Sarebbe facile fare un post sulla monotonia dello stesso posto di lavoro per 35 anni, Monti comunque mi ha smentito ed è riuscito anche lui a sparare la cazzatella. Oppure fare un post sullo sconto se uno stupro si fa in gruppo. O sulla neve a Roma per non parlare della Roma e di Luis Enrique che ogni tanto mi fa venire il dubbio che con il mestiere di allenatore ha poco a che fare. Come ampiamente detto, questo non è un paese normale e di cose da commentare ce ne sarebbero sempre tante, troppe, che a volte si preferisce stare zitti. Allora andiamo a raccontare di una notizia minore per come vediamo le cose in Italia.
La giunta di Casale Monferrato ha deciso di rinunciare ai 18 milioni di euro che il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, imputato nel processo che vedrà l'ultima udienza il 13 febbraio prossimo, aveva proposto al Comune per rinunciare alla parte civile in questo ed in eventuali processi futuri. Non si può non essere contenti della notizia perché, oltre all'intrinseco valore, è la dimostrazione che l'impegno e la lotta dei cittadini porta, a volte, ad un risultato insperato, sudato e splendidamente bello.
venerdì 3 febbraio 2012
giovedì 2 febbraio 2012
Stagisti sfigati
"Tieni conto che in Italia ci sono più giornalisti che metalmeccanici", con questa frase tentavo di frenare gli entusiasmi di molti candidati stagisti al giornale. Erano tanti, tantissimi, troppi. Mi sono passati per le mani almeno un migliaio di curriculum di giovani e meno giovani che volevano intraprendere la carriera giornalistica, alcuni ardevano di sacro furore, altri mi sembravano più inclini a trovare un posto di lavoro quale che esso fosse. Molti facevano parte della categoria martoniana degli sfigati, gente che lavorava, che studiava e che, poveri illusi/e, avrebbero voluto fare un mestiere più confacente agli studi fatti. Molti venivano dalla Luiss, frequentata da Martone e presieduta da Celli, ed erano quelli più tranquilli (non me ne vogliano se leggeranno queste righe) perché comunque avevano una famiglia dietro le loro aspirazioni. Gli altri le loro aspirazioni se le sudavano studiando e lavorando, come già detto.
Quando dicevo loro che l'orario dello stage era quello dei giornalisti e che avrebbero lavorato per imparare il mestiere erano contenti, erano disposti anche a stare al giornale più ore del dovuto perché in altre redazioni, come mi hanno confessato in molti, gli facevano fare le fotocopie o li mandavano a prendere il caffè. All'inizio gli davamo 500€ di "rimborso" ed erano, anche in questo caso, contenti perché in altri giornali non prendevano nulla. Poi, con la crisi (mi piacerebbe sapere quando non c'è stata) si scese a 250€ per scendere negli ultimi tempi a zero€. Nonostante tutto accettavano lo stesso perché era comunque una possibilità, una speranza. Molti di loro ancora "lavorano" più o meno pagati per il giornale che ha fatto loro da scuola, molti in altri quotidiani e più di qualcuno nei tg delle varie reti.
Ho una buona memoria, li ricordo tutti, li ho consolati e consigliati per quel che era possibile, qualcuno si ricorda di me, altri, molti, di me si sono dimenticati, come è giusto che sia. Qualcuno colpevolmente.
Quando dicevo loro che l'orario dello stage era quello dei giornalisti e che avrebbero lavorato per imparare il mestiere erano contenti, erano disposti anche a stare al giornale più ore del dovuto perché in altre redazioni, come mi hanno confessato in molti, gli facevano fare le fotocopie o li mandavano a prendere il caffè. All'inizio gli davamo 500€ di "rimborso" ed erano, anche in questo caso, contenti perché in altri giornali non prendevano nulla. Poi, con la crisi (mi piacerebbe sapere quando non c'è stata) si scese a 250€ per scendere negli ultimi tempi a zero€. Nonostante tutto accettavano lo stesso perché era comunque una possibilità, una speranza. Molti di loro ancora "lavorano" più o meno pagati per il giornale che ha fatto loro da scuola, molti in altri quotidiani e più di qualcuno nei tg delle varie reti.
Ho una buona memoria, li ricordo tutti, li ho consolati e consigliati per quel che era possibile, qualcuno si ricorda di me, altri, molti, di me si sono dimenticati, come è giusto che sia. Qualcuno colpevolmente.
mercoledì 1 febbraio 2012
Dello stupore e della normalità
Che il nostro sia un Paese al limite della normalità è superfluo dirlo anche se ce ne stupiamo ogni giorno di più. Ci stupiamo che qualcuno possa aver fatto riparare la centrale termica dell'ospedale delle Molinette senza calcolare il tempo di fine lavori. Infatti, caso nazionale, l'ospedale ha ridotto l'attività per non far morire di freddo coloro che tentano di sfuggire alle altre malattie. Siamo un Paese ben strano se ancora ci si perde dietro a Michel Martone e all'esegesi del suo pensiero, recondito o meno. Siamo un paese stranuccio alquanto se anche una nevicata di gennaio, e quando volete che nevichi, ad agosto?, corre il rischio di mettere in ginocchio il bel Paese. Siamo strani anche quando si realizza uno spot che magnifica le doti italiane, tecniche e progettuali di un'azienda, tralasciando il metodo con cui si è raggiunto tale risultato, calpestando i diritti sindacali e ricattando i lavoratori. Tra l'altro non è un progetto nuovo ma un semplice restyling di una macchina vecchia. E siamo ancor più strani se pensiamo al gradimento del Governo Monti.
Ci si stupisce, che di per sé non è cosa negativa, anzi, si è vivi finché ci sarà qualcosa che ci stupirà, che abbia un gradimento del 57%. Resterei basito se fosse il contrario. Inutile fare il riassunto della nascita e della crescita del governo dei tecnici, delle interpretazioni sulla Repubblica Presidenziale, sul colpo di stato democratico, sulla quiescenza dei partiti, sul fallimento della politica, sulla messa in mora della democrazia e altre amenità simili. Occorre invece fare un piccolo richiamo a ciò che era prima del 13 novembre 2011. E per fare questo richiamo bastano poche parole, anzi una sola: Berlusconi.
Ma non facciamoci prendere dai facili entusiasmi, egli è vivo e lotta per i fatti suoi, giudiziari o meno che siano. E, purtroppo, i fatti suoi si tramutano sempre in cazzi nostri. Quindi si capisce che l'appoggio al governo Monti dato in barba alle indicazioni e ai convincimenti di partito si basa su questa paura, non meno fondata della paura di un disastro economico che è sempre dietro l'angolo. E così si capisce perché un governo di destra, non prendiamoci in giro, goda di tanta stima e fiducia. Si è arrivati al punto che ci si accontenta di essere contenti che non ci prendono in giro, che questi almeno, tranne per il momento Martone, sappiano parlare diverse lingue e che esprimano opinioni e pareri non condivisibili in italiano e con pacatezza. Sì, una delle poche cose giuste dette da D'Alema, non siamo un paese normale.
Ci si stupisce, che di per sé non è cosa negativa, anzi, si è vivi finché ci sarà qualcosa che ci stupirà, che abbia un gradimento del 57%. Resterei basito se fosse il contrario. Inutile fare il riassunto della nascita e della crescita del governo dei tecnici, delle interpretazioni sulla Repubblica Presidenziale, sul colpo di stato democratico, sulla quiescenza dei partiti, sul fallimento della politica, sulla messa in mora della democrazia e altre amenità simili. Occorre invece fare un piccolo richiamo a ciò che era prima del 13 novembre 2011. E per fare questo richiamo bastano poche parole, anzi una sola: Berlusconi.
Ma non facciamoci prendere dai facili entusiasmi, egli è vivo e lotta per i fatti suoi, giudiziari o meno che siano. E, purtroppo, i fatti suoi si tramutano sempre in cazzi nostri. Quindi si capisce che l'appoggio al governo Monti dato in barba alle indicazioni e ai convincimenti di partito si basa su questa paura, non meno fondata della paura di un disastro economico che è sempre dietro l'angolo. E così si capisce perché un governo di destra, non prendiamoci in giro, goda di tanta stima e fiducia. Si è arrivati al punto che ci si accontenta di essere contenti che non ci prendono in giro, che questi almeno, tranne per il momento Martone, sappiano parlare diverse lingue e che esprimano opinioni e pareri non condivisibili in italiano e con pacatezza. Sì, una delle poche cose giuste dette da D'Alema, non siamo un paese normale.
giovedì 26 gennaio 2012
I miei vizi: mangiare, leggere e fumare
Ho tre vizi, mangiare, possibilmente bene e tanto, leggere e fumare. Avrei anche un quarto vizio ma è meglio soprassedere.
Il primo vizio ha radici antiche anche se fino all'adolescenza ero secco come una canna di bambù. Eppure mangiavo smisuratamente, anche mezzo chilo di pasta a pranzo più tutto il resto, come ho fatto fino ai vent'anni e poco più e non mento, Luz mi è testimone. Ho una passione smisurata per la pastasciutta, la verdura e, ora in maniera più contenuta, per i dolci. Non sia mai detto che disdegno la carne, ma se non c'è non ne sento la mancanza. Mano a mano ho affinato il gusto, anche grazie a quella ottima cuoca che divide il tetto della nostra casa, e mi piace mangiare anche meno ma bene. Il tutto, sia chiaro, accompagnato anche da un buon bicchiere di vino, sempre senza esagerare.
Anche il secondo vizio ha radici antiche, essendo il quinto figlio mi sono trovato sempre tra le mani fumetti, giornali e libri in abbondanza. Sono stato e sono un lettore onnivoro, anche di giornali da parrucchiere e da barbiere. Ora ho aggiunto anche la lettura dei blog di amici e non. Il mio capitalismo, come quello di Luz, si esplica nell'accumulare libri di ogni genere, saggi, romanzi, gialli e riviste di ogni tipo con predilezione per quelle storiche. Ogni tanto ci tocca fare un po' di pulizia e vendere qualcosa, libri doppi, che non ci sono piaciuti o che, arrivati in qualche modo in casa, non sono mai stati letti perché non è mai giunto il loro momento.
Il terzo vizio è quello più dannoso e che mi rammarico di non essere stato mai in grado di sconfiggere. Risale all'adolescenza, quando accendere una sigaretta ti fa sentire più grande, ti dà "un tono". Sì, quello del cretino. Eppure per quasi dodici anni avevo smesso di fumare, ma poi abbiamo comperato casa e da "fammi fare una tirata" e "te l'accendo io" sono tornato a farmi del male. Alla salute e al portafoglio. Ogni sigaretta che accendo mi provoca un senso di colpa che mi ferisce. Da un po' di tempo, poco, ho iniziato a contarmele e a fumarne non più di cinque al giorno. Una la mattina dopo il secondo caffè, due il pomeriggio e due dopo cena. Contarle costa fatica.
Mantenere i vizi è un vizio esso stesso. Le perversioni costano e, quindi, in tempo di crisi occorre stare attenti. Per il vizio del mangiare non posso farci nulla se non ridurre le quantità per riportarle entra la soglia minima, quel q.b, quella modica quantità mutuata da altre situazioni. Ci si guadagna in salute, peso ed economia.
Per il leggere ci si può rivolgere alle biblioteche, ma queste non soddisfano la voglia di possesso, di avere, di toccare quando se ne ha voglia. E allora non ci resta altro che il mercato dell'usato. E ci si compra bene, spesso si trovano libri nuovi, intonsi ad un terzo del prezzo originario.
Togliersi il vizio del fumo è più difficile e non solo per la mancanza di volontà. Tutti quello che ti dicono di smettere non fanno altro che istigarti a continuare, i possibili rimedi che si trovano nelle farmacie e nell'erboristerie sono solo mezzi e mezzucci per arricchire le case di produzione. L'unica vera mano per tentare di smettere ce la danno i governi, tutti nessun colore escluso e nessun governo tecnico nemmeno. Servono soldi? Si aumenta il prezzo della benzina e delle sigarette. però forse anche i professori hanno sbagliato i calcoli. Secondo loro, infatti, i Monopoli di Stato dovranno rivedere i prezzi affinché siano "assicurate maggiori entrate in misura non inferiore a 15 milioni di euro per l'anno 2013 e 140 milioni annui a decorrere dal 2014". Ora c'è da sperare che la cifra riguardante il 2014 e gli anni a venire sia stata mal riportata o è un incitamento al fumo e si potrebbe pensare che dietro ci sia la lobby del tabacco. Immagino un futuro dove anche i neonati in carrozzina spippacchiano tranquillamente come le madri, affannate e tossenti, che li spingono.
Il primo vizio ha radici antiche anche se fino all'adolescenza ero secco come una canna di bambù. Eppure mangiavo smisuratamente, anche mezzo chilo di pasta a pranzo più tutto il resto, come ho fatto fino ai vent'anni e poco più e non mento, Luz mi è testimone. Ho una passione smisurata per la pastasciutta, la verdura e, ora in maniera più contenuta, per i dolci. Non sia mai detto che disdegno la carne, ma se non c'è non ne sento la mancanza. Mano a mano ho affinato il gusto, anche grazie a quella ottima cuoca che divide il tetto della nostra casa, e mi piace mangiare anche meno ma bene. Il tutto, sia chiaro, accompagnato anche da un buon bicchiere di vino, sempre senza esagerare.
Anche il secondo vizio ha radici antiche, essendo il quinto figlio mi sono trovato sempre tra le mani fumetti, giornali e libri in abbondanza. Sono stato e sono un lettore onnivoro, anche di giornali da parrucchiere e da barbiere. Ora ho aggiunto anche la lettura dei blog di amici e non. Il mio capitalismo, come quello di Luz, si esplica nell'accumulare libri di ogni genere, saggi, romanzi, gialli e riviste di ogni tipo con predilezione per quelle storiche. Ogni tanto ci tocca fare un po' di pulizia e vendere qualcosa, libri doppi, che non ci sono piaciuti o che, arrivati in qualche modo in casa, non sono mai stati letti perché non è mai giunto il loro momento.
Il terzo vizio è quello più dannoso e che mi rammarico di non essere stato mai in grado di sconfiggere. Risale all'adolescenza, quando accendere una sigaretta ti fa sentire più grande, ti dà "un tono". Sì, quello del cretino. Eppure per quasi dodici anni avevo smesso di fumare, ma poi abbiamo comperato casa e da "fammi fare una tirata" e "te l'accendo io" sono tornato a farmi del male. Alla salute e al portafoglio. Ogni sigaretta che accendo mi provoca un senso di colpa che mi ferisce. Da un po' di tempo, poco, ho iniziato a contarmele e a fumarne non più di cinque al giorno. Una la mattina dopo il secondo caffè, due il pomeriggio e due dopo cena. Contarle costa fatica.
Mantenere i vizi è un vizio esso stesso. Le perversioni costano e, quindi, in tempo di crisi occorre stare attenti. Per il vizio del mangiare non posso farci nulla se non ridurre le quantità per riportarle entra la soglia minima, quel q.b, quella modica quantità mutuata da altre situazioni. Ci si guadagna in salute, peso ed economia.
Per il leggere ci si può rivolgere alle biblioteche, ma queste non soddisfano la voglia di possesso, di avere, di toccare quando se ne ha voglia. E allora non ci resta altro che il mercato dell'usato. E ci si compra bene, spesso si trovano libri nuovi, intonsi ad un terzo del prezzo originario.
Togliersi il vizio del fumo è più difficile e non solo per la mancanza di volontà. Tutti quello che ti dicono di smettere non fanno altro che istigarti a continuare, i possibili rimedi che si trovano nelle farmacie e nell'erboristerie sono solo mezzi e mezzucci per arricchire le case di produzione. L'unica vera mano per tentare di smettere ce la danno i governi, tutti nessun colore escluso e nessun governo tecnico nemmeno. Servono soldi? Si aumenta il prezzo della benzina e delle sigarette. però forse anche i professori hanno sbagliato i calcoli. Secondo loro, infatti, i Monopoli di Stato dovranno rivedere i prezzi affinché siano "assicurate maggiori entrate in misura non inferiore a 15 milioni di euro per l'anno 2013 e 140 milioni annui a decorrere dal 2014". Ora c'è da sperare che la cifra riguardante il 2014 e gli anni a venire sia stata mal riportata o è un incitamento al fumo e si potrebbe pensare che dietro ci sia la lobby del tabacco. Immagino un futuro dove anche i neonati in carrozzina spippacchiano tranquillamente come le madri, affannate e tossenti, che li spingono.
mercoledì 25 gennaio 2012
Mordacchia per ministri e sottosegretari
Non avrei voluto parlare di Michel Martone, che chissà se è stato un bambino viziato, e della sua uscita sugli sfigati che ha raccolto il pieno e pronto sostegno di Pierluigi Celli, quello che suggeriva al figlio di andare all'estero a cercare fortuna come se fosse il figlio di una coppia di contadini del Molise. Non volevo scrivere della mia esperienza di sfigato e di quella di qualcun altro che mi è vicino. Non volevo dare importanza all'improvvida dichiarazione di un figlio di papà che ha avuto tutto dalla vita e si permette di irridere, perché di questo in fondo si tratta, i suoi coetanei meno fortunati. Perché tentare di spiegare a bimbobello che c'è chi le cose se le suda giorno per giorno in un tentativo di scalata sociale verso la normalità che lui non può conoscere. Il suo mondo lo ha conosciuto filtrato dal benessere, con l'ovatta davanti agli occhi. Presidente Monti, metta subito il freno e la mordacchia ai suoi uomini o altrimenti faranno riempire pagine intere dei quotidiani di smentite.Il post preventivato, di vizi e virtù, lo scriverò domani, forse.
sabato 21 gennaio 2012
Così, tanto per dire qualcosa sulla situazione italiana
Pur di tenermi lontano dalla politica mi sono dilettato con recensioni, racconti e altre cazzatelle varie. Ma arriva il momento che l'antica passione preme perché questo Paese non va alla deriva verso il "fascismo", già è approdato sull'infausta riva. E la colpa non è di Berlusconi o Grillo o chi volete voi. La semplicistica spiegazione di comodo è la dimostrazione dell'abisso in cui siamo caduti, è sempre colpa di qualcun’altro. E, sia chiaro, non è colpa nemmeno di Monti che sta facendo il suo dovere in base alle idee che lo hanno sempre contraddistinto, non è un personaggio spuntato dal nulla di cui non si sapesse il passato e non si potesse immaginare il futuro, è la logica conseguenza di una seconda Repubblica nata sul nulla e morta con niente alle spalle e con il disastro come futuro. Come ampiamente scritto da altri, è innegabile il coinvolgimento di forze di destra nei movimenti di protesta siciliani che ormai hanno varcato lo Stretto e contaminato la parte continentale d’Italia. E, guarda caso, non mancano le infiltrazioni della malavita come sempre accade quando c’è da mestare nel torbido. D’altronde non è la prima volta che nei movimenti di protesta diventano protagoniste forze organizzate di diverse ispirazioni. Basterebbe leggersi qualche libro di storia. Ci siamo, sta accadendo.
Stabilito anche che è più facile criticare che proporre, da semplice uomo qualunque, d’altronde, non posso fare altro. Le proposte le dovrebbero fare i politici e gli esperti, per esempio quei professori che hanno sostituito una classe politica, messa in quiescenza, ma non troppo, dalla sua stessa incapacità o scelta di comodo.
L'unica cosa che posso garantire è che non parlerò della Costa Concordia, del suo capitano coraggioso e di tutto ciò che ne consegue. Avevo letto da qualche parte che nel Mediterraneo si aggirava una barca con circa cinquanta disgraziati, non so se la notizia fosse vera ma non l'ho più trovata in nessun giornale, blog o altro strumento di comunicazione più o meno attendibile. Vera o meno, 25 o 50 migranti non contano poi tanto rispetto alla catastrofe tutta occidentale, come principio e concetto e svolgimento, della nave da crociera. E qui finisco il capitolo.
Parliamo invece del decreto Cresci Italia, ricordando ancora una volta che non sono un economista, insomma uno che ci capisce qualcosa. Sono l'uomo della fila delle poste, quello che ha sempre e comunque qualcosa da dire, anche sulle cose che non sa o che non capisce. Come detto, l'uomo qualunque.
Berlusconi ha dichiarato che con la manovra di Monti non andremo da nessuna parte e che ci toccherà richiamarlo. Ci sarebbe del comico se non fosse tragica la nostra situazione. Mettiamo che si possa condividere il giudizio preso a se stante, non si può essere d’accordo se il giudizio viene espresso da colui che ci ha governato(?) per troppi lunghi anni senza fare nulla. Nemmeno il cambiare tutto per non cambiare niente di gattopardesca memoria. Dimentica che stando al governo ha mirato solo ai fatti propri circondato da nani, ballerine e lacchè di ogni risma, finanche personaggi in sospetto, e certezza, di essere contigui se non organici a mafia, camorra e ndrangheta per non parlare del concubinaggio con una forza chiaramente ostile all'unità nazionale. Insomma un personaggio che non dovrebbe avere nemmeno più il diritto di parola ma che dovrebbe finire sotto processo per attività contrarie agli interessi dello Stato e lesive della dignità della Nazione.
Monti invece ha detto che con questa manovra liberiamo l'Italia, che il Pil crescerà del 10%. Bene, non mi addentro nel suo pensiero perché della cosa mi annoia solo l'idea e non ne avrei le capacità, ma passo direttamente alle singole misure iniziando dalle banche.
Banche Se vado a chiedere un mutuo ora avrò la possibilità di scelta tra due assicurazioni sulla vita che servono a garantire la banca sulla restituzione del mutuo. Forse risparmierò qualche euro ma sarò sempre tenuto per le palle dall'istituto bancario a cui mi sono rivolto. Non nascondiamoci che la banca ha tutti i mezzi per indurmi a scegliere la polizza che più fa comodo a loro. Non mi concederà il prestito. E poi, a chi vengono dati questi fantomatici mutui se i giovani non hanno lavoro fisso e certo che gli permetta di poter chiedere un mutuo alla banca? A chi li concederanno questi soldi se per poterteli dare ti chiedono tante di quelle garanzie che se solo uno le avesse non avrebbe bisogno di rivolgersi alle banche? Sempre per rimanere nel tema. Le banche avranno la possibilità di rimanere aperte fino alle 20 e addirittura le 22. Ora che cosa ci vado a fare in banca alle 21,35 se non ho nulla da prelevare o da versare? Ci vado solo per farmi vedere? Ci potrei andare solo se mi passasse per la mente di fare una rapina. Poca gente in giro, poco traffico e più possibilità di fuggire. Ma se questo serve a poter promettere 25.000 assunzione nei prossimi cinque anni, vabbè, facciamo finta che vada bene.
Taxi Autorità nazionale o comuni per la gestione delle licenze, la sostanza non cambia. Aumento o meno delle licenze la sostanza non cambia. Il problema è nei costi delle corse per i clienti. Aumentare le licenze ma non incidere sui costi delle corse è creare veramente altri convitati a spartirsi una torta che diventa sempre più piccola per mancanza di clienti. E’ miopia, in questo caso è di tutti e due i contendenti, taxisti e governo. Liberalizzazione delle tariffe, questo mi sarei aspettato. Libertà di tariffa e la possibilità di scegliermi chi mi deve portare e non essere costretto a prendere il primo della fila delle macchine bianche ferme in attesa del pollastro da spennare. Obbligarmi a questo vuol dire subire passivamente le tariffe imposte. Ma hanno anche ragione i taxisti nel dire che la gestione del servizio è cara. D’altronde la benzina costa tanto per tutti.
Benzina A parte le cose tecniche che non posso commentare, mi stupisce che una delle soluzioni sia quella di autorizzare la vendita di altri prodotti. Siamo al punto che tutti posso vendere tutto, ma il problema di fondo resta sempre il solito: chi compra? Quando passeremo ad una riorganizzazione delle accise sui prodotti petroliferi per smettere di pagare una tassa sulla guerra d’Abissinia? Quando un reale intervento dello Stato sulla mancanza di vera concorrenza nei prezzi alla pompa o si pensa che i benzinai avranno, con questa manovra, più potere nei confronti dei petrolieri?
Farmacie Trovo risibile l’obbligo per i dottori di scrivere sulla ricetta il nome del farmaco e dell’equivalente quando in farmacia, più di una volta, mi è capitato di sentire, anche da persone giovani, dire al farmacista “Mi dia quello vero”. Come per altre cose, se non cambiamo la testa agli italiani diventa tutto inutile, anche le scelte più giuste.
Insomma, per non farla tanto lunga, allungare l’orario di apertura di diversi settori commerciali non risolve il problema se non c’è l’utilizzatore finale, se non c’è chi ha soldi per acquistare qualsivoglia cosa. E poi come affrontiamo il problema dei lavoratori sottoposti ad una nuova e più pesante forma di ricatto sull’organizzazione del lavoro? Manca nel decreto qualcosa che veramente dia la possibilità di aumentare gli stipendi come dice il Premier. Senza uno stipendio sicuro non ci sarà mai crescita economica. Senza l’abolizione dei tanti contratti al di fuori delle regole e dei diritti non ci sarà mai crescita. Va allargata la base dei lavoratori che godono dei diritti sindacali e non ridotta come vuole il Marchionne-pensiero.
E’ vero, Presidente, i pensionati hanno accettato con maggior senso di responsabilità la decurtazione delle pensioni. Ma, si ricordi, non è stato solo senso di responsabilità è stata principalmente la consapevolezza che non c’era altro da fare se non mettere a ferro e fuoco l’Italia.
giovedì 19 gennaio 2012
Storia di Antonietta
Il paese era a mezza costa. Freddo d'estate, all'ombra della montagna, e freddissimo d'inverno, spesso isolato per la neve. Nel corso degli anni aveva perso inesorabilmente i suoi abitanti, fuggiti a valle, quasi rotolati, verso la città e una vita più comoda. Erano rimasti in pochi, principalmente anziani. Qualche persona più giovane ancora resisteva. Con l'immigrazione erano arrivati anche degli stranieri, forse i più sfortunati, principalmente occupati nella pastorizia che i locali avevano abbandonato di praticare ma che erano tornati a frequentare come datori di lavoro. I pochi bambini venivano portati a scuola dall'autobussino del comune di cui ora facevano parte da quando avevano perso l'autonomia con un referendum locale. Si conoscevano tutti e tutti si chiamavano per nome. Una piccola comunità dove spiccava qualche giovane venuto su dalla vicina città. Tutti erano arrivati, a sentir loro, per una scelta di vita ma tutti, dopo poco si capiva, per fuggire da qualcosa. Dalla tossicodipendenza mai sconfitta e sempre latente, da qualche carico pendente minore che non avrebbe scomodato gli investigatori fino a spingerli a salire verso la montagna, da qualche amore sfortunato.
Antonietta viveva ai margini del paese, margini reali e metaforici. Margini perché la casa era, se così si può dire, alla periferia del piccolo agglomerato di case, margini perché per dannazione familiare era l'ultima erede di una famiglia mai accettata. Antonietta era nata e vissuta in quella casa con la madre, senza mai conoscere il padre che sicuramente era qualcuno del paese, chissà, magari lo incontrava ancora tutti i giorni. La maledizione se la portava sulle spalle sin da bambina come già sua madre e sua nonna, sin da quando andava a scuola e saliva sulla macchina del genitore di turno che accompagnava i bambini al paese per frequentare la scuola. Se possibile era isolata anche stando stretta sul sedile posteriore dell'automobile in compagnia dei piccoli coetanei. Le anime innocenti di quei pargoli sapevano benissimo come si può ferire con le parole. La maledizione se la portava dietro anche se in forme differenti con l'età che avanzava. La sentiva negli sguardi dei padri amorevoli verso le loro figlie e abietti nei suoi confronti. La sentiva in quelle mani che si allungavano verso le sue gambette da adolescente, verso il suo piccolo seno in crescita. Aveva imparato a difendersi, con gli sguardi e con le mani, mai con le parole perché l'unica volta che lo aveva fatto si era beccata i rimbrotti di tutti come se lei fosse la colpevole. Molti maschi, anche compagni di scuola, tornavano a casa con qualche suo segno più o meno profondo sul dorso delle mani lasciato dalle sue unghie, li marchiava per qualche giorno in modo che tutti sapessero, ma la cosa non importava a nessuno, nemmeno alle mogli e madri.
Crescendo aveva chiesto e capito il perché della maledizione, faceva parte di una famiglia senza maschi, sempre femmine che partorivano senza mariti e senza padri per le figlie, sempre femmine, che mettevano al mondo altre femmine. E aveva capito come tiravano avanti. Di certo non bastavano le due o tre galline che avevano e le poche uova che deponevano, le due pecore e il poco formaggio che riuscivano a fare e che vendevano l'estate, in piccole forme, ai pochi turisti (principalmente locali di ritorno) e il piccolo orto che la mamma coltivava. E nemmeno poteva bastare il poco denaro che Antonia, la madre, riceveva in cambio delle pulizie e dall'accudire qualche vecchio bavoso che i figli naturali avevano abbandonato scendendo a valle. Aveva capito che la madre, condannata dalla famiglia e dalla sorte antica, traeva ancora guadagno dal suo corpo ancora in tiro. Le faceva impressione e schifo pensare ai vecchi che allungavano le mani non avendo altro da allungare ma, per non umiliare Antonia, faceva finta di nulla e covava dentro di sé rancore e voglia di vendetta, era il primo pensiero che le si affacciava alla mente la mattina e l'ultimo della sera, quello che l'accompagnava verso il sonno. Dopo che si era barricata in casa. Antonietta non era brutta, faceva onore alla madre e alla nonna di cui aveva visto le rare foto ingiallite dal tempo.
Nonostante covasse il desiderio di vendetta e di fuggire da quell'angusto posto, Antonietta sapeva che non sarebbe mai andata via. Andare dove, con quali soldi e per fare cosa? No, era condannata a vivere e morire in quel posto se non maledetto da Dio e dagli uomini sicuramente maledetto da lei. E i problemi si erano fatti ancor più gravi con la scomparsa della madre, sepolta solo grazie al contributo del comune, altrimenti sarebbe ancora stesa sul letto in attesa di non si sa che cosa. Aveva scritto a tutti, al sindaco, alla provincia, alla regione, al vescovo e in ultimo anche al Presidente della Repubblica. Nessuno le aveva risposto promettendo un aiuto, quasi tutti le avevano scritto per consigliarle il da farsi. Cose per lei insormontabili, non aveva i soldi per potersi pagare un avvocato. Era condannata a ripercorrere la strada delle sue progenitrici o morire anzitempo. Scelse quest'ultima pur di non dar soddisfazione, nemmeno momentanea, a qualche maschio del paese.
Preparò tutto con cura, accudì gli animali, raccolse anche le uova e il latte delle pecore che lasciò sul tavolo della cucina, il freddo l'avrebbe conservato, pulì la piccola casa, unico bene che possedeva, e si rifugiò nell'unica camera che aveva condiviso con la madre fino alla morte di lei. Aveva già saggiato la resistenza del lampadario e preparata la corda, non conosceva altro modo per realizzare l'infausto proposito. Spostò il comodino sotto il lampadario e ci salì sopra, indossò il cappio come una collana e si lasciò andare.
Una macchina saliva la tortuosa strada che portava al paese di mezzacosta, l'autista già c'era stato altre volte e sapeva dove fermarsi. Ecco, dietro la curva ci dovrebbe essere la stradina. Infatti era la. Entrò e si trovò davanti alla casa, aveva la porta aperta, suonò il campanello ma non rispose nessuno, solo un fragore di qualcosa che cadeva. "Signorina, c'è nessuno?" gli rispose solo il silenzio. Non poteva essere, in casa ci doveva essere qualcuno. Entrò guardingo. Si trovò subito in cucina, che era vuota, si voltò versò l'altra porta aperta e vide il corpo di Antonietta penzolare. Si lanciò subito verso di lei, salì sul letto e si aggrappò al lampadario che la giovane ancora scalciava. Caddero entrambi seguiti da calcinacci. Pur con un dolore tremendo alla schiena, aveva urtato il comodino rovesciato, il suo primo pensiero fu di togliere il cappio dal collo di Antonietta. Respirava ancora, di certo non bene, ma respirava, tossiva e sputava. Ma tutto sommato stava bene. Dolorante andò in cucina a prendere un bicchiere d'acqua e tornando nella camera si chiese a cosa potesse servire l'acqua a una persona che si stava strozzando. Antonietta allungò la mano e si portò il bicchiere alla bocca, bevve e sputò tutto. Riuscì comunque a dire grazie.
Il messo comunale era seduto al tavolo di cucina con davanti il cestino con tre uova e il poco latte di pecora. Antonietta era girata a preparare un caffè. Ne avevano bisogno entrambi. "Senta signorina, io non dirò nulla di ciò che è successo oggi. Lei cerchi di coprirsi il collo e di non farlo vedere a nessuno, altrimenti la mia venuta e il suo salvataggio non avranno senso". La giovane si girò a guardarlo, il messo aveva estratto una lettera dalla tasca del giaccone, recava come destinataria
Antonietta La Sfiga,
via Provinciale 57, 32.
Antonietta l'aprì ed estrasse un foglio con poche righe stampate da un computer che recavano scritto:
Con la presente la invitiamo a recarsi presso gli uffici dell'anagrafe comunale per ritirare i nuovi documenti intestati ad Antonietta La Spiga.
Certi di farle piacere, l'attendiamo per ogni sua esigenza.
L'Ufficiale dell'Anagrafe
Antonietta viveva ai margini del paese, margini reali e metaforici. Margini perché la casa era, se così si può dire, alla periferia del piccolo agglomerato di case, margini perché per dannazione familiare era l'ultima erede di una famiglia mai accettata. Antonietta era nata e vissuta in quella casa con la madre, senza mai conoscere il padre che sicuramente era qualcuno del paese, chissà, magari lo incontrava ancora tutti i giorni. La maledizione se la portava sulle spalle sin da bambina come già sua madre e sua nonna, sin da quando andava a scuola e saliva sulla macchina del genitore di turno che accompagnava i bambini al paese per frequentare la scuola. Se possibile era isolata anche stando stretta sul sedile posteriore dell'automobile in compagnia dei piccoli coetanei. Le anime innocenti di quei pargoli sapevano benissimo come si può ferire con le parole. La maledizione se la portava dietro anche se in forme differenti con l'età che avanzava. La sentiva negli sguardi dei padri amorevoli verso le loro figlie e abietti nei suoi confronti. La sentiva in quelle mani che si allungavano verso le sue gambette da adolescente, verso il suo piccolo seno in crescita. Aveva imparato a difendersi, con gli sguardi e con le mani, mai con le parole perché l'unica volta che lo aveva fatto si era beccata i rimbrotti di tutti come se lei fosse la colpevole. Molti maschi, anche compagni di scuola, tornavano a casa con qualche suo segno più o meno profondo sul dorso delle mani lasciato dalle sue unghie, li marchiava per qualche giorno in modo che tutti sapessero, ma la cosa non importava a nessuno, nemmeno alle mogli e madri.
Crescendo aveva chiesto e capito il perché della maledizione, faceva parte di una famiglia senza maschi, sempre femmine che partorivano senza mariti e senza padri per le figlie, sempre femmine, che mettevano al mondo altre femmine. E aveva capito come tiravano avanti. Di certo non bastavano le due o tre galline che avevano e le poche uova che deponevano, le due pecore e il poco formaggio che riuscivano a fare e che vendevano l'estate, in piccole forme, ai pochi turisti (principalmente locali di ritorno) e il piccolo orto che la mamma coltivava. E nemmeno poteva bastare il poco denaro che Antonia, la madre, riceveva in cambio delle pulizie e dall'accudire qualche vecchio bavoso che i figli naturali avevano abbandonato scendendo a valle. Aveva capito che la madre, condannata dalla famiglia e dalla sorte antica, traeva ancora guadagno dal suo corpo ancora in tiro. Le faceva impressione e schifo pensare ai vecchi che allungavano le mani non avendo altro da allungare ma, per non umiliare Antonia, faceva finta di nulla e covava dentro di sé rancore e voglia di vendetta, era il primo pensiero che le si affacciava alla mente la mattina e l'ultimo della sera, quello che l'accompagnava verso il sonno. Dopo che si era barricata in casa. Antonietta non era brutta, faceva onore alla madre e alla nonna di cui aveva visto le rare foto ingiallite dal tempo.
Nonostante covasse il desiderio di vendetta e di fuggire da quell'angusto posto, Antonietta sapeva che non sarebbe mai andata via. Andare dove, con quali soldi e per fare cosa? No, era condannata a vivere e morire in quel posto se non maledetto da Dio e dagli uomini sicuramente maledetto da lei. E i problemi si erano fatti ancor più gravi con la scomparsa della madre, sepolta solo grazie al contributo del comune, altrimenti sarebbe ancora stesa sul letto in attesa di non si sa che cosa. Aveva scritto a tutti, al sindaco, alla provincia, alla regione, al vescovo e in ultimo anche al Presidente della Repubblica. Nessuno le aveva risposto promettendo un aiuto, quasi tutti le avevano scritto per consigliarle il da farsi. Cose per lei insormontabili, non aveva i soldi per potersi pagare un avvocato. Era condannata a ripercorrere la strada delle sue progenitrici o morire anzitempo. Scelse quest'ultima pur di non dar soddisfazione, nemmeno momentanea, a qualche maschio del paese.
Preparò tutto con cura, accudì gli animali, raccolse anche le uova e il latte delle pecore che lasciò sul tavolo della cucina, il freddo l'avrebbe conservato, pulì la piccola casa, unico bene che possedeva, e si rifugiò nell'unica camera che aveva condiviso con la madre fino alla morte di lei. Aveva già saggiato la resistenza del lampadario e preparata la corda, non conosceva altro modo per realizzare l'infausto proposito. Spostò il comodino sotto il lampadario e ci salì sopra, indossò il cappio come una collana e si lasciò andare.
Una macchina saliva la tortuosa strada che portava al paese di mezzacosta, l'autista già c'era stato altre volte e sapeva dove fermarsi. Ecco, dietro la curva ci dovrebbe essere la stradina. Infatti era la. Entrò e si trovò davanti alla casa, aveva la porta aperta, suonò il campanello ma non rispose nessuno, solo un fragore di qualcosa che cadeva. "Signorina, c'è nessuno?" gli rispose solo il silenzio. Non poteva essere, in casa ci doveva essere qualcuno. Entrò guardingo. Si trovò subito in cucina, che era vuota, si voltò versò l'altra porta aperta e vide il corpo di Antonietta penzolare. Si lanciò subito verso di lei, salì sul letto e si aggrappò al lampadario che la giovane ancora scalciava. Caddero entrambi seguiti da calcinacci. Pur con un dolore tremendo alla schiena, aveva urtato il comodino rovesciato, il suo primo pensiero fu di togliere il cappio dal collo di Antonietta. Respirava ancora, di certo non bene, ma respirava, tossiva e sputava. Ma tutto sommato stava bene. Dolorante andò in cucina a prendere un bicchiere d'acqua e tornando nella camera si chiese a cosa potesse servire l'acqua a una persona che si stava strozzando. Antonietta allungò la mano e si portò il bicchiere alla bocca, bevve e sputò tutto. Riuscì comunque a dire grazie.
Il messo comunale era seduto al tavolo di cucina con davanti il cestino con tre uova e il poco latte di pecora. Antonietta era girata a preparare un caffè. Ne avevano bisogno entrambi. "Senta signorina, io non dirò nulla di ciò che è successo oggi. Lei cerchi di coprirsi il collo e di non farlo vedere a nessuno, altrimenti la mia venuta e il suo salvataggio non avranno senso". La giovane si girò a guardarlo, il messo aveva estratto una lettera dalla tasca del giaccone, recava come destinataria
Antonietta La Sfiga,
via Provinciale 57, 32.
Antonietta l'aprì ed estrasse un foglio con poche righe stampate da un computer che recavano scritto:
Con la presente la invitiamo a recarsi presso gli uffici dell'anagrafe comunale per ritirare i nuovi documenti intestati ad Antonietta La Spiga.
Certi di farle piacere, l'attendiamo per ogni sua esigenza.
L'Ufficiale dell'Anagrafe
mercoledì 18 gennaio 2012
La difficile arte di scrivere racconti
Tranquilli, non vi parlo di me, vi parlo di chi sa farlo realmente. E', questo post, una delle mie improbabili recensioni. Vi parlerò di un libro di racconti. In particolare di un singolo racconto.Un racconto non è il surrogato di un romanzo, non è mancanza di idee, è uno specifico genere che non tutti sono in grado di affrontare, ogni volta che li leggo mi vengono in mente le serate invernali, descritte in molti libri, dove chi sapeva raccontava storie intorno ad un fuoco e teneva avvinto l'uditorio fino all'ora di andare a dormire. Ecco, vanno letti con quello spirito, sapendo cogliere l'immediatezza delle parole allora dette e ora scritte. In poche pagine occorre essere capaci di imbastire una trama, di fare una descrizione dei luoghi e dei personaggi, di penetrare l'animo umano in maniera breve ma completa, di commuovere o far sorridere, o entrambe le cose, di avvincere il lettore sapendo che, appunto, non si ha a disposizione la lunghezza di un romanzo. Un racconto è la sinteticità dell'essenziale. Non tutti ne sono capaci. E se quando hai finito di leggerlo chiudi il libro senza passare immediatamente al successivo racconto per non interrompere la magia della parola scritta, l'autore ha raggiunto il risultato.
Il racconto di cui parlo, e di cui non dirò nulla, come sempre nelle mie bislacche recensioni, per non privare chi volesse seguire il mio consiglio del piacere di leggerlo, è contenuto nel libro Un Natale in giallo edito dalla Sellerio, solo questo racconto, senza nulla togliere al valore degli scrittori presenti nella raccolta, vale la spesa di 14€. L'autore, che ha scritto solo tre altri libri, I delitti di via Medina-Sidonia (1996), La doppia vita di M.Laurent (1998), Il soffio della valanga (2002) è Santo Piazzese, biologo prestato alla scrittura come ama dire di se stesso. Lo scritto in questione ci regala, come al solito, una descrizione di Palermo, della sicilianità e di tipi umani (se così si può dire) collocabili in qualsiasi città italiana e non solo. Ma ci regala soprattutto un racconto dove si completa una storia, dove si dà speranza li dove non se ne era trovata. E' uno splendido omaggio e ricordo, venato di malinconia e di speranza e, volendo, dà un significato al Natale come rinascita e non come mera festa consumistica e rituale di buoni sentimenti che durano lo spazio della formulazione. E' un ricordo struggente di altre e alte pagine scritte in quello strumento meraviglioso e tecnologico che è un "vero libro in pura carta".
martedì 17 gennaio 2012
Tette parlanti
Destra- Buongiorno.
Sinistra- Buongiorno a te, come hai dormito?
D- Schiacciata, mi ti sei buttata addosso a tetta morta.
S- Scusami non volevo.
D- Non ti preoccupare è stato anche piacevole, eri così calda!
S- E tu così morbida.
Sinistra- Buongiorno a te, come hai dormito?
D- Schiacciata, mi ti sei buttata addosso a tetta morta.
S- Scusami non volevo.
D- Non ti preoccupare è stato anche piacevole, eri così calda!
S- E tu così morbida.
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