinformazione. Non contento di smarronare la sinistra, frequentavo anche la GI.FRA. (chissà se esiste ancora), la Gioventù Francescana e portavo nei diversi posti proposte per suscitare dibattito e anche un po' di confusione. A novembre andai via dal paese e intrapresi un'altra strada che mi portò sulla soglia dell'abbandono seppur temporaneo dell'Italia. Poi entrai al giornale .... come si dice, questa è un'altra storia che molti hanno già letto.

Sono sempre rimasto fermo sulle mie idee, mai schierato con il vincitore di turno o con il possibile candidato vincitore. Contro il compromesso storico, contro Occhetto, contro Veltroni (una vera dannazione), contro ... Ricordo che nell'organismo di volontariato che frequentavo c'era un salesiano che una volta, avendo io chiesto la parola, disse: "Sì lo sappiamo, tu non sei d'accordo".
E' vero, un po' per convinzione, un po' per spirito di contraddizione, mi resta più facile essere contro che pro. Questo mio essere contro mi ha portato ad essere diventato un estremista di sinistra, pur non avendo mai avuto in simpatia l'autonomia, mi sono ritrovato a condividere certe loro posizioni rispetto a quelle della sinistra ex-parlamentare. Sono stato sorpassato a destra da figuri che all'epoca del PCI dettavano la linea e chi non era con loro era un revisionista, traditore della classe operaia e altre amenità simili e che ora siedono al desco e non solo del padrone di turno. Non sono mai stato sulle barricate, non ho mai divelto gazebo e tirato sanpietrini ma ho sempre seguito una dirittura politica che mi porta spesso, ora, a fare il moderato e il moderatore tra tanti galli che cantano uno più forte dell'altro in una cacofonia assordante che non lascia spazio al dibattito. Silvano, se ti prendessi in parola, ti dico che sono saggio mio malgrado.

giovedì 1 aprile 2010

Voglio giocare anche io

Vista la quantità di cazzate e di analisi che si leggono sul web e sui giornali, da destra a sinistra e viceversa, posso tornare a spararle più grosse anche io che mi ero ripromesso un periodo di silenzio.
La cosa più semplice sarebbe pubblicare un bel numero di link ai post finora scritti e ridurre di molto la fatica intellettuale e manuale nello stendere queste righe. Pietose quanto il famoso velo.
Ma tanto so che non li andreste a leggere, i vecchi post, perché siete pigri mentalmente e forse anche fisicamente. Ed essendo io un bastardo dentro e fuori non mi ripeto.
Questa volta mi faccio solo delle domande.
1) Così, di getto, senza compulsare nessun testo e nessun sito, cosa è il federalismo fiscale tanto invocato da Cota e camicie verde al seguito e precedenti?
2) Perché a Casal di Principe, provincia di Caserta, quella provincia che è assurta all'onore della cronaca per Sandokan Schiavone e le sue gesta e per il suo antagonista Saviano, il PdL di Cosentino, non penso ci sia bisogno di rammentarvi chi sia, ha preso il 24,47 e, cosa ancor più intrigante, l'Udeur, ricordate Mastella?, ha preso il 26,49. E, vi chiederete, Caldoro quanto ha preso? Il 78,75.
3) Anagni, provincia di Frosinone -quella che una volta era la prima provincia geografica a far parte della Cassa del Mezzogiorno (che strano, mi viene in mente la Banca del Sud), sede dell'azienda Videocon un operaio della quale si è suicidato pochi giorni prima delle elezioni, sapete come ha votato? La Polverini ha preso il 56,85% di voti.
4) E Cassino dove c'è la Fiat? Inutile dire come vanno le cose nella nostra grande fabbrica orgoglio degli italiani, basta chiederlo agli operai che ci lavorano. In parole povere a Cassino la Polverini ha preso il 63,43%.
5) Ma, così, per curiosità a Torino, sempre Fiat è, quanto ha preso Cota? Il 39,51. Visto l'andazzo fin qui descritto per il centro-sinistra è stato un successone.

Nella mia pignoleria di situazioni simili ne potrei citare centinaia se non migliaia, basti pensare a tutte le aziende in crisi o a tutti quei paesi e città che hanno vertenze ambientali di un certo rilievo, inceneritori, gassificatori, turbogas, centrali nucleari di quarta generazione (ahahahaha) che il governo ci farà sapere dove le posizionerà solo ora ad elezioni avvenute e non per via diretta ma dopo che una società privata, ad hoc creata, avrà individuato i siti dove localizzarle. E solo per citare le vertenze ambientali più grandi.

Non mi accodo agli analizzatori di flussi e riflussi elettorali. Ognuno tragga dai risultati e dal proprio voto o non voto o astensione o quel che cazzo gli è parso e piaciuto le considerazioni che trova giuste. Mi chiedo solo se tutti hanno avuto ben presente nella testolina che ad ogni azione corrisponde una reazione, un effetto. Queste azioni hanno prodotto il rafforzamento di un governo che, a parole, tutti dicono di voler combattere. Quando ero giovane non si trovava mai nessuno che avesse votato Dc, ma si trovavano, invece, coloro che con orgoglio dichiaravano il voto per il Movimento Sociale. Nei nostri tempi, che non basta più definirli bastardi, quasi nessuno dichiara il voto per il Pdl. Se faccio l'analisi dei miei conoscenti trovo al massimo dieci persone, e con sforzo, che lo dicano. Ma allora chi li vota?

Intanto loro vanno avanti forti del risultato ottenuto.
Come dice la mia amica Silvia,
1) tolto la Resistenza dai libri di scuola
2) bloccata la "pillola del giorno dopo" in Piemonte
3) manifestazione SS a Nettuno
4) epurati tre conduttori dal Tg1
... sono solo 24 ore che hanno vinto...

E noi qui a spaccare il capello come non ci riuscirebbero nemmeno gli scienziati del Cern di Ginevra, a trovare giustificazioni al proprio comportamento elettorale, a tentare di capire se è Grillo che ha penalizzato la sinistra o se Grillo c'è perché non c'è la sinistra. E' nato prima l'uovo o la gallina? Mentre noi decidiamo, loro si sono fatti fuori uovo e gallina, a noi rimangono solo le penne, che, come sapete, sono particolarmente indigeste.

Se non mi vorticassero al punto che giro con la Cavalcata delle Valchirie come accompagnamento, mi diletterei a citare Lenin, e non vi metto neanche il link, ma non mi sento di citare neanche il Monnezza, non ne vale la pena.